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Netflix, Duncan Jones avverte: «Sta per andare peggio». E spiega come gli algoritmi rischiano di uccidere il cinema

21/09/2026 news di Stella Delmattino

Il regista di Moon e Mute rimpiange la libertà creativa concessa un tempo da Netflix e teme che le piattaforme finiscano per produrre sempre gli stessi film, con gli stessi attori

duncan jones intervista 2026

Un futuro in cui le piattaforme streaming producono sempre lo stesso tipo di film, interpretato dagli stessi due o tre attori. È lo scenario che Duncan Jones teme per Netflix e per l’intera industria dello streaming, ormai sempre meno disposta, a suo giudizio, a concedere ai registi la libertà creativa di cui godevano soltanto pochi anni fa.

Il regista di Moon e Source Code ne ha parlato in un’intervista a IndieWire durante la promozione di Rogue Trooper, tornando sull’esperienza di Mute, il suo thriller fantascientifico del 2018 finanziato da Netflix.

Alla domanda se avesse dovuto accettare compromessi sulla propria visione, Jones ha risposto con un secco «No». Ma è convinto che oggi le cose andrebbero diversamente.

«Era il momento perfetto. Oh mio Dio, sono capitato proprio nel momento perfetto, perché all’epoca Netflix diceva: “Vogliamo soltanto che i registi vengano qui e facciano quello che vogliono“. E io ho pensato: “Sì, allora lo farò”. È stato un momento particolare, perché oggi non succede più».

Jones si riferisce agli anni in cui Netflix investiva ingenti somme per attirare cineasti di primo piano e affermarsi come alternativa agli studios tradizionali. Una stagione che ha permesso di realizzare progetti come Roma di Alfonso Cuarón, The Irishman di Martin Scorsese e Storia di un matrimonio di Noah Baumbach.

Anche Mute, accolto negativamente dalla critica, nacque in quel contesto: un progetto personale che Jones riuscì finalmente a portare sullo schermo senza rinunciare alle proprie intenzioni.

Duncan Jones: «L’algoritmo finirà per divorare sé stesso»

Il problema, secondo il regista, è che la crescente dipendenza dai dati di consumo rischia di trasformarsi in un circolo vizioso, restringendo progressivamente la varietà dei film prodotti.

«E sta per andare peggio. Non sono davvero sicuro di dove stiano andando le piattaforme streaming, di cosa vogliano fare e di quali film vogliano realizzare… Voglio dire, il problema è l’algoritmo: potrebbe essere lui a decidere quali progetti realizzare. È un meccanismo che finirà per divorare sé stesso, perché se mostrano soltanto un numero limitato di tipologie di film e il loro algoritmo continua a dire: “Sì, questo è popolare. Questo è popolare. Questo è popolare”, la varietà continuerà a ridursi sempre di più, finché non si arriverà a produrre un solo tipo di film, con due o tre attori. Non so dove possano andare a finire, a meno che non trovino un modo per uscire da questo circolo vizioso».

Il timore di Jones è chiaro: se le piattaforme privilegiano soltanto ciò che ha già dimostrato di funzionare, i dati finiranno per confermare continuamente le stesse scelte, lasciando sempre meno spazio a progetti originali e difficili da classificare. Si tratta di una sua preoccupazione, non della prova che Netflix affidi effettivamente agli algoritmi le decisioni sui film da finanziare.

Il cambiamento di strategia, del resto, era già emerso nel 2024, quando Dan Lin, nuovo responsabile della divisione cinematografica di Netflix, aveva indicato l’intenzione di puntare maggiormente sui gusti del pubblico e meno sui progetti costruiti attorno ai singoli autori.

Questo non significa che la piattaforma abbia abbandonato del tutto il cinema d’autore: nel 2025 ha distribuito Frankenstein di Guillermo del Toro e acquisito Train Dreams, mentre il calendario del 2026 comprende progetti di David Fincher, Brad Bird e Lee Chang-dong.

La questione sollevata da Jones è però un’altra: quanto spazio rimane per un film che non assomiglia a qualcosa che ha già avuto successo? Perché la libertà creativa che ricorda con nostalgia non garantiva necessariamente capolavori, come dimostra la controversa accoglienza di Mute, ma permetteva almeno ai registi di correre dei rischi. Ed è proprio questa possibilità che, secondo lui, lo streaming sta progressivamente perdendo.

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