Voto: 5/10 Titolo originale: The Last House , uscita: 06-08-2026. Regista: Louis Leterrier.
The Last House, recensione: Netflix intrappola Wagner Moura nel lockdown fantascientifico di Louis Leterrier
08/08/2026 recensione film The Last House di William Maga
Una famiglia intrappolata, una minaccia invisibile e un cast di livello: gli ingredienti ci sono, ma il nuovo thriller Netflix resta più interessante nelle intenzioni che nei risultati

Una famiglia si sveglia e scopre di non poter più uscire di casa. Porte e finestre sono sigillate da una forza inspiegabile, fuori piove senza sosta e anche i vicini sembrano intrappolati. Bastano pochi minuti a The Last House per mettere sul tavolo un’idea horror fantascientifica tanto semplice quanto efficace. Il problema è che il film di Louis Leterrier sembra continuamente sul punto di trasformarla in qualcosa di davvero interessante senza riuscire mai a farlo.
Disponibile su Netflix, The Last House trasforma il ricordo del lockdown in un thriller apocalittico che mescola isolamento domestico, sopravvivenza e ansia climatica. Sulla carta gli ingredienti ci sono tutti. Anche il cast: Wagner Moura e Greta Lee riescono spesso a dare sostanza a personaggi che la sceneggiatura lascia appena abbozzati.
Jason Delgado (Moura), ingegnere momentaneamente disoccupato, torna nella propria casa di Seattle poco prima che una pioggia anomala investa il quartiere. Con lui ci sono la moglie Ann (Lee) e i figli Graham e Ruth, interpretati da Noah Alexander Sosnowski e Riley Chung.
Quando provano a uscire, scoprono che qualcosa ha reso impossibile aprire porte e finestre. Nemmeno rompere i vetri funziona. Guardando fuori, i Delgado capiscono presto di non essere gli unici: anche i vicini sono prigionieri e, con telefoni e internet inutilizzabili, possono comunicare soltanto attraverso cartelli mostrati dalle finestre.
È qui che la sceneggiatura di Matthew Robinson trova gli spunti migliori. I giorni diventano settimane, il cibo diminuisce, la casa comincia a deteriorarsi e quella che inizialmente può sembrare quasi una parentesi familiare assume progressivamente i contorni di una nuova normalità.
Il riferimento alla pandemia è evidente. Le giornate tutte uguali, la separazione dai vicini, le piccole routine costruite per non perdere la lucidità e l’incertezza su ciò che accade all’esterno riportano inevitabilmente al 2020. C’è persino un dettaglio ironico particolarmente riuscito: senza streaming né connessione, la famiglia deve rivedere continuamente gli unici due DVD presenti in casa, Annie e Air Force One.
È però proprio sul versante psicologico che The Last House avrebbe potuto osare molto di più. Essere confinati per settimane con le stesse persone, mentre le risorse si esauriscono e qualcosa di incomprensibile si muove all’esterno, dovrebbe lentamente sgretolare relazioni e ruoli familiari. Leterrier accenna a tutto questo, ma raramente lascia che una situazione maturi davvero.
Se la famiglia Delgado mantiene una certa credibilità è soprattutto merito dei protagonisti. Moura rende Jason concreto e vulnerabile, mentre la sua esperienza da ingegnere diventa fondamentale per trovare soluzioni pratiche alla sopravvivenza. Greta Lee lavora invece sulle crepe emotive di Ann e sui suoi tentativi di mantenere un equilibrio domestico mentre tutto intorno comincia a cedere.
Meno sviluppati i due figli, ai quali vengono assegnate precise funzioni narrative senza costruire personalità altrettanto definite. È un limite importante per un film che vorrebbe trovare proprio nella famiglia il proprio centro emotivo.
Paradossalmente, l’elemento più riuscito è proprio l’abitazione. Il production designer Kevin Jenkins la trasforma progressivamente da rassicurante spazio domestico a organismo malato: le pareti si deteriorano, l’umidità avanza e gli ambienti vengono modificati per consentire alla famiglia di sopravvivere.
Leterrier sfrutta bene questa geografia e il film funziona soprattutto quando mostra poco. Fuori dalle finestre compaiono sagome e movimenti difficili da identificare, suggerendo una minaccia quasi lovecraftiana proprio perché ancora incomprensibile.
Ed è qui che The Last House lascia intravedere la versione migliore di sé stesso. Poi decide di spiegare.
Nel terzo atto aumentano CGI, azione e creature, ma più il film mostra ciò che sta accadendo e meno il suo mondo appare convincente. Anche la regia perde parte della propria efficacia nelle sequenze più concitate. Ciò che funzionava come minaccia invisibile finisce così per diventare un meccanismo fantascientifico decisamente più convenzionale.
Il limite maggiore rimane però la quantità di temi soltanto sfiorati: il trauma del lockdown, il cambiamento climatico, l’adattamento dell’ecosistema, la solidarietà tra vicini, la famiglia come ultimo nucleo sociale. Non a caso il film si apre addirittura con una citazione di Arthur C. Clarke, promettendo una profondità che la sceneggiatura non riesce poi a raggiungere.
The Last House è allora qualcosa di frustrante: un prodotto discretamente efficace che contiene continuamente la promessa di un film molto migliore.
Moura e Lee impediscono alla componente familiare di collassare, il progressivo deterioramento della casa è ben costruito e le prime manifestazioni della minaccia possiedono una genuina inquietudine. Ma per un thriller che parte da una domanda tanto potente – cosa succederebbe se improvvisamente non potessimo più uscire di casa? – le risposte sono troppo convenzionali.
Netflix aveva tra le mani un high concept immediato, due ottimi protagonisti e un incubo domestico dalle possibilità enormi. Quello che manca a The Last House è il coraggio di spingersi davvero fino in fondo.
Su Netflix dal 7 agosto.
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