Voto: 6/10 Titolo originale: Deep Water , uscita: 30-04-2026. Regista: Renny Harlin.
Deep Water – Incubo negli Abissi, recensione: il ritorno di Renny Harlin al cinema degli squali
22/07/2026 recensione film Deep Water - Incubo degli abissi di Marco Tedesco
Aaron Eckhart e Ben Kingsley guidano un survival che recupera il cinema catastrofico degli anni Settanta e lo contamina con lo sharksploitation

Un aereo precipita nell’Oceano Pacifico, si spezza in più tronconi e lascia una trentina di superstiti alla mercé di un branco di squali mako. A Renny Harlin non serve altro per costruire Deep Water – Incubo negli Abissi, un film che sembra nato dall’unione di due titoli recuperati da una videoteca degli anni Settanta: un disaster movie aeroportuale e un’avventura marina concepita sull’onda infinita de Lo squalo. Il risultato è rozzo, derivativo e popolato da personaggi ridotti a poche caratteristiche elementari, ma possiede almeno una qualità ormai meno comune di quanto dovrebbe: sa esattamente quale spettacolo vuole offrire.
Per quasi metà della durata, gli squali non si vedono. Harlin preferisce accompagnare i passeggeri durante l’imbarco, presentare l’equipaggio e predisporre con calma la catena di errori destinata a provocare il disastro. In cabina ci sono Rich, comandante prossimo alla pensione interpretato da Ben Kingsley, e il primo ufficiale Ben, al quale Aaron Eckhart presta la consueta miscela di durezza e malinconia. Tra i passeggeri sfilano famiglie ricomposte, innamorati, adolescenti, anziane battagliere e l’immancabile individuo talmente insopportabile da far attendere la sua morte più della comparsa dei predatori.
Dan, interpretato con repellente convinzione da Angus Sampson, fuma dove non dovrebbe, maltratta chiunque gli capiti vicino e imbarca un dispositivo difettoso nel bagaglio. È la scintilla letterale e narrativa del film. Quando l’apparecchio prende fuoco nella stiva, Deep Water smette di accumulare stereotipi e permette finalmente a Harlin di tornare nel territorio in cui si è sempre mosso meglio: la distruzione organizzata.
La lunga sequenza dell’incidente è senza dubbio la parte più riuscita. Il fuoco passa dalla stiva alla cabina, le bombole diventano proiettili, i carrelli si muovono tra i sedili e una falla nella fusoliera risucchia uomini e oggetti nel cielo. Harlin dirige il caos con una chiarezza che molti action contemporanei hanno dimenticato. Ogni nuovo guasto deriva dal precedente, la geografia dell’aereo rimane leggibile e la tensione nasce dalla sensazione che una situazione già compromessa possa sempre peggiorare. Non c’è particolare originalità, ma c’è mestiere, e il regista di Die Hard 2 dimostra di saper ancora trasformare una serie di incidenti tecnici in un crescendo spettacolare.
Il problema è che Deep Water raggiunge il proprio apice prima ancora di entrare davvero nel genere con cui è stato venduto. Quando l’aereo tocca l’acqua e il branco comincia a circondare i superstiti, il disaster movie diventa uno shark movie molto più prevedibile. Gli attacchi arrivano puntuali, le pinne tagliano la superficie, qualcuno viene trascinato sott’acqua e qualcun altro perde un arto. Harlin non costruisce la paura attraverso l’attesa: mostra gli squali, li fa balzare verso la macchina da presa e affida alla CGI il compito di generare il soprassalto.
È inevitabile pensare a Blu Profondo, ma non soltanto perché dietro la macchina da presa c’è lo stesso regista. Quel film accettava senza esitazioni la propria natura assurda: squali geneticamente modificati, laboratori sommersi, morti improvvise e una gioia quasi infantile nel superare continuamente il limite. Deep Water è più costoso e controllato di tanti prodotti destinati direttamente allo streaming, ma anche stranamente rispettabile. Harlin sembra voler prendere sul serio il dolore dei personaggi, alternando le aggressioni a confessioni, sacrifici e riconciliazioni familiari.
Questa sincerità non è necessariamente un difetto. Anzi, rende il film meno cinico della maggior parte degli horror acquatici recenti. Il regista concede peso persino ad alcune morti annunciate e mantiene viva l’idea che ogni superstite, per quanto schematico, appartenga a una rete di rapporti che il disastro ha spezzato. Ma il materiale umano non è abbastanza solido da sostenere simili ambizioni. I personaggi restano archetipi da vecchio cinema catastrofico, tratteggiati in pochi minuti affinché il pubblico possa distinguerli prima che vengano dispersi tra i relitti.
Aaron Eckhart riesce comunque a dare consistenza a Ben, pilota competente che accetta voli sempre più lunghi anche per sottrarsi a una famiglia schiacciata dalla malattia del figlio. Il suo legame con la giovane Cora riattiva un istinto paterno che il film rende fin troppo esplicito, ma Eckhart possiede la fisicità giusta per un eroe stanco, capace di guidare gli altri senza sembrare invulnerabile. Kingsley, invece, attraversa il film con un’ironia appena accennata, riuscendo a conferire una certa autorevolezza anche a un comandante introdotto mentre canta Fly Me to the Moon al karaoke.
Attorno a loro, la scrittura procede per scorciatoie. Le relazioni sentimentali, i conflitti tra passeggeri e le improvvise prove di coraggio sono costruiti con una prevedibilità quasi rassicurante. Non c’è mai il dubbio che il personaggio più odioso continuerà a creare problemi anche sopra un pezzo di fusoliera circondato dagli squali, né che la ragazzina inizialmente ostile al fratellastro scoprirà di amarlo quando sarà troppo tardi. Il film non sorprende e non sembra particolarmente interessato a farlo.
Eppure, proprio questa adesione a un modello antico gli conferisce una consistenza che manca a molto cinema catastrofico contemporaneo. Harlin dedica tempo alla preparazione, mostra come i diversi frammenti dell’aereo siano disposti sul reef e chiarisce le distanze che separano i superstiti dalle scialuppe e dal relitto. Anche quando la suspense è elementare, sappiamo sempre quale spazio debba essere attraversato e quale rischio comporti ogni movimento. È una regia funzionale, talvolta persino elegante, applicata a una sceneggiatura che ragiona soprattutto per emoji: aereo, fuoco, oceano, squali, sangue.
Deep Water – Incubo negli Abissi non reinventa lo sharksploitation e non recupera la follia di Blu Profondo. Funziona meglio quando dimentica i predatori e si concentra sul progressivo collasso del velivolo, mentre perde energia ogni volta che affida a uno squalo digitale il compito di scuotere lo spettatore. Ma definirlo soltanto un prodotto scadente significherebbe ignorare il piacere artigianale con cui Harlin orchestra il disastro e la sorprendente serietà con cui osserva i suoi improbabili naufraghi.
È cinema di serie B realizzato con mezzi abbastanza solidi da ricordare un’epoca in cui anche i film più sciocchi cercavano di costruire uno spettacolo completo. Non è profondo, non è davvero spaventoso e difficilmente resterà impresso, ma per quasi due ore mantiene la promessa contenuta nella propria assurda premessa. A volte, per un aereo precipitato in mezzo a un branco di squali, può bastare.
Nei cinema dal 23 luglio.
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