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Ha anticipato Westworld e sembra uscita da un romanzo di Asimov: questa serie sci-fi è da riscoprire

05/09/2026 news di Andrea Palazzolo

Ecco la serie che ha anticipato Westworld di un anno esplorando coscienza robotica e IA. La serie britannica con Gemma Chan.

Una scena di Humans

Un anno prima che Westworld di HBO scioccasse il pubblico con le sue riflessioni morali sulla coscienza robotica, una produzione anglo-americana stava già esplorando territorio simile con una profondità narrativa sorprendente. Si tratta di Humans, serie in tre stagioni trasmessa da AMC e Channel 4 tra il 2015 e il 2018, un gioiello di fantascienza che merita di essere riscoperto come uno degli esperimenti più riusciti nel portare sullo schermo le idee di Isaac Asimov.

La sfida di adattare Asimov per la televisione è sempre stata considerata quasi impossibile. I suoi romanzi, pilastri della fantascienza hard, sono ricchi di speculazioni teoriche ma scarni sul piano della caratterizzazione dei personaggi. Foundation, ad esempio, è più una storia immaginaria del futuro dell’umanità che un racconto con protagonisti definiti, rendendo la lettura un’esperienza cerebrale ma emotivamente distante. Eppure, come ha dimostrato Apple TV+ con la sua recente trasposizione di Fondazione, trasformando libri aridi in un’opera politica ricca di intrighi alla Game of Thrones, è possibile estrarre umanità dalle teorie asimoviane.

Humans ha compiuto un’operazione simile, partendo dal libro Real Humans di Lars Lundström del 2012 per costruire una visione della Gran Bretagna futuristica dove robot umanoidi chiamati Synth svolgono i lavori che gli esseri umani preferiscono evitare. La premessa ricorda inevitabilmente Westworld, ma con una differenza fondamentale: mentre la serie HBO si concentrava su un parco a tema dove i ricchi potevano dare sfogo ai loro impulsi più oscuri, Humans portava i robot direttamente nelle case, negli uffici, nella quotidianità britannica.

Il cast ensemble della serie includeva Emily Berrington, Pixie Davis, Sope Dirisu e Katherine Parkinson, con l’aggiunta di Carrie-Anne Moss nella seconda stagione. Ma la vera rivelazione fu Gemma Chan nel ruolo di Anita, una synth domestica acquistata da una famiglia. La performance di Chan è un capolavoro di sottrazione: riesce a essere simultaneamente riconoscibile come umana, tragicamente simpatica e inquietantemente artificiale, navigando quella valle misteriosa tra l’organico e il meccanico con una precisione che ricorda il David di Michael Fassbender in Prometheus o l’Ava di Alicia Vikander in Ex Machina.

Quella interpretazione fu il trampolino che catapultò Chan nell’olimpo hollywoodiano, portandola a ruoli in Crazy Rich Asians, Captain Marvel, Eternals e The Creator. Guardare Humans oggi significa assistere alla nascita di una star, cogliere il momento esatto in cui un’attrice dimostra di possedere quella rara capacità di rendere credibile l’impossibile.

La serie poneva domande scomode sulla natura della coscienza, del consenso e dello sfruttamento in modi che anticipavano molti dei dibattiti contemporanei sull’intelligenza artificiale. Se i synth possono pensare e sentire, il loro utilizzo come forza lavoro non retribuita non è forse una forma di schiavitù? Se sviluppano relazioni affettive con gli umani, queste sono genuine o programmate? E soprattutto: chi è più umano, il robot che desidera la libertà o la persona che lo tiene in cattività?

Quando si parla di serie che hanno ridefinito il genere robotico in televisione, Westworld ottiene giustamente gran parte dell’attenzione critica. Ma Humans merita di essere ricordata come la serie che, un anno prima, aveva già iniziato a esplorare quel territorio con una voce propria, distintiva e incredibilmente efficace. Per chi cerca fantascienza che fa pensare oltre l’episodio successivo, che lascia domande irrisolte nella mente e sfida le certezze morali, questa gemma britannica rimane essenziale quanto le produzioni più celebrate del genere.

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