La Mummia: il segreto della trilogia con Brendan Fraser era qualcosa che Hollywood ha dimenticato
28/09/2026 news di Stella Delmattino
Stephen Sommers non voleva semplicemente rifare un vecchio horror Universal: costruì un'avventura romantica tra Indiana Jones, mostri e commedia. Tre film e oltre un miliardo di dollari dopo, è proprio quella formula a spiegare successi, errori e tentativi di resurrezione

Alla fine degli anni Novanta, Universal aveva un problema: come si resuscita un mostro nato nel 1932 senza trasformarlo in una reliquia? La risposta di Stephen Sommers fu apparentemente semplice, ma Hollywood avrebbe impiegato anni a capire quanto fosse difficile replicarla: non fare semplicemente un film horror.
Rivedere oggi la saga di La mummia con Brendan Fraser, tornata su Netflix, significa infatti riscoprire qualcosa di più curioso di una trilogia d’avventura invecchiata meglio di molti blockbuster della sua epoca. I primi due film costruirono un equilibrio molto particolare tra horror, commedia, romance, archeologia fantastica e cinema d’azione; il terzo provò a conservarne la struttura cambiando quasi tutto ciò che le dava personalità. E quando Universal ripartì ancora una volta nel 2017 con Tom Cruise, fu lo stesso Fraser a individuare ciò che secondo lui era andato perduto: il divertimento.
La mummia non doveva essere davvero un horror
Prima del film del 1999, Universal aveva trascorso anni cercando di capire cosa fare del proprio mostro. Il punto di partenza rimaneva La mummia del 1932 con Boris Karloff, uno dei titoli della stagione classica degli Universal Monsters, ma Sommers non era interessato a realizzarne una copia aggiornata.
Intervistato all’epoca dal Los Angeles Times, il regista spiegò di non voler girare un semplice monster movie con «un tizio che zoppica avvolto nelle bende». Ciò che lo aveva colpito del film di Karl Freund quando era ragazzo era piuttosto la sua combinazione di paura, Egitto antico, romanticismo ed esotismo. Per la nuova versione riconosceva l’influenza di I predatori dell’arca perduta e All’inseguimento della pietra verde, ma soprattutto dei vecchi film d’avventura e di cappa e spada.
È probabilmente qui che si trova la chiave dell’intera saga. Imhotep è il mostro, ma il genere dominante non è l’horror: è l’avventura.
Rick O’Connell non deve sopravvivere a una creatura in uno spazio chiuso. Deve attraversare deserti, trovare città perdute, combattere, innamorarsi e salvare il mondo. Evelyn Carnahan non è semplicemente la donna da salvare: è la studiosa che mette in moto la storia, decifra ciò che gli altri non comprendono e controbilancia la fisicità di Rick. Jonathan aggiunge la commedia; Imhotep e Anck-su-namun il melodramma romantico; le piaghe e i cadaveri riportano periodicamente il film verso l’orrore.
Nessuno di questi elementi domina abbastanza da soffocare gli altri.
Brendan Fraser era il pezzo che teneva insieme generi incompatibili
Anche la scelta di Brendan Fraser diventa fondamentale se si guarda il film da questa prospettiva. Rick O’Connell possiede la struttura tradizionale dell’eroe d’avventura: pistole, forza fisica, battute e una notevole capacità di sopravvivere all’impossibile. Fraser, però, non lo interpreta mai come un personaggio completamente invulnerabile.
Già nel 1999 lo descriveva come un «eroe accidentale», uno che alterna cervello e muscoli e sembra spesso reagire al caos nel quale è precipitato. È una distinzione importante: permette al film di passare da una mummia che succhia la vita alle proprie vittime a una gag senza che il protagonista sembri appartenere improvvisamente a un altro film.
Dietro quella leggerezza, peraltro, le riprese furono tutt’altro che innocue. Nella sequenza dell’impiccagione, Fraser perse realmente conoscenza. Raccontò all’epoca che qualcosa andò storto mentre cercava di mantenersi sulle punte con il cappio sotto tensione: il ricordo successivo era quello di essersi risvegliato dopo essere svenuto.
Il set nel deserto non era molto più indulgente. Durante la produzione in Marocco furono affrontate temperature estreme e condizioni ambientali difficili; un reportage del Los Angeles Times registrò una giornata da circa 132 gradi Fahrenheit, oltre 55 °C.
Il successo fu enorme, ma La mummia – Il ritorno cambiò già la formula
La scommessa funzionò. Costato circa 80 milioni di dollari, La mummia incassò oltre 418 milioni nel mondo. Non era più soltanto il remake di un vecchio Universal Monster: era diventato un potenziale franchise.
Due anni dopo Sommers realizzò La mummia – Il ritorno seguendo una regola tipica dei sequel dell’epoca: fare tutto più grande.
Rick ed Evelyn adesso sono sposati e hanno un figlio, Imhotep ritorna, Anck-su-namun ritorna, le battaglie aumentano e alla mitologia egizia viene aggiunto il Re Scorpione. Il secondo film conserva quindi il nucleo familiare e romantico del primo, ma sposta progressivamente il peso verso lo spettacolo.
E proprio da qui nasce una delle eredità più curiose della saga.
La CGI più criticata del film contribuì a creare una nuova star
Il Re Scorpione era interpretato da un wrestler allora praticamente esordiente al cinema: Dwayne “The Rock” Johnson.
Sommers ha raccontato che Johnson aveva pochissimo tempo disponibile a causa degli impegni con la WWE: arrivò a Marrakech durante la settimana e doveva già ripartire per un evento di wrestling pochi giorni dopo. Ma il materiale impressionò abbastanza Universal perché lo studio chiedesse quasi immediatamente al regista di pensare a un film costruito attorno a lui. Da quella decisione nacque Il Re Scorpione del 2002.
Paradossalmente, però, proprio il Re Scorpione digitale del finale sarebbe diventato uno degli effetti visivi più famigerati dei primi anni Duemila.
Il supervisore agli effetti John Berton ha spiegato anni dopo che il problema fu anche la scarsità di materiale fotografico dettagliato del volto di Johnson. Gli impegni con la WWE impedirono al team di ottenere il tempo e le scansioni necessarie per costruire una testa digitale convincente. La tecnologia di facial capture utilizzata era inoltre ancora immatura.
Il risultato oggi appare molto più datato di numerosi effetti del film del 1999. Ma quell’esperimento poco riuscito nasconde un’ironia notevole: uno dei personaggi digitali più criticati della sua epoca contribuì comunque a lanciare la carriera cinematografica di uno degli attori più redditizi della generazione successiva.
Il terzo film dimostra quanto contasse l’equilibrio originale
Quando la saga tornò nel 2008 con La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, sulla carta possedeva ancora quasi tutti gli ingredienti necessari: Brendan Fraser, John Hannah, tombe, eserciti di non-morti, maledizioni e un nuovo antagonista interpretato da Jet Li.
Eppure qualcosa era cambiato.
Stephen Sommers non dirigeva più: dietro la macchina da presa c’era Rob Cohen, regista di Fast and Furious. Anche l’Egitto e Imhotep vennero abbandonati in favore della Cina e dell’Imperatore Dragone, mentre Maria Bello sostituì Rachel Weisz nel ruolo di Evelyn.
Cohen spiegò all’epoca di aver comunque inviato la sceneggiatura a Weisz, che dopo il secondo film aveva già manifestato la volontà di non proseguire nella saga. Il regista decise quindi di reinterpretare il personaggio con Bello invece di cercare semplicemente una copia della precedente protagonista.
Il cambiamento è importante non soltanto per una questione di casting. I primi due film avevano costruito buona parte della loro identità sul rapporto Fraser-Weisz e sull’evoluzione di Rick ed Evelyn da coppia improbabile a famiglia avventurosa. Nel terzo capitolo quella continuità emotiva deve essere ricostruita mentre contemporaneamente cambiano regista, mitologia, continente e antagonista.
Cohen voleva inoltre spingere ancora più avanti la dimensione fantastica. Il climax con gli eserciti di terracotta e dei non-morti non era inizialmente nella sceneggiatura: fu una sua aggiunta e, secondo il regista, la sequenza finale di circa 23 minuti arrivò a contenere più di 500 effetti visivi.
Il film incassò comunque oltre 403 milioni di dollari nel mondo. Commercialmente, quindi, la Mummia era ancora tutt’altro che morta. Ma negli Stati Uniti il risultato scese a circa 102 milioni, contro i 157 milioni del primo film e i 203 del secondo.
Brendan Fraser ha spiegato in una frase perché la formula funzionava
La prova più interessante arrivò molti anni dopo.
Nel 2017 Universal tentò nuovamente di reinventare il personaggio con Tom Cruise e un progetto molto più ambizioso: La mummia avrebbe dovuto inaugurare il Dark Universe, collegando in un unico franchise i mostri classici dello studio.
Quando nel 2022 gli chiesero perché quella versione non avesse funzionato come la sua, Fraser indicò precisamente l’elemento che riteneva mancante: «fun».
Secondo l’attore, La mummia dovrebbe essere una corsa sulle montagne russe, non qualcosa di autenticamente terrificante. È una dichiarazione che coincide quasi perfettamente con ciò che Sommers diceva già nel 1999.
Il film originale non aveva cercato di trasformare un vecchio mostro in un horror moderno. Aveva preso l’immaginario horror Universal e lo aveva utilizzato come carburante per un’avventura romantica.
E adesso Fraser, Weisz e Hannah stanno tornando
La coincidenza rende particolarmente interessante ritrovare oggi questi film in streaming. Perché la saga di Brendan Fraser non appartiene più soltanto al passato.
Universal sta preparando un nuovo capitolo con Brendan Fraser, Rachel Weisz e John Hannah nuovamente insieme. Alla regia ci saranno Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, il duo Radio Silence dietro Ready or Not, Scream e Scream VI, mentre la sceneggiatura è affidata a David Coggeshall. Universal mantiene per ora segreta la trama.
Fraser ha descritto il progetto come l’occasione per «rimettere insieme la band», mentre Universal lo ha inserito nel proprio calendario cinematografico per il 15 ottobre 2027.
Ed è difficile non vedere una certa logica nella scelta di riportare insieme proprio i tre interpreti che costituivano il cuore dei film di Sommers.
Perché, rivedendo la trilogia, il vero segreto di La mummia appare meno misterioso della maledizione di Imhotep. Non era soltanto Brendan Fraser, non erano soltanto Rachel Weisz o gli effetti speciali, e non era nemmeno la nostalgia per i mostri Universal. Era il modo in cui tutti quegli elementi venivano fatti convivere senza che il film si vergognasse di essere contemporaneamente romantico, spaventoso, comico e spettacolare.
Nel 1999 Sommers aveva capito che per riportare in vita la Mummia non serviva renderla più seria. Serviva renderla divertente. E quasi trent’anni dopo, Hollywood sembra essere arrivata nuovamente alla stessa conclusione.
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