Voto: 5/10 Titolo originale: Heart of the Beast , uscita: 19-09-2026. Regista: David Ayer.
Heart of the Beast, recensione: Brad Pitt lotta per sopravvivere in Alaska, ma è il suo cane a salvare il film
23/09/2026 recensione film Heart of the Beast - Nel profondo selvaggio di William Maga
Il regista di Fury ritrova Brad Pitt per un'avventura tra i paesaggi dell'Alaska. L'azione funziona, ma una sceneggiatura ripetitiva e l'insistenza sulla retorica patriottica frenano un film che trova nel cane Odino il suo punto di forza

Brad Pitt precipita nel cuore dell’Alaska e deve sopravvivere insieme al suo cane, a decine di chilometri dalla civiltà. Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio parte da una premessa semplice e promettente: un uomo e il suo unico compagno contro una natura indifferente. David Ayer ne ricava alcune sequenze spettacolari, ma finisce per indebolire il racconto proprio quando cerca di attribuirgli un significato più grande della sua storia.
Il regista ritrova Pitt dopo Fury e riprende una situazione classica del racconto d’avventura, da Jack London in poi: l’uomo costretto a misurarsi con un ambiente ostile, contando soltanto sulle proprie risorse. A questa tradizione aggiunge il trauma della guerra e il rapporto tra un reduce e il cane che ha combattuto al suo fianco. Due elementi che potrebbero dare al survival una dimensione più personale, ma che il film fatica a sviluppare.
James Belmont (Pitt) è un ex membro delle Forze Speciali che si è isolato in Alaska insieme a Odino, il cane che lo ha accompagnato durante il servizio militare. Entrambi portano addosso i segni della guerra: James convive con problemi fisici e ricordi dolorosi, mentre Odino manifesta a sua volta i sintomi del trauma.
I due viaggiano a bordo di un piccolo aereo, fermandosi per cacciare e accamparsi, finché un improvviso malore provoca un incidente. Rimasti nella foresta, a oltre novanta chilometri dalla strada più vicina, devono affrontare fiumi, bestie pericolose e la mancanza di provviste per tentare di raggiungere la civiltà.
Ayer dedica buona parte dell’inizio alla loro quotidianità. La scelta è comprensibile: prima di metterli in pericolo, deve farci credere al rapporto che li unisce. Ma i dialoghi che Pitt rivolge al cane risultano spesso poco spontanei e i riferimenti al loro passato militare, disseminati qua e là, non bastano a dare profondità ai personaggi. L’introduzione si trascina senza riuscire a creare il coinvolgimento necessario.
Con l’incidente aereo, Heart of the Beast comincia finalmente a funzionare. I paesaggi dell’Alaska e gli attraversamenti dei fiumi restituiscono la fatica di muoversi in un ambiente ostile. La sequenza coi lupi, in particolare, mostra quanto Ayer sappia avvicinarsi al survival horror quando lascia che sia il pericolo a guidare l’azione. La colonna sonora di Jared Michael Fry amplifica la dimensione avventurosa di questi momenti.
Oltre alla CGI sugli animali selvatici, il problema è che il film finisce per riproporre sempre lo stesso schema: James si trova in difficoltà, Odino lo aiuta, poi accade il contrario. Ogni nuovo incidente dovrebbe aumentare la tensione; alla lunga, invece, la prevedibilità del meccanismo la smorza. Le disavventure si accumulano, ma il viaggio procede per episodi che raramente aggiungono qualcosa a quanto abbiamo già visto.

Anche la credibilità comincia a vacillare. James incassa ferite e incidenti in quantità, mentre Odino sembra talvolta quasi immune ai pericoli più estremi. Ayer costruisce singole scene d’azione efficaci, ma la loro successione non basta a rendere la lotta per la sopravvivenza davvero incalzante.
Pitt sostiene gran parte del film praticamente da solo, affidandosi al proprio carisma e a un evidente impegno fisico. La sceneggiatura, però, gli chiede soprattutto di soffrire, resistere e andare avanti. Nonostante il passato traumatico, James rimane un protagonista piuttosto convenzionale: affronta una prova dopo l’altra, senza che queste aggiungano molto alla sua caratterizzazione.
J.K. Simmons compare brevemente nei panni di Walter Boone, un cercatore d’oro in pensione, ma il suo contributo resta marginale.
È Odino, invece, a rendere immediata la componente emotiva della storia. Il rischio di perdere il compagno con cui ha condiviso la guerra dà alle difficoltà di James un peso che i dialoghi e i flashback non riescono sempre a trasmettere. Il cane conquista l’attenzione con una naturalezza che finisce per mettere in ombra il protagonista umano.
La relazione tra James e Odino avrebbe potuto sostenere un racconto più intimo, quello di due reduci che cercano di convivere con le conseguenze della guerra. Ayer introduce questa possibilità attraverso brevi flashback e i sintomi che tormentano entrambi, ma non la approfondisce abbastanza.
Il passato militare finisce così per diventare soprattutto il punto di partenza di un messaggio patriottico sempre più insistito. Nell’epilogo, il film cerca una commozione che non si è davvero guadagnato: anziché dare maggiore spessore al rapporto tra i protagonisti, la celebrazione del servizio militare si sovrappone a una storia che funzionava meglio quando restava concentrata sulla loro sopravvivenza.
Heart of the Beast – Nel profondo selvaggio ha immagini suggestive, alcune scene d’azione ben riuscite e un cane capace di conquistare il pubblico. Ma l’avvio faticoso, il continuo ripetersi dei pericoli e la ricerca insistita della commozione ne ridimensionano le ambizioni.
Ayer sa rendere spettacolare la lotta contro la natura, ma non riesce a dare altrettanta forza alla storia. Brad Pitt fa la sua parte, Odino lascia il segno. Troppo poco per un film che aveva tutti gli elementi per essere un survival ben più coinvolgente.
Nei cinema il 24 settembre.
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