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Voto: 5/10 Titolo originale: The Institute , uscita: 03-03-2017. Budget: $3,000,000. Regista: Pamela Romanowsky.

The Institute: la recensione del film horror di James Franco e Pamela Romanowsky

14/03/2017 recensione film di Alessandro Gamma

Allie Gallerani è l'impotente protagonista di un horror che getta via un buon potenziale prendendosi troppo sul serio e soccombendo a una sceneggiatura approssimativa e priva di pathos

The Institute Trailer

Esiste un posto più inquietante di un ospedale psichiatrico del 19° secolo? Non si tratta forse della location ideale dove ambientare un horror? Solitamente questi edifici li troviamo in stato di abbandono nel presente, ma The Institution ci riporta al periodo del suo massimo splendore, quando le anime che vi ritroveremmo intrappolate ai giorni nostri erano state inizialmente preparate per divenire spiriti maligni. James Franco e Pamela Romanowsky dirigono un thriller in cui Allie Gallerani interpreta la protagonista Isabel Porter, una debuttante i cui genitori sono appena morti e per questo motivo sta cercando sollievo dal suo dolore.

Il soggiorno al Rosewood comincia in modo abbastanza innocente, somigliando più a una vacanza in un resort che all’internamento in un manicomio … anche se gli elementi che dovrebbero destare almeno qualche sospetto sono parecchi. Non ci vuole molto tempo infatti prima che inizi le sedute di “terapia” con il Dott. Carin (Franco), che cominciano a svelare la vera natura della struttura. Una casa per i ricchi e i potenti dove vengono radunate giovani donne che vengono “curate” fino a farle cadere in uno stato in cui la loro volontà viene completamente piegata a fare tutto ciò che viene loro detto, in nome della “Cura”.

the institute film francoDetta così sembra una trama quanto meno interessante vero? E’ quello che ogni spettatore che si avvicina al film impreparato – o fiducioso sulle doti di Franco, altrove effettivamente affidabile – potrebbe pensare, sebbene la questione del “manicomio gestito da ricchi e potenti senza volto” sia un po’ stiracchiata. Lo sviluppo della vicenda è infatti l’elemento che fa vacillare il castello di carte. Non mancano alcuni aspetti positivi, ma quelli negativi li surclassano facilmente, facendo passare in secondo piano qualsiasi elemento potenzialmente redentore. Sembra di trovarsi all’interno di una scuola superiore, o forse in un college … Una sorta di recita teatrale girata con una videocamera.

La recitazione e i dialoghi vanno a braccetto qui, quindi è difficile puntare il dito sull’una o sugli altri per la loro inconsistenza. Ascoltando la pellicola in lingua originale (l’unico modo peraltro per farlo), da una dialogo all’altro si passa da rimembranze shakespeariane recitate con accenti altezzosi a scambi che si potrebbero benissimo ascoltare passeggiando oggi per le strade di New York, con gli accenti che cambiano sensibilmente.

E non stiamo parlando di personaggi diversi provenienti da differenti classi sociali e luoghi … si tratta letteralmente dello stesso personaggio che salta da una sfumatura all’altra per tutta la durata (naturalmente, un eventuale doppiaggio cancellerà questo problema alla radice).

Le scenografie e i costumi sembrano poi stati realizzati – o presi in affitto – alla buona, in particolare l’aspetto alla Sigmund Freud che sfoggia Franco, in cui l’attore ostenta un paio di baffi incredibilmente posticci (oppure la Natura gli ha fatto un brutto scherzo, predisponendolo geneticamente ad avere peli sul viso disposti in modo orribile).

Non è un ‘alla buona’ in termini di basso budget, quanto in termini di somiglianza con alcuni show della BBC degli anni ’80, se li avete presenti. Le motivazioni che spingono i protagonisti sembrano inoltre del tutto casuali, in particolare per Isabel, il personaggio principale. Ora, è vero che i farmaci sono un punto focale della trama a cui ci si potrebbe pertanto appoggiare, ma se è questa la spiegazione per quanto accade non è stata certamente comunicata nel modo migliore.

E’ più probabile che la gran parte della colpa sia ascrivibile all’incoerenza generale, che a sua volta potrebbe provenire dagli obblighi di regia condivisi da Franco e la Romanowsky. Sembra quasi che i due abbiano filmato i loro pezzi senza essere a conoscenza di ciò che la controparte stesse facendo. Alcune scene sembrano estrapolate da una soap opera pomeridiana, mentre altre appaiono più che dignitose, e indizi come questo sono disseminati per tutto il film e potrebbero spiegare la maggior parte delle sue cadute di stile.

the institute film james francoDetto questo, The Institute fa un buon lavoro quando deve mettere sullo schermo le immagini più raccapriccianti e torbide o i momenti in cui entra in gioco la misteriosa setta che controlla la struttura in tutta la sua brutalità. Se la direzione fosse stata più coesa, queste scene sarebbero risultate decisamente più inquietanti (ad esempio quando un’orgia in maschera alla Eyes Wide Shut prende una piega decisamente violenta). Molti degli attori, come la Gallerani, Josh Duhamel (in un ruolo certamente piccolo) e Zoe Sidel, riescono a esprimere qualcosa di buono con quello che gli è stato dato.

Alcuni dei loro momenti risultano proprio scarsi nel complesso, ma è abbastanza ovvio che questo sia dovuto al generale tono piatto e privo di emozioni e ai dialoghi ai limiti della decenza. Ci sono poi apprezzabili – anche se meno efficaci – e ben poco celati riferimenti a Edgar Allan Poe, specie a Il Pozzo e il Pendolo, per una sequenza di tortura, che però vengono resi vani da una sceneggiatura che si prende davvero troppo sul serio per sfociare nel gustoso B-movie horror degno di un Vincent Price d’annata che avrebbe potuto tranquillamente – e dignitosamente – ambire a essere. The Institute sviluppa male anche l’abuso di potere, in particolare quella degli uomini sulle donne, in un momento st

orico in cui l’indipendenza per il genere femminile era visto sia come malattia mentale che come qualcosa che doveva essere controllato. Tematiche che avrebbero meritato ben miglior sorte. E poi c’è l’atto finale, che comprende un colpo di scena così illogico che sembra esistere solo perché non avevano idea di come porre fine al film in modo credibile (il fatto che in origine era stato concepito come un episodio pilota per una serie TV rende la non-fine un po’ più comprensibile, ma comunque terribile). Insomma, quando lo stesso filmmaker non è riuscito a capire ciò che la sua pellicola sta cercando di dire, la maniera più facile per terminarla è con un “Ti ho fregato!”. Beh, non fatevi fregare.

In definitiva, ci sono un milione di modi migliori per trascorrere 90 minuti. The Institute è dichiaratamente ispirato a eventi realmente accaduti e alcune fotografie in chiusura ritraggono il vero Rosewood, rivelando l’agghiacciante notizia che – nonostante tutto – non venne chiuso fino al 2009. Un fatto curioso, ma siamo abbastanza certi l’unico vero evento ripreso dalla pellicola è che ci sia stato un ospedale psichiatrico a Baltimora a metà del 1800. Chiamato Rosewood.

Di seguito il trailer di The Institute, che non ha ancora una data di distribuzione per l’Italia al momento:

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