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A metà tra House of Cards e 24, ricca di complotti e giochi di potere: il thriller politico Netflix che devi vedere

04/08/2026 news di Andrea Palazzolo

Analisi della serie con Kiefer Sutherland su Netflix. Un thriller politico che mescola gli intrighi di House of Cards con il ritmo di 24.

Kevin Spacey in House of Cards

Quando si parla di thriller politici su Netflix, il primo nome che viene in mente è House of Cards. La serie che ha dato il via all’era delle produzioni originali del colosso dello streaming, con le manovre spietate di Frank Underwood e Claire, ha definito uno standard per il genere. Ma c’è un’altra serie, meno celebrata e forse più sottovalutata, che merita attenzione: Designated Survivor. Un ibrido affascinante che prende gli intrighi politici di House of Cards e li mescola con il ritmo serrato e l’urgenza di 24.

Al centro della storia c’è Thomas Kirkman, interpretato da Kiefer Sutherland, Segretario per lo Sviluppo Abitativo e Urbano: uno dei ruoli più bassi nella gerarchia governativa americana. La sera del discorso sullo Stato dell’Unione, Kirkman viene designato come “designated survivor”, ovvero la persona che, per protocollo, deve rimanere in un luogo sicuro nel caso accada l’impensabile.

E l’impensabile accade. Un attacco terroristico devasta il Campidoglio durante il discorso, uccidendo il Presidente e l’intera linea di successione. In una notte, Kirkman passa dall’essere un funzionario marginale al diventare il Presidente degli Stati Uniti. Un incubo burocratico e personale che lo catapulta in un ruolo per cui non si è mai preparato.

La premessa è potente e originale. Cosa significa governare quando non hai mai voluto farlo? Come si gestisce una nazione in lutto e nel caos quando la tua carriera è stata costruita su questioni abitative, non su sicurezza nazionale o diplomazia internazionale? Designated Survivor esplora questa tensione con intelligenza, almeno nelle sue intenzioni. Kirkman è un uomo che deve imparare sul campo, circondato da consiglieri che oscillano tra il supporto leale e il cinismo politico, mentre cerca di scoprire chi c’è dietro l’attacco che lo ha reso Presidente.

Ma la serie non si accontenta di essere solo un dramma politico. Vuole anche essere un thriller investigativo, con una cospirazione che si dipana episodio dopo episodio, cercando di superare in colpi di scena persino l’esplosione del Campidoglio. Ed è qui che Designated Survivor mostra i suoi limiti.

La serie non sempre riesce a bilanciare le sue diverse anime: da un lato c’è il ritratto di un uomo comune che cerca di fare la cosa giusta in circostanze impossibili, dall’altro c’è un complotto labirintico che tenta di essere più scioccante di quanto serva davvero. A volte sembra che lo show non sappia quale storia vuole raccontare, oscillando tra idealismo politico e paranoia da spy thriller.

Il ritmo è un altro elemento a favore dello show. Ogni episodio si muove velocemente, saltando da una crisi all’altra, da una riunione in sala situazioni a un confronto con il Congresso, da un’indagine dell’FBI a un momento di intimità familiare. Questo montaggio serrato fa scorrere le puntate, che raramente superano i 50 minuti, e rende la visione piacevolmente compulsiva. Anche quando la serie si carica di troppe sottotrame, la rapidità narrativa impedisce che la noia prenda piede.

La serie si compone di 53 episodi distribuiti in tre stagioni: 21 nella prima, 22 nella seconda e 10 nella terza. Non è un impegno proibitivo, e la natura episodica della narrazione la rende perfetta per una maratona. Ogni stagione ha i suoi alti e bassi, ma nel complesso Designated Survivor offre abbastanza suspense, dramma e momenti genuinamente toccanti da giustificare ampiamente il tempo investito.

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