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6/10 su 286 voti. Titolo originale: The Stand , uscita: 08-05-1994. Stagioni: 2.

Dossier | L’Ombra dello Scorpione di Mick Garris (1994): una miniserie che tenta l’impossibile

27/08/2020 recensione serie tv di William Maga

Gary Sinise, Jamey Sheridan e Ruby Dee erano i protagonisti della trasposizione in 4 parti del mastodontico romanzo di Stephen King, un adattamento povero e svogliato, figlio del suo tempo

Kareem Abdul-Jabbar in L'ombra dello scoprione (1994)

L’Ombra dello Scorpione (The Stand, 1978) è stato il quarto romanzo mai scritto da Stephen King. L’autore del Maine aveva cercato di scrivere un equivalente de Il Signore degli Anelli (1954-5), ma utilizzando lo sfondo americano come ambientazione. Rielabora a suo modo l’episodio di cronaca visto in TV di un incidente nel 1968 in cui alcuni agenti biologici in mano all’esercito erano stati accidentalmente versati uccidendo diverse migliaia di pecore. L’Ombra dello Scorpione è – ad oggi – ancora il lavoro più lungo del Re del brivido (e anche più lungo nella versione integrale che Stephen King pubblicò nel 1990, circa quattrocento pagine extra). Il libro ha vinto il prestigioso World Fantasy Award ed è stato costantemente inserito in vari sondaggi tra i classici della letteratura di tutti i tempi. L’autore ha poi incluso un cameo dell’inviato demoniaco Randall Flagg in altre sue opere, come Gli occhi del drago (1986) e La torre nera.

L'Ombra dello Scorpione serie 1994 posterL’Ombra dello Scorpione è un’opera che ha messo alla prova svariati registi che hanno provato ad approcciarla per la sua vastità. All’inizio degli anni ’80, George A. Romero voleva realizzarne un film in due parti. A quei tempi, un film che divideva in due parti la storia era considerato commercialmente impensabile e così Romero non potè ottenere il finanziamento. Stephen King e il regista se ne andarono però a collaborare su Creepshow (1982), progetto dalle dimensioni più appetibili. Alcuni anni dopo, nel 1994, il libro venne finalmente trasformato in una miniserie della ABC in 4 parti con una sceneggiatura dello stesso Stephen King.

Lo show venne affidato a Mick Garris, che aveva iniziato la sua collaborazione con lo scrittore del Maine dirigendo il non esattamente riuscito adattamento di I Sonnambuli (1992), che sarebbe poi proseguita con la miniserie televisiva di Shining (1997), il film per la TV I racconti di Quicksilver (1997), il film Riding the Bullet (2004) e le trasposizioni in miniserie TV di Desperation (2006) e Mucchio d’ossa (2011).

La storia è più o meno nota. Un soldato di servizio all’ingresso di una base militare della California riesce a fuggire, mentre tutto il personale all’interno viene infettato da un’epidemia virale, ma alla fine si schianta in una stazione di servizio nel Texas orientale, morendo anch’egli per l’infezione. Altri militari arrivano sul posto e prendono in custodia tutti i presenti. Gli altri soccombono e l’unico che rimane illeso è Stu Redman. Il virus, soprannominato Capitan Trips, si diffonde rapidamente in tutti gli Stati Uniti, uccidendo il 99,9% della popolazione. Solo una manciata di sopravvissuti sparsi resiste. Queste persone iniziano però presto a fare dei sogni, con alcuni che sognano di recarsi da Mamma Abigail Freemont, una donna di 106 anni che vive in una fattoria nel Nebraska. Guidata dalle visioni di Dio intende creare una nuova casa per loro a Boulder. Altri sognano invece di unirsi a un inviato demoniaco noto come Randall Flagg, che sta radunando tutti i pazzi, i reietti e i criminali mentre costruisce una sua base tra le rovine di Las Vegas. I sopravvissuti seguono le visioni che li portano in entrambi i luoghi, mentre le forze si riuniscono per uno scontro finale tra il Bene e il Male.

I problemi principali con la miniserie L’Ombra dello Scorpione sono riconducibili quasi tutti proprio al regista, specialmente perché dimostra di non aver alcuna comprensione di cosa significhino sfumature e sottigliezze. Ogni cosa è ampiamente evidenziata e sottolineata sullo schermo, in un modo che tutti possono capire.

La parte peggiore di L’Ombra dello Scorpione è però forse l’infatuazione di Mick Garris per i momenti shock improvvisi, che vengono reiterati fino alla nausea, ignaro che la ripetizioni portino inevitabilmente a un affievolimento dell’effetto sperato o, peggio, piazzandoli in momenti poco propizi. La miniserie è piena di queste trovate, come lo special guest Kareem Abdul-Jabbar che guarda in camera per dire ad Adam Storke “Sta venendo per te, Larry”, oppure le facce morte che si voltano verso Storke dalle macchine nel Lincoln Tunnel. O, ancora, la fuga di Gary Sinise dal laboratorio che è come un brutto spettacolo in maschera di Halloween pieno di corpi che cadono dagli ascensori sullo schermo, Sherman Howard che riappare da dietro per afferrare Sinise dopo essere stato ucciso, o qualcosa di morto che si protende dalle scale per gridare “Scendi e mangia il pollo con me, bella!”. I vari sogni che i personaggi fanno sembrano poi consistere in nient’altro che in questo tipo di ‘spaventi a sorpresa’ popolati da un Jamey Sheridan dagli occhi rossi che spunta fuori dai campi di grano.

Laura San Giacomo in L'ombra dello scorpione (1994)A onor del vero, in qualche momento occasionale Mick Garris ci delizia con qualcosa di più, come l’immagine di Adam Storke che strimpella Eve of Destruction su una chitarra alla fine di una fila di macchine abbandonate mentre la città di Des Moines brucia sullo sfondo. Tuttavia, è difficile sorvolare sugli aspetti più dilettanteschi di L’Ombra dello Scorpione: nell’episodio 1, La Peste, il regista orchestra quella che è probabilmente la scena di rapina di un minimarket più inadeguatamente messa in scena che sia mai stata diretta. Guardando la miniserie oggi in home video, la visione è poi ulteriormente ‘ostacolata’ da una fotografia (opera di tal Edward J. Pei) che inonda tutto di toni blandamente incolori, con predominanza del seppia.

In molti vedendola si saranno chiesti come sia possibile amare tanto il romanzo di Stephen King e, allo stesso modo, detestarne questo adattamento, che – con le dovute cautele – è non solo piuttosto fedele, ma è stato anche scritto dal medesimo autore. La risposta può risiedere nel fatto che il Re del brivido possiede la maestria di costruire grandiose storie sulla pagina, mostrando le forze del Bene e del Male messe l’una contro l’altra mentre mette in posizione gli eventi come i pezzi su una scacchiera. È una storia ricca di presagi oscuri, immersa in un epico senso del destino e della predestinazione.

Sullo schermo, tuttavia, e nelle mani di Mick Garris, tutto questo si traduce solo in ‘semplici’ immagini bibliche calcate con mano pesante. Mamma Abigail (Ruby Dee) parla come una predicatrice del XIX secolo: la si vede seduta sulla veranda mentre canta What a Friend We Have in Jesus (1855), pregare per scacciare Flagg e si riferisce ai sopravvissuti chiamandoli ‘Figli di Israele”, mentre offre numerosi avvertimenti sulla volontà di Dio e sul proprio orgoglio peccaminoso. Randall Flagg è invece meno un’incarnazione di qualcosa di mitico di quanto non sia solamente un Jamey Sheridan un po’ più tosto del solito con gli occhi rossi mescolato con alcuni effetti di morphing demoniaci davvero datati, oltre a qualche effetto sonoro assortito extra quando compare di tanto in tanto per ringhiare in faccia alle persone.

Jamey Sheridan in l'ombra dello scorpione (1994) serieLa miniserie di L’Ombra dello Scorpione è ambientata inoltre in un mondo che sembra afflitto da sgradevoli differenze: quelli con problemi di salute mentale, un passato criminale o sono solo ‘strani’ e socialmente disadattati sono dalla parte del Male (e si riuniscono a Las Vegas, che è considerata la capitale del vizio per antonomasia). Al contrario, tutte le persone dalla parte del Bene sono infuse di decoro casalingo, indossano plaid e sembrano appena usciti da una messa in chiesa e sono guidate da una donna timorata di Dio, con i piedi per terra e piena di dura saggezza (anche se con un tocco fondamentalista aspramente ascetico).

È anche una miniserie in cui l’immaginario biblico di ‘mano pesante’ è indubbiamente legato all’immagine della bandiera americana. Non si può fare a meno di pensare, guardando l’interpretazione di Mick Garris della visione battista di Stephen King sulle conseguenze della fine del mondo, che la sua visione sia stata in qualche modo associata al Destino manifesto. La bandiera a stelle e strisce è visibile in molte scene di L’Ombra dello Scorpione. C’è anche nella scena estremamente imbarazzante in cui si forma il consiglio comunale (in una sala dove sullo sfondo è presente un murale dei pionieri) e il primo ordine del giorno è Gary Sinise che chiede a tutti di alzarsi per cantare l’inno nazionale statunitense.

Inoltre, la storia si svolge solamente nel continente americano: non si fa menzione se altre parti del mondo siano state colpite dalla piaga o se i sopravvissuti in queste regioni avessero i loro equivalenti di Flagg e Mamma Abigail. In effetti, nemmeno il romanzo faceva grande luce su questo aspetto: non ci sono sopravvissuti dal Sud America o dal Canada che si sono uniti al gruppo, anche se la fine del mondo dovrebbe significare sicuramente che qualsiasi concetto di confine sia ormai insignificante. E se è vero che ci sono diversi neri, asiatici o latini non compaiono tra i sopravvissuti.

Gary sinise in l'ombra dello scorpione (1994) serieSpesso sembra che il casting di L’Ombra dello Scorpione sia stato fatto in fretta e furia, prendendo gli attori che fossero disponibili e si adattassero almeno vagamente alle descrizioni dei relativi personaggi. Non si può condannare un adattamento per il modo in cui i protagonisti differiscono da quello che il pubblico immaginava fossero, perché si tratta semplicemente di un’interpretazione soggettiva, anche se si possono tranquillamente criticare – come in alcuni esempi che vedremo – quando differiscono da come l’autore intendeva che fossero. E nel caso della miniserie del 1994, non c’è un solo personaggio sullo schermo che ricordi il modo in cui i lettori se lo possono essere prefigurato leggendo il libro.

Tutte le altre prove sembrano frutto di errore di casting o svogliate. Matt Frewer, di solito un grande caratterista specializzato in ruoli stravaganti, è ridicolmente esagerato e monocorde come Spazzatura, un ruolo che sembra consistere nel ripetere a oltranza la frase “La mia vita per te”. L’Harold di Corin Nemec non ha altra caratterizzazione che essere un nerd occhialuto, brufoloso e viscido dagli occhi sfuggenti, il che significa – quindi – che è per forza schiavo dei poteri dell’oscurità. Il Larry di Adam Storke è ok, ma è piuttosto insipido considerando che è il vero co-protagonista della storia: gli viene affidato un arco narrativo in cui non è altro se non un bravo ragazzo che ha un passato come cantante (che almeno è un retroscena migliore di quello dell Stu di Gary Sinise , di cui non sappiamo proprio niente, tranne che proviene dal Texas orientale).

La performance più assurda dell’intera serie arriva però da Shawnee Smith, che interpreta una liceale bisognosa e svagata, distruggendo il potenziale di quella che avrebbe dovuto essere una scena drammatica in cui convince Tom Cullen (un discreto Bill Faggerbakke) che l’antiacido è veleno e la trasforma in qualcosa che sembra uscito dalla serie The Beverly Hillbillies. Risulta poi difficile prendere sul serio Jamey Sheridan nei panni di una sorta di inviato dell’Inferno quando è vestito in jeans e ha lunghi capelli da rocker anni ’80 e in tutte le sue scene agisce con modi affabili come se salutasse i fan al bar del quartiere piuttosto che come il Male incarnato.

ruby dee in l'ombra dello scorpione (1994) serieI personaggi di L’Ombra dello Scorpione appaiono piatti. Ciò è particolarmente evidente in alcune delle morti: Nick Andros (Rob Lowe) viene ucciso dalla bomba, ma la miniserie dà alla sua dipartita così poca importanza ed emozione che sembra nelle scene successive che il personaggio sia semplicemente momentaneamente scomparso. Idem per la morte di Mamma Abigail, un evento che dovrebbe gettare nello sconforto più totale una comunità che ha perso la sua guida. L’accento emotivo viene riposto più sul destino di Nadine che su coloro che periscono nell’esplosione nucleare. In effetti, c’è una singolare mancanza generalizzata di performance memorabili.

Ancora più assurda è la descrizione di Nadine Cross, che viene descritta come una sposa virginale e intoccabile destinata a sposare l’oscurità che la sta inghiottendo, anche se cerca di combatterla. La ‘piccola’ Laura San Giacomo (appena 157 cm), con le sue parrucche improponibili, appare fragile e nervosa fin dall’inizio, non la fredda e inaccessibile regina di ghiaccio che Stephen King aveva plasmato nel libro. Certo, se la cava bene quando si tratta delle scene verso la fine della miniserie in cui emerge dallo shock della sua prima notte di nozze per schernire Randall Flagg che il suo impero sta cadendo a pezzi.

Questo, tuttavia, non può cancellare dagli occhi una delle scene più incredibilmente ridicole di L’Ombra dello Scorpione. All’inizio del quarto episodio – Il Fondamento – Laura San Giacomo si dirige verso la sua prima notte di nozze con l’inviato del Diavolo, guidando attraverso il deserto dello Utah su uno scooter rosa con sciarpa rosa abbinata che vola nella brezza. Un’immagine che dovrebbe far trasalire ogni lettore e che manda in vacca qualsiasi pretesa di serietà della miniserie. Sempre che non vi sia bastato il momento in cui Corin Nemec sta realizzando la sua bomba con l’accompagnamento musicale di Disco Inferno o la scena della sua morte, quando cade su un burrone accompagnato da un assurdamente lungo Wilhelm Scream.

Da segnalare, in chiusura, che il primo episodio in particolare presenta una serie di cameo non accreditati di attori famosi che sono apparsi anche in altre produzioni ispirate a opere di Stephen King, come Ed Harris (Cose preziose) e Kathy Bates (Misery non deve morire), ma compaiono anche il Re del brivido e Mick Garris stessi e gli illustri colleghi Sam Raimi e John Landis.

In definitiva, L’Ombra dello Scorpione è una miniserie imperfetta, figlia degli anni ’90 certo, dozzinale e con pochi mezzi, costretta in appena 4 segmenti a raccontare quanto narrato in oltre 1.300 pagine. Ben venga quindi la nuova trasposizione di CBS All Access, che potrebbe (il condizionale è d’obbligo, visto quello che spesso succede con gli scritti di Stephen King …) garantire la giusta quantità di tempo per sviluppare i personaggi e la storia, col supporto degli effetti speciali necessari.

Di seguito il trailer di L’Ombra dello Scorpione: