Voto: 5/10 Titolo originale: Verity , uscita: 30-09-2026. Budget: $40,000,000. Regista: Michael Showalter.
Verity, recensione: Anne Hathaway e Dakota Johnson intrappolate in un thriller erotico che non osa abbastanza
30/09/2026 recensione film Verity di Gioia Majuna
Michael Showalter adatta il bestseller di Colleen Hoover guardando a Rebecca, Gone Girl e ai thriller erotici degli anni '90, ma dietro la superficie patinata rimangono soprattutto un buon gioco di sospetti e troppi colpi di scena che non reggono

Una scrittrice in difficoltà. Un’autrice di enorme successo immobilizzata dopo un incidente. Il suo affascinante marito. Una villa isolata. Un manoscritto segreto che potrebbe rivelare qualcosa di mostruoso. Verity dispone sul tavolo praticamente tutti gli ingredienti necessari per un thriller erotico irresistibilmente torbido. Il problema è che Michael Showalter sembra molto più bravo a sistemarli che a farli esplodere.
Tratto dal bestseller di Colleen Hoover e sceneggiato da Nick Antosca, il film affida a Dakota Johnson il ruolo di Lowen Ashleigh, romanziera apprezzata ma poco letta che riceve una proposta economicamente impossibile da rifiutare: completare segretamente la fortunatissima saga di Verity Crawford (Anne Hathaway), diventata muta e immobile dopo un incidente automobilistico.
Per consultare gli appunti dell’autrice, Lowen si trasferisce nella sua lussuosa casa, dove trova anche Jeremy (Josh Hartnett), marito di Verity, e soprattutto un’autobiografia incompiuta nascosta in un cassetto. Ciò che legge suggerisce una versione della donna molto diversa da quella conosciuta dal pubblico e trasforma progressivamente la curiosità professionale di Lowen in ossessione, desiderio e sospetto.
È una premessa che evoca inevitabilmente Rebecca: una donna entra nella casa e nella vita di un’altra, sentendone la presenza anche quando questa sembra incapace di agire. Ma Verity filtra quel modello attraverso Gone Girl e il thriller erotico degli anni ’90, riempiendo la villa modernista di corridoi notturni, sguardi trattenuti, corpi desiderati e possibili manipolazioni.
Ed è proprio qui che emerge la prima contraddizione. Il film vorrebbe essere lurido, ma rimane stranamente freddo. Showalter, che aveva diretto Hathaway in The Idea of You, costruisce con competenza l’ambiente ma raramente trova la tensione erotica o il senso di pericolo necessari a sporcarlo davvero. Persino quando i personaggi oltrepassano apertamente certi confini, la messinscena conserva una patina controllata che finisce per neutralizzare la trasgressione.
Hathaway comprende meglio di tutti che materiale ha davanti. Immobilizzata per buona parte del presente narrativo, trasforma Verity in una superficie sulla quale Lowen – e noi insieme a lei – possiamo proiettare qualsiasi cosa. Nei flashback cambia invece registro e abbraccia senza esitazioni il melodramma, giocando con l’immagine della scrittrice seducente, narcisista e forse mostruosa che il manoscritto ci invita a costruire.
Johnson lavora all’opposto. La sua apparente passività può essere efficace perché Lowen deve continuamente decidere che cosa credere, e nei momenti migliori sembra possibile osservare empatia, ambizione e desiderio contendersi il controllo dietro la sua espressione impassibile. Ma quando la storia richiede un cambio di temperatura, quella stessa sottrazione rischia di trasformarsi in inerzia. Hartnett è forse il più funzionale dei tre: abbastanza rassicurante da rendere plausibile l’attrazione di Lowen e abbastanza ambiguo da impedire che Jeremy diventi mai completamente leggibile.
Il punto più interessante di Verity, del resto, non è stabilire immediatamente chi stia dicendo la verità. È osservare quanto velocemente Lowen trasformi ciò che legge in una spiegazione della realtà. Un manoscritto diventa una confessione; una donna immobile diventa una minaccia; un marito in lutto può diventare la vittima perfetta. E più Lowen desidera la vita di Verity – il successo, la casa, Jeremy – più diventa difficile separare l’indagine dalla storia che vorrebbe fosse vera.
In questa idea c’era un thriller molto più sottile: non possiamo conoscere le persone senza trasformarle in personaggi. Anche lo spettatore cade nella stessa trappola, interpretando ogni sguardo attraverso i codici che il cinema gli ha insegnato. Moglie pericolosa, marito troppo perfetto, giovane intrusa: prima ancora che il mistero trovi una soluzione, abbiamo già deciso quale storia stiamo guardando.
Purtroppo il terzo atto preferisce moltiplicare rivelazioni e contro-rivelazioni. L’ambiguità che avrebbe potuto essere il vero punto d’arrivo viene così spiegata, ribaltata e nuovamente complicata fino a perdere forza. Alcune svolte sollevano più domande logiche di quante ne risolvano e il finale pretende di lasciare lo spettatore nel dubbio dopo aver lavorato troppo duramente per manipolarne continuamente le conclusioni.
Verity rimane quindi un oggetto curioso: abbastanza assurdo da divertire, abbastanza elegante da sedurre per qualche tratto, ma mai abbastanza perverso, sensuale o rigoroso da diventare il grande thriller erotico che la sua premessa prometteva. Hathaway lascia il segno, Hartnett comprende bene l’ambiguità del proprio ruolo e Johnson trova qualche momento efficace nella sua opacità. Ma quando arrivano le risposte, il mistero risulta decisamente più interessante delle sue soluzioni.
Nei cinema dall’1 ottobre.
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