Voto: 6/10 Titolo originale: Corpus , uscita: 26-07-2026. Regista: Corrin Evans.
Corpus, recensione: un weekend di sesso e trasgressione diventa un incubo nell’horror psicologico ambientato negli anni ’90
18/10/2026 recensione film Corpus di William Maga
Nell'esordio alla regia di Corrin Evans, un fotografo segue l'uomo di cui è innamorato in una villa isolata, dove tre donne nascondono intenzioni inquietanti. Un thriller erotico e soprannaturale che esplora desiderio, vulnerabilità e manipolazione attraverso un'atmosfera sensuale e claustrofobica

Una villa isolata, un invito a una festa che non sembra mai cominciare e un gruppo di sconosciuti le cui intenzioni diventano progressivamente inquietanti. Sono gli ingredienti di Corpus, esordio nel lungometraggio di Corrin Evans, presentato in concorso al Fantasia International Film Festival 2026. Un horror psicologico che mescola thriller erotico, suggestioni soprannaturali e body horror, utilizzando il desiderio come strumento di seduzione e manipolazione.
Ambientato nella New York della fine degli anni Novanta, il film segue Sayo (Jeff Wahlberg), aspirante fotografo che frequenta i locali notturni della città, dove si mantiene anche spacciando droga. La sua routine viene sconvolta dal ritorno di Vince (Brodie Townsend), attore emergente con cui ha condiviso una relazione sentimentale irrisolta.
Vince lo convince ad accompagnarlo, insieme all’amico Ross (Michael Vlamis), a una festa esclusiva organizzata dalla fotografa Billie (Lily Cowles). Ma quando raggiungono una vecchia villa immersa nei boschi, i tre scoprono che non esiste alcuna festa. Ad attenderli ci sono soltanto Billie, l’enigmatica Cata (Ching Valdes-Aran) e Wren (Nuha Jes Izman), una giovane donna dal comportamento quasi animalesco.
L’atmosfera diventa rapidamente ambigua, mentre Sayo cerca di comprendere cosa stia accadendo senza riuscire a sottrarsi all’attrazione per Vince.
La peculiarità di Corpus consiste nel privilegiare la tensione emotiva e sessuale rispetto alla minaccia soprannaturale. Evans, che ha lavorato come coordinatrice dell’intimità, costruisce gran parte del racconto attorno alle dinamiche di potere che regolano i rapporti tra i personaggi.
Vince esercita su Sayo un’attrazione che alterna incoraggiamento e rifiuto. Ogni gesto affettuoso sembra promettere una riconciliazione, salvo trasformarsi in un nuovo motivo di insicurezza. Questa instabilità rende il protagonista particolarmente vulnerabile, al punto da ignorare segnali di pericolo sempre più evidenti.
La solitudine di Sayo diventa così il vero centro psicologico del film. Il suo desiderio di essere ricambiato lo espone a forme di controllo che anticipano quelle, più esplicitamente mostruose, nascoste nella villa.
Il rapporto tra Billie, Cata e Wren introduce un’ulteriore dimensione di ambiguità, suggerendo una rete di relazioni fondata sulla seduzione, sulla dipendenza e sull’esercizio del potere sui corpi.
Uno degli aspetti più riusciti è la ricostruzione dell’ambiente notturno newyorkese. La fotografia di Charlie Cole restituisce un universo di luci sature, corpi sudati e locali affollati, mentre la colonna sonora di VAAAL intreccia sonorità industrial, darkwave e ritmi elettronici.
L’ambientazione non costituisce un semplice esercizio nostalgico. La macchina fotografica di Sayo diventa infatti un elemento espressivo centrale: ogni scatto interrompe il flusso delle immagini, rallenta il tempo e trasforma un momento fugace in qualcosa di apparentemente permanente.
La fotografia rappresenta il tentativo del protagonista di trattenere ciò che nella sua vita continua a sfuggirgli, soprattutto nei rapporti sentimentali. Lo stesso dispositivo visivo assume progressivamente connotazioni più inquietanti quando l’azione si trasferisce nella villa.
Qui l’eleganza decadente degli ambienti, le statue e le stanze scarsamente illuminate costruiscono un’atmosfera gotica che richiama The Invitation e Under the Skin, mentre le implicazioni corporee suggeriscono una parentela con Society di Brian Yuzna.
Evans dimostra una notevole sensibilità nella direzione degli attori. Jeff Wahlberg restituisce efficacemente la fragilità emotiva di Sayo, affidandosi soprattutto a esitazioni e piccoli cambiamenti d’espressione. Brodie Townsend interpreta invece Vince con un’ambiguità seducente, rendendo credibile il suo ascendente sul protagonista.
Il cast femminile contribuisce all’inquietudine generale, in particolare Nuha Jes Izman, la cui trasformazione rispetto all’angoscioso prologo introduce uno dei misteri più disturbanti.
Il problema principale riguarda però la gestione del ritmo e delle aspettative. L’apertura promette un’esperienza estrema, ma il film dedica gran parte della durata alle tensioni sentimentali e ai comportamenti enigmatici dei personaggi.
Questa scelta favorisce l’approfondimento psicologico, ma produce anche alcuni rallentamenti. Quando la componente soprannaturale emerge finalmente con maggiore decisione, il passaggio al body horror appare improvviso e relativamente affrettato, senza sviluppare fino in fondo le possibilità suggerite dalle sequenze precedenti.
Anche la natura della minaccia e le motivazioni delle donne rimangono parzialmente indefinite. L’ambiguità è coerente con l’impostazione sensoriale del racconto, ma finisce per lasciare irrisolti alcuni snodi narrativi importanti.
Corpus funziona soprattutto come esplorazione della vulnerabilità che accompagna il desiderio. Il film suggerisce che l’intimità possa diventare un terreno di sopraffazione proprio quando una persona cerca disperatamente vicinanza e riconoscimento.
La prospettiva queer viene integrata naturalmente nella caratterizzazione dei personaggi, senza trasformarsi in una dichiarazione programmatica. Evans preferisce concentrarsi sulle contraddizioni emotive dei rapporti, lasciando che siano i comportamenti e i corpi a esprimere ciò che i protagonisti non riescono a comunicare.
Il risultato è un debutto stilisticamente maturo, sostenuto da una forte identità visiva e da interpretazioni convincenti, ma meno incisivo sul versante propriamente horror. La lunga preparazione psicologica trova infatti uno sbocco narrativo che non possiede la stessa forza delle premesse.
Corpus seduce più di quanto terrorizzi: il suo vero elemento perturbante non risiede nelle manifestazioni soprannaturali, ma nella facilità con cui il bisogno di essere amati può renderci incapaci di riconoscere il pericolo.
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