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Voto: 6/10 Titolo originale: Hokum , uscita: 29-04-2026. Budget: $5,000,000. Regista: Damian McCarthy.

Hokum, recensione: Adam Scott entra nell’inferno di un hotel irlandese

04/08/2026 recensione film di William Maga

Il regista di Oddity, Damian McCarthy, firma una ghost story tra folk horror, traumi e stregoneria: un film ricco di atmosfera e grandi spaventi, anche se meno compatto del precedente

Adam Scott in Hokum (2026) film

Dopo Caveat e soprattutto Oddity, uno degli horror più interessanti degli ultimi anni, Damian McCarthy torna dietro la macchina da presa con Hokum, confermando di essere una delle voci più interessanti del nuovo cinema di genere. Il regista irlandese continua a esplorare il territorio che gli è più congeniale: ghost story, folklore, sensi di colpa e spazi che sembrano vivere di una presenza propria.

Il risultato è un film più ambizioso del precedente, ma anche meno compatto. Hokum è capace di regalare alcune delle sequenze più inquietanti dell’anno, salvo poi complicarsi eccessivamente nella parte finale, dove l’accumulo di idee finisce per indebolire il mistero.

Adam Scott interpreta Ohm Bauman, celebre autore americano di romanzi horror in crisi creativa. Per terminare il capitolo conclusivo della sua trilogia decide di rifugiarsi in un vecchio hotel immerso nei boschi irlandesi, lo stesso in cui i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele. Il viaggio è anche l’occasione per disperderne le ceneri e affrontare un passato che non ha mai davvero superato.

Ohm è un protagonista volutamente difficile da amare. È arrogante, sarcastico, alcolizzato e tratta con sufficienza chiunque incontri, dal giovane facchino Alby, aspirante scrittore, fino allo staff dell’albergo. Scott interpreta il personaggio senza cercare di renderlo più simpatico del necessario, lasciando che la sua vulnerabilità emerga lentamente attraverso il trauma che lo perseguita.

Come accadeva già in Oddity, il luogo diventa il vero motore dell’orrore. Il Billberry Woods Hotel è un edificio fuori dal tempo, fatto di corridoi stretti, camere dimenticate, vecchi campanelli, passaggi di servizio e angoli che sembrano custodire ricordi inquieti.

McCarthy costruisce la tensione con una sicurezza impressionante. La fotografia di Colm Hogan sfrutta il buio senza mai nascondere l’immagine allo spettatore: tutto è visibile, ma proprio per questo ogni angolo sembra poter nascondere qualcosa. L’orrore nasce dall’attesa, dal fuori campo e da ciò che compare soltanto per una frazione di secondo ai margini dell’inquadratura.

I jump scare sono presenti, ma vengono sempre preparati con attenzione. Il montaggio, il sound design e la colonna sonora lavorano insieme per creare un senso di inquietudine costante, dimostrando che McCarthy conosce perfettamente i meccanismi della paura senza abusarne.

Il film raggiunge il proprio apice quando Ohm entra nella misteriosa suite della luna di miele, chiusa da anni perché, secondo la leggenda, ospiterebbe una strega. Da quel momento Hokum si trasforma quasi in un horror claustrofobico, sfruttando ogni elemento dell’arredamento – un telefono, un montacarichi, un campanello, una porta socchiusa – per costruire un crescendo di tensione davvero notevole.

In queste sequenze McCarthy dimostra un controllo della regia raro nel panorama horror contemporaneo. Non punta sulla violenza grafica, ma sulla composizione dell’inquadratura e sul dubbio costante che qualcosa possa emergere dall’oscurità da un momento all’altro.

Se dal punto di vista formale Hokum convince quasi sempre, è la sceneggiatura a mostrare i limiti maggiori. Rispetto alla precisione narrativa di Oddity, McCarthy inserisce qui troppi fili narrativi: la leggenda della strega, il trauma infantile di Ohm, la scomparsa della barista Fiona, il misterioso Jerry che vive nei boschi, un possibile assassino in carne e ossa e perfino la storia del conquistador protagonista del romanzo che lo scrittore sta completando.

Presi singolarmente funzionano tutti. Il problema nasce quando il film prova a unirli. Nella seconda parte il mistero si espande invece di restringersi e alcune spiegazioni risultano meno efficaci di quanto promettesse l’inizio.

McCarthy sembra preferire l’atmosfera alla chiarezza narrativa, scelta che in molti momenti funziona, ma che lascia anche la sensazione di un racconto più dispersivo del necessario. Alcuni elementi, come la cornice dedicata al conquistador o certe visioni legate all’infanzia del protagonista, sembrano infatti aggiungere complessità senza aumentare davvero il coinvolgimento emotivo.

Uno dei maggiori punti di forza resta proprio Adam Scott, probabilmente alla sua prova cinematografica più intensa. L’attore evita qualsiasi eccesso, costruendo un protagonista che reagisce all’orrore con incredulità, paura e senso di colpa più che con urla o isteria. Anche quando il racconto perde compattezza, è lui a mantenere saldo il centro emotivo della storia.

Il film suggerisce inoltre un interessante parallelo tra Ohm e Jerry, due uomini accomunati dal peso della perdita e dal giudizio degli altri. È uno degli aspetti più riusciti della sceneggiatura, capace di dare profondità ai temi della colpa e della possibilità di redenzione.

Insomma, Hokum non raggiunge la precisione di Oddity, soprattutto perché nella parte finale finisce per sovraccaricare una storia che avrebbe beneficiato di maggiore essenzialità. Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sui suoi difetti.

McCarthy conferma infatti di possedere una sensibilità visiva fuori dal comune, capace di trasformare un vecchio albergo in un autentico labirinto di paure. Le immagini restano impresse, la tensione è costante e diverse sequenze dimostrano come sia ancora possibile spaventare senza ricorrere continuamente agli eccessi del gore.

Pur meno equilibrato del suo precedente lavoro, Hokum conferma Damian McCarthy tra gli autori horror più promettenti della sua generazione. È un film imperfetto, ma ricco di personalità, atmosfera e idee visive, qualità che oggi valgono molto più di qualche spiegazione di troppo.

Per chi non avesse chiaro cosa succede, agevoliamo una spiegazione del finale.

Nei cinema dal 5 agosto.

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