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6/10 su 1957 voti. Titolo originale: Rambo, uscita: 24-01-2008. Budget: $10,000,000. Regista: Sylvester Stallone.

Dossier | Rambo Saga: il 2008 segna la rinascita di John Rambo (Parte IV)

06/10/2019 recensione film di Francesco Chello

A vent'anni dal terzo capitolo, Sylvester Stallone si occupa personalmente anche della regia del film che rilancia il suo personaggio, ammantandolo di tenebre interiori e violenza brutale

sylvester stallone john rambo 2008 film

Negli anni 2000, la carriera di Sylvester Stallone vive un momento critico. La sua popolarità non è quella di un tempo. Qualcun altro al suo posto si sarebbe accontentato, vivendo sugli allori di un passato glorioso. Non lui. Sly non accetta passivamente la situazione, non è una questione economica, non potrebbe esserlo per una delle star di Hollywood più pagate del ventennio precedente. È una questione d’orgoglio, di fame artistica, di continua ambizione, di ego. La star sente di doversi riprendere il suo pubblico e per farlo chiede aiuto ai suoi due amici più cari. Rocky e Rambo, ovviamente.

Quando Stallone mette in pre-produzione i due progetti, da lui scritti/diretti/prodotti/interpretati, non mancano battutine e sorrisetti di chi ritiene le operazioni una patetica mossa della disperazione. Una perfida diffidenza che viene letteralmente spazzata via dall’uscita di Rocky Balboa, il sesto episodio della saga, innanzitutto un bel film, che rimedia al capitolo meno riuscito (come poi farà John Rambo) regalando una degna chiusura (anche se poi non definitiva) alla serie, rivelandosi un successo di critica e pubblico.

john rambo film 2008 posterÈ il momento giusto anche per il grande ritorno di Rambo, il primo senza Mario Kassar e Andrew Vajna e la loro Carolco ormai finita in bancarotta. Sly ha avuto anni per pensare a John Rambo, il quarto capitolo, ed il suo è un approccio quanto più passionale possibile. Capisce che per riportare il personaggio alla gloria è necessario un mix tra un taglio moderno e un ritorno al passato. L’azione è copiosa ma intorno c’è dramma, emotività, l’autenticità dei vecchi tempi e, soprattutto, denuncia. Per un po’ di tempo Sylvester Stallone accarezza l’idea di una storia che inizia in patria, con Rambo rientrato a casa, per poi spostarsi in Messico ad affrontare narcotraffico e tratta di esseri umani (trama che comunque riteneva di suo gusto al punto da rispolverarla in qualche modo per il quinto capitolo, Last Bloodla recensione); ma non è convinto del tutto, sente che il suo Rambo non ha ancora trovato sé stesso ed è ancora perso in giro per il mondo. Così si mette in cerca di ambientazione legata ad una vicenda che meritasse di essere raccontata, effettua ricerche accurate che passano addirittura per l’ONU ed arriva dritto in Birmania. Si resta nel sud est asiatico, territori tanto cari al suo personaggio, per raccontare di una nazione isolata dal mondo, in cui vige un regime oppressivo che attua massacri e torture indiscriminate, in cui i diritti umani vengono calpestati con guerre di genocidio. L’intenzione principale è denunciare una situazione criminosa, come quella vissuta dalla Birmania e dal popolo dei ribelli Karen, tanto grave quanto triste, sollevare l’attenzione mondiale su un problema meno conosciuto, toccare la coscienza di chi è stato più fortunato. Si fa portatore di un messaggio, messaggio che stavolta non riguarda gli americani, ma il senso di giustizia dell’essere umano. E colpisce il bersaglio, a giudicare dal fatto che il regime birmano non solo vieta la distribuzione del film, ma lo considera proibito, la sola visione può portare all’arresto, la diffusione e il possesso del DVD sono punite con pene assurdamente severe. La popolazione ribelle e le organizzazioni umanitarie considerano più che realistiche le torture e i soprusi descritti in John Rambo. Insomma, chi si aspettava un banale sparatutto resta deluso, Sylvester Stallone ci ha visto giusto ancora una volta.

Per raccontare una storia ambientata in un contesto del genere, l’attore / regista sceglie la violenza come leitmotiv. E non intendo come semplice fonte di intrattenimento (che di sicuro non manca), ma proprio come linguaggio. C’è una violenza visiva che colpisce forte come un cazzotto, una crudezza quasi inquietante, e non mi riferisco alle sole scene d’azione. In un raid birmano si vedono morire almeno tre o quattro bambini, i villaggi razziati sono barbaramente decorati da corpi mutilati e in decomposizione, i soldati si divertono facendo correre i prigionieri su campi minati, sono mostrati stupri e violenza sulle donne, il villain principale è un pedofilo. L’atmosfera è disorientante, si respira il dramma, il clima di oppressione e paura è tangibile, il senso di minaccia è costante, anche quando in azione ci sono gli eroi si ha sempre la sensazione di pericolo e territorio ostile. Poi, chiaramente, nelle tantissime sequenze d’azione lo sfogo è completo, un campionario di efferatezze da far invidia a un film horror – decapitazioni, gente spappolata, arti tranciati, crani perforati, sbudellamenti ed altre simpatiche cosette di questo tipo – ma ciò che colpisce è che non c’è una ricerca dell’eccesso fine a sé stesso, ma uno spietato senso di realismo. La violenza della guerra e delle armi trasposta sullo schermo in un film che vanta l’invidiabile media di 2.59 uccisioni al minuto ed un totale di 466 morti, con Rambo che ne firma 254.

Julie Benz in John Rambo (2008) filmSylvester Stallone timbra la sua prima regia della saga, a questo punto un passo quasi naturale. La sua direzione è praticamente perfetta per lo scopo, sorprendentemente fresca, dal taglio moderno. Una regia robusta, realistica, un approccio visivo quasi fisico. Un regista intuitivo ed emozionale, dall’energia incredibile, attento ai dettagli. Un lavoro che trova la giusta controparte nel montaggio di Sean Albertson, che aveva già curato Rocky Balboa e che su John Rambo potrà dare libero sfogo alla sua bravura, con Stallone che forniva ore di girato e scene riprese da molteplici inquadrature. Tutto accompagnato dalla musica di Brian Tyler che prende il posto del compianto Jerry Goldsmith e firma una colonna sonora che rispetta solennemente il lavoro del suo predecessore, di cui ovviamente riprende dei brani abbinandoci nuove tracce che trovano la giusta sintonia con un passato verso cui Stallone nutre un legame profondo – come dimostra la nostalgica presenza nella crew di Ted Kotcheff, in qualità di consulente tecnico. L’azione è di alto livello, ritmo serratissimo e sequenze adrenaliniche e perfettamente organizzate che includono stunt di ottima fattura (con Chad Stahelski che fa da stunt coordinator), dall’attacco dei pirati (in cui Rambo utilizza una pistola per la prima volta nella saga – strano, ma vero) al duello finale con la fuga tesissima e la magnifica strage a colpi di mitragliatore d’assalto. Nel mezzo una fragorosa esplosione di una bomba Tallboy della seconda guerra mondiale, emblema del concetto delle cose che non cambiano, l’oggetto che non perde il suo scopo negli anni ed improvvisamente diventa guerra, progettato per uccidere porta a termine il suo compito anche se un paio di generazioni dopo. I paesaggi thailandesi scelti come location si prestano adeguatamente, con la fitta vegetazione, il fiume, il caldo ed i serpenti, le risaie e la pioggia torrenziale.

Per lo Sly attore tocca ripetermi, sembra di fare copia/incolla se parliamo ancora una volta di uno Stallone che arriva al film motivatissimo, determinato, coraggioso. L’interpretazione è in assoluta sincronia con le esigenze del suo personaggio, parte posato, riflessivo, taciturno per poi dare sfogo gradualmente alla sua rabbia ma anche alla sua generosità. È in forma e si vede, non solo per la sua età ma proprio in generale, nonostante il suo Rambo (che ha l’immancabile fascia tra i capelli) per la prima volta nella saga non tolga mai la maglietta – non perché non possa permetterselo (vedi Rocky Balboa), ma per le sedute di tatuaggi a cui si stava sottoponendo Sylvester Stallone in quel periodo oltre che per un’aderenza credibile con l’aspetto anagrafico del personaggio. Altro particolare che, appunto, si rivela un punto a favore; il sessantenne John Rambo ha sicuramente capacità sopra la media, è tostissimo e letale, ma non è il supereroe dei due film precedenti (gli approfondimenti sul capitolo II e il capitolo III), usa la forza ma anche la strategia, non c’è un ricorrere all’improbabile, condivide persino la missione con un gruppo di mercenari (anche se poi, manco a dirlo, deve salvare le chiappe pure a loro). L’evoluzione del personaggio si arricchisce di ulteriori passi, c’è un ritorno alla versione intimista, Rambo è disilluso, non crede più nel cambiamento, è solo, ha perso anche il colonnello Trautman (omaggiato dai flashback in cui compare anche il finale alternativo di First Blood, mentre sui titoli compare una dedica alla memoria di Richard Crenna), è una figura oscura che odia la sua interiorità. Eppure ad un certo punto ritrova la motivazione, qualcosa in cui credere, il momento del famoso vivere per niente o morire per qualcosa. In questo senso va segnalata l’emozionante sequenza in cui forgia il coltello (cosa che Stallone fa davvero) e parla con sé stesso, è un tutt’uno con la sua arma, sta ridando vita alla bestia che dimora dentro di sé, uccidere come respirare. Coltellaccio simil machete che rimpiazza i sofisticati modelli precedenti, assumendo un aspetto rozzo, brutale e selvaggio in armonia metaforica con la situazione. Il cerchio poi si chiude in maniera perfetta con quel romantico ritorno a casa che si rivela un finale ideale ed emotivamente rilevante.

Cast di contorno che fa il suo dovere, da Julie Benz, volontaria ricca di valori morali – scelta da Sylvester Stallone in quanto fan della serie Dexter, a Paul Schulze, missionario così idealista da sembrare stupido che sulla propria pelle si ricrederà sull’uso della violenza. Passando per i mercenari tra cui si segnalano Graham McTavish, polemico caposquadra, e Matthew Marsden, infallibile cecchino e soldato coscienzioso. Menzione obbligatoria per Maung Maung Khin, attore improvvisato ma soprattutto vero ribelle Karen che interpreta lo squallido dittatore Tint, nel tentativo di contribuire alla causa della sua popolazione e partecipare alla denuncia mediatica del film, nonostante la consapevolezza di mettere sé stesso e la propria famiglia in pericolo di vita.

Il film debutta nelle sale statunitensi il 24 gennaio del 2008 (in Italia l’8 febbraio), quasi 20 anni dopo Rambo III. Il titolo originale è semplicemente Rambo ed è così che viene distribuito in gran parte del mondo ad eccezione di quei paesi (tra cui il nostro) in cui si è dovuto optare per John Rambo in quanto Rambo era già stato utilizzato per il primo film. Al botteghino non si può dire sia un successone; raggiunge un risultato dignitoso con un incasso mondiale di oltre 113 milioni di dollari a fronte di un budget da 50, incassando molto bene successivamente in home video. Ma il vero consenso arriva dal pubblico e dai fan che si innamorano del film e della sua potenza visiva, salutando con entusiasmo il ritorno del veterano.

Come detto, il finale di John Rambo sembrava potesse essere il giusto epilogo di una saga epica, di un viaggio incredibile iniziato 37 anni fa, merito di un enorme uomo di cinema a 360 gradi che risponde al nome di Sylvester Stallone. Io però appartengo a quel tipo di fan che anche quando razionalmente ritengono una conclusione giusta/doverosa/coerente, nascondono una parte di sé che vedrebbe sempre volentieri il proprio beniamino di nuovo all’opera. Mi è successo con Rocky Balboa, altro finale perfetto, poi mi sono emozionato tantissimo con Creed – Nato per combattere (non so voi ma io avrei dato l’Oscar a Sly), mentre Creed II (la recensione) garbatamente metteva tutti i tasselli al loro posto. Tranne la lampadina del lampione che quasi vorresti fosse la scusa per vedere Rocky tornare in scena ancora una volta. Con Rambo è lo stesso, non so cosa mi attende il prossimo 26 settembre, ma so che sarà bellissimo ritrovare un vecchio amico.

Di seguito la lunga clip internazionale di John Rambo:

Sylvester Stallone
Julie Benz
Matthew Marsden
Reynaldo Gallegos
Jake La Botz
Tim Kang
Aung Aay Noi
Paul Schulze
Ken Howard
Graham McTavish
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