In questa epopea fantasy che ricorda Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit troverai draghi, mostri e battaglie
03/08/2026 news di Andrea Palazzolo
Un film unico e, purtroppo, poco conosciuto e apprezzato, ma che se hai amato Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit devi vedere.

Ci sono film che nascono sotto una cattiva stella. E poi c’è Il settimo figlio, un fantasy del 2015 che ha collezionato così tanti problemi produttivi, rinvii e passaggi di mano da diventare un caso di studio su come anche con un budget stellare, un cast premio Oscar e un bestseller letterario di partenza si possa confezionare un disastro al botteghino. Ma attenzione: disastro non significa necessariamente privo di fascino.
Anzi, questo pasticcio fantastico diretto dal russo Sergey Bodrov ha una sua dignità kitsch, un’estetica digitale esagerata che lo rende un oggetto curioso, quasi un guilty pleasure per chi ama il fantasy di serie B vestito da produzione hollywoodiana. La storia prende le mosse da L’apprendista del mago, primo capitolo della serie Wardstone Chronicles dello scrittore inglese Joseph Delaney. Siamo in un passato indefinito dove la magia nera minaccia l’umanità e un ordine di guerrieri d’élite, i Falcon Knights, tiene a bada creature soprannaturali, streghe e demoni.
Jeff Bridges interpreta Master John Gregory, ultimo superstite di questa antica dinastia, un cacciatore di streghe incappucciato e burbero che per decenni ha tenuto prigioniera la creatura più pericolosa di tutte: Mamma Malkin, interpretata da una Julianne Moore che sembra divertirsi parecchio a fare la cattiva in versione camp.
Quando durante una notte di Luna di Sangue la strega riesce a evadere trasformandosi in drago, Gregory perde il suo giovane apprendista William Billy Bradley, interpretato nientemeno che da Kit Harington, il Jon Snow di Game of Thrones, qui in un ruolo minore che scompare dopo pochi minuti. È un sacrificio necessario per la trama: Gregory ha bisogno di un nuovo discepolo, e le antiche profezie indicano che solo il settimo figlio di un settimo figlio può sconfiggere Mamma Malkin.
La sceneggiatura, firmata da Charles Leavitt e Steven Knight, accumula a rotta di collo combattimenti, creature digitali, colpi di scena e sottotrame romantiche senza concedere respiro né allo sviluppo dei personaggi né alla costruzione di un vero senso epico. È un montaggio frenetico di situazioni che cerca di tenere incollato lo spettatore con l’azione pura, sacrificando profondità narrativa e coerenza emotiva. Eppure, nel suo essere tutto fuorché sottile, il film ha una sua onestà artigianale.
A distanza di anni, Il settimo figlio merita una rivalutazione, non come capolavoro incompreso ma come esempio di cinema di genere onesto, senza pretese intellettuali, che accetta la propria natura di prodotto di intrattenimento tamarro. Sergey Bodrov, regista kazako naturalizzato russo noto per film d’azione e drammi storici, porta in America il suo talento per le scene d’azione coreografate e un gusto per l’estetica spartana che stride deliberatamente con le ambizioni hollywoodiane del progetto. Il risultato è un ibrido affascinante nella sua imperfezione.
Per gli appassionati di fantasy, Il settimo figlio funziona come un esperimento di cosa succede quando si cerca di americanizzare e rendere più mainstream un racconto che nelle sue origini letterarie aveva un’identità britannica ben definita. Il romanzo di Delaney era ambientato in un Lancashire oscuro e piovoso, pervaso di folklore locale e leggende celtiche. Il film sceglie invece una terra fantasy generica, senza connotazioni geografiche precise, perdendo così la specificità culturale che rendeva interessante il materiale di partenza.
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