Netflix voleva il suo Il Trono di Spade: è costata una fortuna, ma quasi tutti l’hanno dimenticata
02/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Un personaggio storico italiano tra i più famosi in tutto il mondo. Il protagonista di questa serie tv disponibile su Netflix.

Fermatevi un attimo e provate a immaginare. Siamo nel 2014, Netflix sta ancora costruendo il suo impero delle serie originali, e qualcuno nel quartier generale della piattaforma decide di investire una cifra monstre in una produzione che racconti le avventure di Marco Polo alla corte di Kublai Khan. Una serie televisiva in costume, con ambizioni da kolossal, destinata a competere con il trono di spade più famoso della televisione contemporanea.
All’epoca sembrava impossibile. Oggi, ripensandoci, appare ancora più audace. Marco Polo è stata una scommessa titanica, un esperimento che ha ridefinito cosa significasse produrre contenuti per lo streaming, nel bene e nel male. Perché sì, la serie non è diventata il nuovo Game of Thrones che Netflix sperava. Ma la sua storia merita di essere raccontata, proprio come il Milione del vero Marco Polo meritava di essere tramandato.
La trama prende avvio nel 1274, quando il giovane veneziano parte insieme al padre Niccolò e allo zio Matteo per affrontare il leggendario viaggio lungo la Via della Seta. Giunti alla corte del Khan, però, accade qualcosa di traumatico: il padre decide di lasciare Marco nelle mani del sovrano mongolo come pegno, garanzia per ottenere libero accesso alle rotte commerciali che connettono Oriente e Occidente. Un abbandono che segnerà profondamente il protagonista e che diventa il fulcro emotivo dell’intera narrazione.
Da questo momento Marco si ritrova catapultato in un mondo radicalmente diverso da quello che conosceva. Non più la Serenissima, i canali, le architetture gotiche veneziane, ma le steppe infinite, i palazzi della corte imperiale, una cultura che mescola raffinatezza estrema e brutalità primordiale. Il ragazzo deve imparare velocemente le regole di un gioco complesso fatto di intrighi di palazzo, alleanze fragili, tradimenti e guerre di conquista.
La vera scommessa era Lorenzo Richelmy. Affidare a un attore italiano, poco conosciuto al di fuori dei confini nazionali, il ruolo di protagonista assoluto di una serie così costosa rappresentava un rischio enorme. Eppure la scelta si è rivelata azzeccata: Richelmy è credibile, intenso, capace di tenere il palcoscenico anche recitando in inglese accanto a veterani del calibro di Joan Chen (l’imperatrice Chabi) e Pierfrancesco Favino (il padre Niccolò). Non cade nella trappola della macchietta, costruisce un personaggio sfaccettato, diviso tra due mondi, costretto a crescere in fretta per sopravvivere.
Eppure, nonostante l’impegno produttivo e artistico, Marco Polo non ha conquistato né critica né pubblico come sperato. I detrattori hanno lamentato ritmi narrativi troppo lenti, una caratterizzazione a volte debole dei personaggi secondari, una certa prevedibilità nelle dinamiche di potere. Insomma, non è riuscita a diventare quel fenomeno culturale che Netflix si aspettava, capace di rivaleggiare con il dominio assoluto di Game of Thrones.
Tuttavia sarebbe ingiusto liquidare Marco Polo come un semplice flop. La serie ha provato a fare qualcosa di diverso, a raccontare una storia in costume senza cadere negli eccessi camp di certe produzioni, puntando invece su una narrazione più sobria, attenta ai dettagli storici senza però trasformarsi in una lezione accademica. Ha mostrato culture, tradizioni, paesaggi raramente visti sullo schermo occidentale. E ha dato spazio a un cast prevalentemente asiatico in un momento in cui Hollywood veniva ancora accusata di whitewashing sistematico.
Marco Polo resta quindi una di quelle serie che meritano una seconda possibilità. Non sarà perfetta, non cambierà il vostro concetto di televisione, ma offre uno sguardo raro su un mondo affascinante, costruito con cura e passione. E dimostra che anche i cosiddetti fallimenti possono lasciare un segno, aprire strade, ispirare progetti futuri. In fondo, anche il vero Marco Polo non cercava di diventare famoso: voleva solo raccontare ciò che aveva visto, ciò che aveva vissuto. E la serie che porta il suo nome, con tutti i suoi limiti, fa esattamente questo.
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