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Voto: 6/10 Titolo originale: Voci dal profondo , uscita: 01-03-1991. Regista: Lucio Fulci.

Voci dal profondo, Lucio Fulci guarda la morte in faccia nel suo malinconico penultimo film

16/08/2026 recensione film di Marco Tedesco

Tra giallo, horror soprannaturale e improvvise esplosioni splatter, il film del 1991 è un'opera imperfetta ma profondamente personale, dominata dalle ossessioni più intime del regista

voci dal profondo film fulci

Nel 1991 Lucio Fulci è ormai lontano dalla stagione che lo aveva trasformato in uno dei nomi più riconoscibili dell’horror italiano nel mondo. I mezzi sono ridotti, il cinema di genere nazionale attraversa una crisi quasi irreversibile e il regista porta addosso i segni di anni complicati. Eppure Voci dal profondo, pur con tutti i limiti di una produzione povera, conserva qualcosa che opere più rifinite non possiedono: la sensazione di assistere a un film profondamente personale.

Non è il Fulci di …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà o Paura nella città dei morti viventi, e sarebbe sbagliato cercarlo. Qui le sue ossessioni diventano materiale per un giallo soprannaturale attraversato dalla paura della morte e dall’impossibilità di recidere davvero il legame tra vivi e defunti.

Giorgio Mainardi (Duilio Del Prete), ricco finanziere, muore improvvisamente lasciandosi alle spalle una famiglia divorata da rancori, tradimenti e interessi economici. La figlia Rosy (Karina Huff) comincia a sospettare che quella morte nasconda qualcosa. A guidarla nell’indagine sarà proprio il padre, che dall’aldilà tenta di comunicare con lei.

Fulci costruisce così un curioso incrocio tra whodunit familiare, melodramma funebre e horror medianico, usando soprattutto sogni e visioni per entrare e uscire dalla realtà.

Bastano pochi minuti per ritrovare il suo vocabolario: occhi, sangue, decomposizione, cimiteri, cadaveri e improvvise esplosioni del macabro riaffiorano in una storia che per lunghi tratti possiede invece l’aspetto di un giallo televisivo.

Fulci può indugiare negli intrighi familiari per poi interrompere tutto con immagini provenienti direttamente dal proprio universo: un’autopsia grafica, il cadavere che progressivamente marcisce nella bara, i morti viventi e la surreale sequenza degli occhi serviti a tavola.

Non sempre questi momenti si integrano perfettamente nel racconto, ma sono proprio quelli nei quali Voci dal profondo torna improvvisamente a essere inequivocabilmente fulciano. Quando l’indagine lascia spazio all’incubo, riemerge quella capacità di trasformare il corpo in qualcosa di instabile, contaminato, destinato a oltrepassare continuamente il confine tra vita e morte.

La componente più interessante, però, è forse la famiglia Mainardi. Attorno al morto Fulci costruisce una piccola società dominata dall’avidità, dall’adulterio, dal risentimento e dall’ipocrisia. Giorgio stesso era un uomo prepotente, infedele e tutt’altro che innocente, ma quasi tutti quelli che lo circondano sembrano aspettare soltanto che il cadavere sia abbastanza freddo per spartirsi ciò che resta.

Ne deriva quasi un pamphlet antifamiliare travestito da horror. In questo universo moralmente marcio, Rosy rappresenta l’unico legame capace di sopravvivere alla morte. Ed è suggestivo ricordare che Camilla Fulci, figlia del regista, lavorò al film come assistente alla regia: senza trasformare necessariamente la storia in autobiografia, il rapporto padre-figlia assume inevitabilmente una sfumatura più intima.

Lo stesso Fulci dichiarò di amare molto Voci dal profondo, pur considerandolo compromesso dalle interpretazioni:«È un film meraviglioso con il cast sbagliato».

E proprio il cast rappresenta uno dei problemi. Duilio Del Prete è il volto più convincente, capace di rendere Giorgio sgradevole e insieme malinconico. Karina Huff possiede una naturalezza adatta a Rosy, mentre diverse interpretazioni secondarie risultano troppo marcate. Anche la confezione denuncia la scarsità dei mezzi: fotografia spesso televisiva, ritmo discontinuo ed effetti inevitabilmente artigianali.

La sceneggiatura, sviluppata da Fulci e Daniele Stroppa partendo da un racconto dello stesso regista, alterna inoltre buone intuizioni a ingenuità, dialoghi didascalici e un’indagine meno sofisticata di quanto avrebbe potuto essere. Il mistero non è ciò che rende memorabile il film.

Lo è invece il suo tono.

Voci dal profondo possiede una malinconia cimiteriale che lo distingue dalle opere più feroci di Fulci. Persino sangue e putrefazione sembrano avere ormai qualcosa di contemplativo. La decomposizione del cadavere diventa un orologio: mentre il corpo scompare, diminuisce anche la possibilità di comunicare con i vivi.

È difficile non intravedervi l’ombra di un autore ormai consapevole della propria fragilità e della precarietà di un cinema che lo aveva progressivamente emarginato. Dopo Voci dal profondo sarebbe arrivato soltanto Le porte del silenzio.

Per questo, più che rivalutarlo forzatamente come capolavoro dimenticato, conviene considerarlo per ciò che è: un’opera fragile e discontinua, ma ancora profondamente legata al mondo del suo autore.

Voci dal profondo non possiede più la furia del miglior Lucio Fulci. Possiede però la malinconia di un regista che sembra già interrogarsi su cosa possa sopravvivere alla morte: il ricordo, le immagini, forse il cinema stesso. E visto oggi, sapendo quanto la sua opera sarebbe stata rivalutata negli anni successivi, questo suo ultimo dialogo tra un morto e chi è ancora disposto ad ascoltarlo acquista un significato ancora più potente.

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