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6/10 su 70 voti. Titolo originale: The Young Indiana Jones Chronicles , uscita: 04-03-1992. Stagioni: 3.

Riflessione | Le avventure del giovane Indiana Jones: non c’è Harrison Ford, ma va bene lo stesso

04/08/2021 recensione serie tv di William Maga

Per due stagioni a inizio anni '90 Sean Patrick Flanery si è calato nei non semplici panni dell'archeologo in TV, dimostrando come bastassero buone sceneggiature per replicare il successo del collega al cinema

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Se Indiana Jones 5 raggiungerà effettivamente i cinema il 29 luglio 2022 (una data che è stata posticipata già innumerevoli volte …), Harrison Ford avrà per allora compiuto 80 anni. Nonostante la sua età avanzata, ci sono pochi attori nella storia del cinema che continuano a suscitare grande attesa quanto l’attore nato a Chicago nel 1942. L’idea di effettuare un recasting per l’iconico ruolo con qualcuno di diverso da lui è stata apparentemente impensabile fino ad ora, anche se a un certo punto di era vociferato degli stimatissimi Chris Pratt o Bradley Cooper per la non facile impresa. Harrison Ford ha incarnato il personaggio in modo tanto unico e inimitabile da rendere impossibile replicare quanto fatto ad esempio per James Bond o Batman.

E se la sequenza in flashback con River Phoenix nei panni di un giovane Henry Jones Jr. all’inizio di Indiana Jones e l’ultima crociata del 1989 è tra i momenti più popolari della saga, è anche una scena che esiste soltanto per gettare le basi all’interpretazione di Harrison Ford del personaggio. Ereditare tale ruolo per delle avventure ‘indipendenti’ è una proposta probabilmente scoraggiante per qualsiasi attore, ma prima che lo stesso Harrison Ford tornasse a vestire i panni dell’archeologo con la frusta nel deludente Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo (2008), un collega praticamente esordiente si era gettato spensieratamente nell’ingrato compito, ma per la televisione.

avventure giovane indiana jones serie posterSean Patrick Flanery è stato infatti il protagonista principale della serie Le avventure del giovane Indiana Jones (The Young Indiana Jones Chronicles) della ABC, in onda dal 1992 al 1993 (in Italia su RaiUno) e successivamente seguita da quattro film realizzati sempre per la TV e trasmessi tra il 1994 e il 1996. Mentre nel corso degli episodi si sono alternati diversi attori nei panni dell’eroe a seconda dell’età (Corey Carrier è stato l’Indy di 9 anni, mentre George Hall è subentrato nella versione canuta del professore a 93 anni), Sean Patrick Flanery ha indossato l’iconico Fedora dai 16 a 21 anni, un periodo cruciale per la sua formazione grazie all’incontro con importanti personaggi storici dell’inizio del XX secolo.

Lo show – composto da 33 episodi, distribuiti su 2 stagioni – presentava molti degli elementi fondamentali che avevano reso il franchise così iconico, in particolare i luoghi epici e le avventure serializzate. I primi episodi con Corey Carrier seguono il piccolo Indy a ruota di suo padre (Lloyd Owen, in sostituzione di Sean Connery) nelle sue imprese, mettendo il futuro archeologo in contatto con diverse culture e reliquie leggendarie. La personalità ribelle di Indy inizia però a emergere al raggiungimento dell’adolescenza, col 27enne Sean Patrick Flanery a calarsi nel ruolo. Sfidando i desideri del padre e arruolandosi nell’esercito belga, inizia così una sequela di avventure in tempo di guerra e incontra il primo dei suoi simpatici aiutanti, Remy Baudouin (Ronny Coutteure).

Sebbene gran parte della serie si concentrasse sulla complicata relazione tra Indy e il severo genitore, il cast di supporto di Le avventure del giovane Indiana Jones pescava molto meno dai tre film precedenti e dalla Storia stessa. Le imprese dello spericolato archeologo in erba, come anticipato, lo portano al cospetto di un’ampia varietà di personaggi realmente esistiti, da Theodore Roosevelt a Winston Churchill, passando per Al Capone e Pablo Picasso. E se sembrava proprio che l’inserimento casuale del protagonista in praticamente tutti i principali eventi del XX secolo fosse una mera lezione di storia beh, era esattamente questo l’obiettivo di George Lucas. Il produttore si era infatti immaginato la serie come uno strumento che gli educatori potessero utilizzare nelle scuole e addirittura commissionò una serie di documentari di accompagnamento da mandare in onda assieme allo show per approfondirne gli argomenti storici.

Come i film stessi, la serie ha attinto a topoi classici per le sue sceneggiature. L’episodio di debutto, intitolato La maledizione dello sciacallo (Young Indiana Jones and the Curse of the Jackal), presenta un’ambientazione egiziana, un misterioso cattivo e le disavventure di Indy per riportare una reliquia al suo giusto posto in un museo. Gli episodi invece incentrati sugli ultimi anni di guerra prendono in prestito molte delle influenze action e di combattimento aereo a cui George Lucas aveva già attinto per Star Wars e più tardi per Red Tails (in effetti, il regista di Red Tails, Anthony Hemmingway, ha iniziato la sua carriera proprio come assistente di produzione sulla serie ABC).

le avventure del giovane indiana jones lucasfilm serieIn ogni caso, le storie stesse dei vari episodi sono indipendenti tra loro e spesso si appoggiano a ogni tipo di influenza ‘di genere’. La 2×05 per esempio, Il mistero del blues (Young Indiana Jones and the Mystery of the Blues), ha tutti i tratti distintivi di un pulp thriller coi gangster degli anni ’20, con Indy alle prese con un omicidio nell’era del Proibizionismo (e in coppia con un giovane Elliot Ness). La serie ha anche affrontato un lato più sentimentale del personaggio; la 2×08, New York, giugno 1920 (Young Indiana Jones and the Scandal of 1920) è essenzialmente una commedia romantica in cui Indy viene coinvolto in una sequela di triangoli amorosi, uno dei quali vede come protagonista George Gershwin.

L’approccio televisivo più tradizionale di immergersi in una nuova storia ogni settimana si adattava perfettamente alla figura di Indiana Jones, e la serie non era per nulla ossessionata dall’approfondimento di ogni aspetto della caratterizzazione di Indy come si vede nei film. Per dire, Solo: A Star Wars Story (la recensione) è un’opera molto migliore di quanto la maggior parte della gente dica, le cui parti più interessanti sono i richiami western e i momenti da caper e non le spiegazioni su come Han Solo abbia ottenuto la sua astronave, la sua giacca e persino il suo cognome. Allo stesso modo, Le avventure del giovane Indiana Jones è stato un buon prequel, che guardava al modello dei film come punto di partenza, non come qualcosa da copiare per filo e per segno.

In un mondo pre I Soprano, questa serie vantava un team di produzione di livello cinematografico piuttosto sorprendente, che la girò in location sparse in tutto il mondo. Non solo è stato il progetto che ha fatto conoscere a George Lucas il futuro produttore dei prequel di Star Wars Rick McCallum, ma tra i registi che si sono alternati dietro alla mdp figurano nomi del calibro di Ben Burtt, Joe Johnston, Nicolas Roeg, Terry Jones e Mike Newell. Tra gli ospiti vanno annoverati invece Daniel Craig, Catherine Zeta-Jones, Elizabeth Hurley e Vanessa Redgrave.

Non va comunque certo sottovalutata la performance di Sean Patrick Flanery. Se da un lato il giovane attore è riuscito a garantire lo stesso ironico senso dell’umorismo e il carisma intrinseco tipici di Harrison Ford, ha anche esplorato un lato ingenuo e fino ad allora inedito del personaggio. Essenzialmente un coming-of-age, la serie ha messo spesso Indy in situazioni in cui era lui il bersaglio di scherzi e dove non aveva la minima esperienza.

Questa soluzione non solo ha senso perché gli permette di affinare le abilità e l’intelligenza che l’avventuriero avrebbe padroneggiato quando lo incontriamo in I predatori dell’arca perduta (1981), ma è anche una saga a cui il pubblico può relazionarsi facilmente su un ragazzo che lotta con la sua identità in un mondo in rapida evoluzione.

Ed è terribilmente interessante confrontare Le avventure del giovane Indiana Joness con Il regno del teschio di cristallo, perché sembrano due opere ai poli opposti. Per quanto il lungometraggio del 2008 facesse affidamento alle strizzate d’occhio ai fan, non ha affatto capito il suo personaggio, descrivendo Indy come un eroe quasi sovrumano, ma spesso amaro. Lo show televisivo si è al contrario affidato a malapena alla mitologia consolidata, ma ha conservato la parte più importante del personaggio: la sua umanità. Avere al centro un eroe vulnerabile e comprensivo è sempre stata la cosa più importante per Indiana Jones, più ancora di avere Harrison Ford nel ruolo.

È un peccato che, come molti dei primi progetti della Lucasfilm, Le avventure del giovane Indiana Jones sia stato relativamente cancellato dalla memora nell’era dello streaming (sebbene sia stato distribuito in DVD all’estero). È una serie pronta per essere riscoperta e si spera che sull’onda dell’uscita del quinto film Disney+ decida di metterla finalmente a catalogo.

Di seguito una scena dell’episodio Il mistero del blues, in cui compare Harrison Ford stesso:

Fonte: C