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Il diario da Venezia 83 (2026), episodio 2: Nanni Moretti contro uno smartphone, metafora di un cinema che sta scomparendo

11/09/2026 news di Giovanni Mottola

Dai servizi ridotti per gli accreditati al “Muro di Ippoliti” esaurito in anticipo, fino al confronto tra Wild Horse Nine e Naza: dal Lido arrivano i segnali di un cinema sempre più povero, derivativo e lontano dal suo pubblico

nanni moretti venezia 83 red carpet

Alla proiezione ufficiale di Succederà questa notte, con la Sala Grande già buia, appena terminati i titoli di testa, il regista Nanni Moretti si è alzato di scatto dalla sua poltrona e con passo marziale e volto seccato ha sceso i gradini che separano la balconata, dove era seduto, dalla platea. Al suo inseguimento, capendo con prontezza che qualcosa non stava andando per il verso giusto, è scattato anche il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, che gli sedeva accanto.

Moretti ha raggiunto uno spettatore con il telefono acceso e gli ha intimato di spegnerlo. Questa scena, che sembra tratta da un film dello stesso Moretti, può valere come simbolo non solo di questa edizione della Mostra, ma proprio dello stato del cinema. La Biennale (Buttafuoco) insegue gli artisti che rappresentano il cinema (Moretti), i quali, a loro volta, vanno all’inseguimento di spettatori sempre più propensi verso altre forme di intrattenimento.

Questi ultimi si adeguano poi alle regole della sala più per buona creanza che per reale convincimento. Non è l’unica immagine di questa Mostra dalla quale si può percepire lo stato di sofferenza del cinema. Gli spazi dell’Hotel Excelsior, da sempre quartier generale del Festival e di tutti coloro che attorno ad esso gravitano, sono stati quest’anno per la prima volta riadattati in favore degli ospiti dell’albergo anzichè del popolo della Mostra.

Non sono mancati incontri a tema cinema o ritrovi per le delegazioni, ma il contingentamento del salone principale e l’obbligo per gli accreditati di entrare dal retro denotano più un senso di sopportazione che di entusiasmo per la Settima Arte. Anche per sedersi ai tavolini del bar, a differenza che in passato, viene richiesta una spesa minima di 50 euro a persona.

Altro esempio. Trent’anni fa Gianni Ippoliti, stufo di leggere sui giornali elogi sperticati per tutti i film presentati alla Mostra, chiese all’allora Direttore Gillo Pontecorvo, che accettò, la disponibilità di una parete dove consentire agli spettatori del Festival di pubblicare le loro stroncature sui film presentati, scritte a mano su fogli bianchi con il logo della Mostra. Nacque così il concorso “Ridateci i soldi“, da tutti però chiamato “Il muro di Ippoliti”, che dura ancora oggi.

wild horse nine film rockwellSolitamente questo concorso collaterale si chiude l’ultimo giorno di Mostra, con una piccola cerimonia di premiazione, alla presenza del Direttore, per l’autore della contestazione giudicata da Ippoliti la più spiritosa. Quest’anno la premiazione si è invece insolitamente svolta martedì 8 settembre, con un anticipo di ben quattro giorni sulla conclusione della rassegna, cioè prima ancora che venisse proiettata una parte di film potenzialmente stroncabili. Questa assurdità ha una motivazione pratica: lo spazio sul muro era già stato completamente utilizzato.

Dal che si dovrebbe dedurre o che gli spettatori sono diventati più severi o che questa edizione è stata particolarmente debole. In realtà non è esattamente così, ma comunque fa specie la distanza tra le opere presentate e la sensibilità del pubblico.

Di certo il livello medio del Concorso principale, pur buono, non è stato elevatissimo. Il malcontento espresso sul Muro si è però poi riferito anche a una serie di elementi che non hanno a che fare in senso stretto con il prodotto cinematografico. Per moltissimi è stata infatti una brutta sorpresa scoprire che per la prima volta la Biennale non ha rinnovato l’accordo con la compagnia di vaporetti ACTV per garantire il trasporto gratuito Lido-San Marco per tutti gli accreditati alla Mostra.

Al Lido il numero di alloggi disponibili non è sufficiente per tutti, quindi molti fanno vita da pendolari: soggiornano a Venezia città e, per assistere alle proiezioni, partono la mattina presto dalla terraferma per poi farvi rientro alla fine della giornata. Considerato che il costo del biglietto è di 9,50 euro e che non vi è alternativa per raggiungere l’isola, per tutti costoro partecipare alla Mostra ha comportato un costo supplementare di 19 euro al giorno. Che per 12 giorni di Mostra fa 234 euro di spesa, contro la gratuità prevista fino allo scorso anno.

Unica consolazione è stata la disponibilità di una tariffa agevolata per mini-abbonamenti della durata di 3, 5 o 12 giorni al prezzo, effettivamente molto vantaggioso, di 30, 40 o 50 euro. Comunque sempre più dello 0 del passato.

Un altro piccolo passo indietro, questa volta solo per i giornalisti, è stato il venir meno del caffè gratuito in sala stampa. Aggiungiamo un ultimo elemento: dopo tanti anni la storica rivista cinematografica Ciak ha interrotto la collaborazione con la Biennale per la pubblicazione del giornalino quotidiano, distribuito gratuitamente negli spazi della Mostra, contenente approfondimenti relativi ai film presentati. Il giornalino continua ad esistere, ma inevitabilmente risulta impoverito.

Possiamo a questo punto smetterla con gli esempi e provare a tirare qualche conclusione. Gli elementi che abbiamo citato ci sembrano dimostrare una predisposizione sempre minore a investire nel mondo del cinema, con conseguente impoverimento di tutto quel che gli gravita attorno.

Lo spettatore che viene rimbrottato da Moretti non è un maleducato isolato: è l’incarnazione di una generazione che si dedica ormai ad altri interessi. Con lungimiranza Alberto Barbera introdusse già dieci anni fa una sezione dedicata alla Realtà Virtuale, immaginando che avrebbe rappresentato il nuovo corso della Settima Arte, capace di attrarre anche gli spettatori più giovani. L’intuizione, pur valida, si è però dimostrata vana.

ridateci i soldi muro di ippoliti venezia 2026Complice anche il fatto che, al momento, le opere della realtà virtuale non trovano alcuno sbocco al di fuori dei festival, dunque nessuna diffusione popolare, non hanno riscosso alcun successo nemmeno in questo contesto. Gli appassionati del cinema classico la considerano qualcosa di diverso rispetto ai loro gusti; le generazioni più giovani, attratte da tutt’altro, ugualmente la snobbano.

Il cinema sembra dunque non poter essere altro che quello che abbiamo conosciuto e amato negli anni passati, ma oggi pare destinato a realizzare, seppur con un ritardo di alcuni decenni, la vecchia profezia dei suoi inventori, i fratelli Lumiere, che la consideravano un’arte non destinata a durare.

Lo notiamo anche dal punto di vista dei contenuti dei lungometraggi. Sempre più spesso questi sono tratti da storie realmente accadute, oppure sono riduzioni di opere letterarie. A volte addirittura, come nel caso del film italiano in Concorso Il fuoco che ti porti dentro, riduzioni di opere letterarie ispirate a storie vere.

Un cinema, cioè, come derivazione di una derivazione. Si è persa l’originalità di chi scriveva opere di finzione, seppur ispirate al contesto reale, direttamente per il cinema. Al tempo stesso, si sono perse figure simboliche di attori e attrici. Lo stesso George Clooney, che pure della sua generazione è il divo più rappresentativo, ha riconosciuto che star come Gregory Peck o Paul Newman oggi non esistono più, nè potrebbero più esistere.

Sarà allora particolarmente interessante vedere quali saranno le scelte della Giuria presieduta dall’attrice e regista americana Maggie Gyllenhaal. In Concorso abbiamo visto due poli opposti. Uno è rappresentato dal bellissimo Wild Horse Nine di Martin McDonagh, con protagonista un superlativo John Malkovic (la recensione). Un film originale e di fantasia, scritto dallo stesso regista, che tratta il tema dell’amicizia virile, dell’eutanasia, ma anche quello, più politico, della pretesa degli Stati Uniti di influire sugli equilibri del mondo e sulla libera autodeterminazione delle Nazioni.

All’estremo opposto troviamo Naza, il documentario girato sui tetti di Tel Aviv dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor per rappresentare lo sterminio dei palestinesi attraverso immagini di attentati e interviste ai cecchini (in gergo militare Naza è un burocratico acronimo che serve a definire ‘Danni collaterali’ i civili rimasti uccisi in azioni di guerra). Questo secondo film ha ovviamente emozionato il pubblico, riscuotendo venticinque minuti di applausi, l’ovazione più lunga della storia della Mostra.

Ma forse non è davvero cinema, tutt’al più una sorta di prolunga di inchieste giornalistiche e talk show televisivi. Probabilmente Naza non verrà ignorato al momento delle premiazioni. Ma, se così sarà, vorrà dire che il cinema sta diventando sempre più un modo di fare politica anziché arte. E allora anche i Festival cinematografici non potranno più costituire la vetrina di quello che il cinema è, o sarà. Sembra dircelo anche la splendida rassegna offerta quest’anno dalla Mostra sui vecchi film restaurati: il futuro del cinema non può che essere nel suo passato.

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