Voto: 5.5/10 Titolo originale: The Devil's Mouth , uscita: 29-07-2026. Regista: Jeff Wadlow.
La Bocca del Diavolo, recensione: quando l’amicizia tossica fa più paura dello squalo
29/07/2026 recensione film La bocca del diavolo di Gioia Majuna
Kathryn Newton e Lana Condor affrontano uno squalo toro nelle grotte della Thailandia, ma il survival di Jeff Wadlow trova i suoi momenti migliori nello scontro tra le due protagoniste

Con il 2026 ormai invaso dagli shark movie, distinguersi è diventato sempre più difficile. Dopo Under Paris, Deep Water, Thrash e gli altri titoli usciti negli ultimi mesi, anche La Bocca del Diavolo, disponibile su Prime Video, parte da una premessa che sembra l’ennesima variazione sul tema: cinque ragazzi in vacanza, uno squalo toro e un sistema di grotte sommerse da cui è impossibile fuggire.
Il film diretto da Jeff Wadlow, però, prova almeno a spostare il centro del racconto. Il vero mostro non è soltanto il predatore che nuota nell’acqua torbida, ma un rapporto d’amicizia diventato soffocante, in cui l’affetto si è trasformato lentamente in controllo. È un’intuizione semplice, ma sufficiente a dare un’identità a un survival che, per il resto, segue senza troppe sorprese le regole del genere.
Sara, interpretata da Kathryn Newton, e Max, a cui presta il volto Lana Condor, sono amiche dai tempi del college. Dopo la morte del padre di Sara, è stata Max ad aiutarla a uscire da una profonda depressione, diventando qualcosa di più di una semplice migliore amica.
Ora, però, quel legame comincia a mostrare tutte le sue crepe. Sara vorrebbe finalmente costruirsi una vita autonoma, mentre Max continua a trattarla come una persona da proteggere, decidendo costantemente cosa sia meglio per lei.
Durante una vacanza in Thailandia insieme ad altri tre amici, il gruppo decide di esplorare una spettacolare rete di grotte marine. Ignorando i consigli della guida locale, imbocca il percorso più difficile proprio mentre una serie di tempeste ha alterato l’ecosistema della zona, spingendo uno squalo toro all’interno dei tunnel allagati.
Da quel momento La Bocca del Diavolo diventa ciò che promette: un survival claustrofobico costruito su corridoi sommersi, passaggi sempre più stretti e una creatura che può emergere da qualsiasi angolo del buio.
La scelta dell’ambientazione funziona. I classici shark movie giocano spesso sugli spazi aperti dell’oceano, mentre qui Wadlow sfrutta l’effetto opposto. I personaggi non hanno praticamente margini di fuga, l’acqua è torbida, le pareti di roccia restringono continuamente il campo d’azione e ogni immersione diventa una scommessa.
La sensazione di claustrofobia è più efficace della presenza stessa dello squalo e rappresenta probabilmente l’elemento più riuscito della regia.
Anche la gestione dello spazio convince più del previsto. Una semplice sovrimpressione della mappa permette allo spettatore di orientarsi all’interno del labirinto di grotte senza interrompere il ritmo dell’azione, evitando quella confusione geografica che spesso penalizza questo tipo di produzioni.
È invece il protagonista animale a lasciare qualche perplessità. Lo squalo compare relativamente poco e il ricorso alla CGI, pur mascherato dall’oscurità dell’ambiente, non riesce quasi mai a conferirgli una presenza davvero memorabile.
Le scene d’attacco sono discrete e qualche momento riesce a sorprendere, ma manca quella brutalità capace di trasformare un semplice B-movie in un piccolo cult. Il film rimane costantemente entro limiti piuttosto prudenti, preferendo la tensione all’eccesso splatter.
Fortunatamente, la sceneggiatura di Aja Gabel e Myung Joh Wesner trova altrove il proprio elemento distintivo. Più che sullo squalo, insiste sul rapporto tra Sara e Max, trasformando il survival in una riflessione, per quanto semplice, sulle amicizie che finiscono per diventare dipendenze emotive.
Max si autodefinisce la “CEO del divertimento”: è quella che organizza ogni attività, prende tutte le decisioni e trascina il gruppo ovunque voglia andare. È convinta di sapere sempre cosa sia meglio per Sara, senza accorgersi che quella premura si è trasformata da tempo in una forma di possesso.
Sara, al contrario, appare inizialmente timida, insicura e incapace di prendere posizione. Proprio l’arrivo dello squalo ribalta però completamente gli equilibri. Mentre Max perde progressivamente il controllo della situazione, è Sara a dimostrare sangue freddo, lucidità e capacità di leadership.
Non è un percorso particolarmente originale, ma funziona soprattutto grazie alle due interpreti.
Kathryn Newton continua a confermarsi una presenza affidabile nel cinema di genere. Dopo Freaky, Lisa Frankenstein e Abigail, riesce ancora una volta a dare credibilità a un personaggio che sulla carta rischiava di essere poco più della classica final girl.
Il cambiamento di Sara non appare improvviso o artificiale: cresce gradualmente, scena dopo scena, fino a diventare il vero motore del film.
Anche Lana Condor si diverte a sporcare l’immagine costruita con la trilogia di Tutte le volte che ho scritto ti amo. La sua Max è irritante, egocentrica e spesso incapace di ascoltare chi le sta intorno, ma non diventa mai una semplice caricatura.
Il film lascia intuire come il suo bisogno di controllare Sara nasca anche dalla paura di perdere il ruolo centrale che ha avuto nella sua vita dopo il lutto. È una sfumatura che aggiunge un minimo di complessità a un personaggio che avrebbe potuto facilmente trasformarsi nella solita antipatica di turno.
Peccato che tutto il resto del gruppo rimanga appena abbozzato. I personaggi interpretati da Nico Hiraga, Gavin Casalegno e Tommi Rose esistono quasi esclusivamente per soddisfare le necessità della sceneggiatura e diventano rapidamente carne da squalo.
È un limite comune a molti survival contemporanei, ma qui si avverte ancora di più perché il contrasto con le due protagoniste è evidente.
Anche Jeff Wadlow continua a confermarsi un regista più solido sul piano dell’efficienza che su quello della personalità. Dopo Obbligo o verità, Fantasy Island e Imaginary, costruisce un film che scorre senza grandi cadute, dirige con chiarezza le sequenze d’azione e mantiene costante la tensione, ma raramente trova immagini davvero memorabili o momenti destinati a rimanere impressi.
Alla fine, La Bocca del Diavolo è probabilmente uno degli shark movie arrivati direttamente in streaming più interessanti degli ultimi tempi, non perché reinventi il genere, ma perché capisce che il pubblico ha bisogno di qualcosa in più di una lunga serie di attacchi sott’acqua.
Lo squalo è il motore dell’azione, ma è il rapporto tra Sara e Max a tenere vivo l’interesse fino all’ultimo.
Non basta per trasformarlo in un nuovo punto di riferimento del cinema acquatico, ma è sufficiente per renderlo un B-movie dignitoso, ben interpretato e più intelligente di quanto la sua premessa lasci immaginare.
A volte il predatore più pericoloso non è quello con i denti più affilati, ma la persona convinta di sapere sempre cosa sia meglio per noi.
Su Prime Video dal 29 luglio.
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