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4/10 su 16 voti. Titolo originale: Arbor Demon, uscita: 26-08-2016. Regista: Patrick Rea.

[recensione] Arbor Demon di Patrick Rea

di Sabrina Crivelli

Fiona Dourif è seguita da una grottesca creatura boschiva che fa sorridere più che spaventare

I boschi nella cinematografia del terrore sono stati per anni ricettacolo di assassini e mal intenzionati d’ogni genere e le scampagnate foriere spesso di pessimi incontri. Forse la natura, il suo lato selvaggio e incontrollabile, fornisce il perfetto habitat per uomini e mostri, o spiriti vari, oppure semplicemente un verde labirinto di vegetazione rappresenta lo scenario perfetto per inseguimenti e disperate fughe. Ebbene tra le molteplici declinazioni della minaccia silvestre, un po’ sgangherata, ma certo originale è quella proposta ora da Arbor Demon (prima conosciuto con il titolo Enclosure) di Patrick Rea.

arbor demon posterProtagonisti della vicenda e campeggiatori sfortunati sono Dana (Fiona Dourif) e Howard (Rob Bouton), marito e moglie molto cool che festeggiano il loro anniversario prima che lui parta per un tour con la sua band. Nel preambolo, nemmeno troppo breve, che introduce i due personaggi, percepiamo subito un certo attrito: ambedue artisti e spiriti liberi – lei è una fotografa, lui un batterista – vogliono girare il mondo in cerca di avventura, peccato che la donna scopra di essere incinta e cerchi di insinuare alla lontana l’idea di prolificare al consorte, che invece non ne vuole sapere. Ovviamente non ha il coraggio di dirgli nulla apertamente. Caso vuole che tra tutti i parchi in cui errabondare, lei capiti proprio nel luogo forse più nefasto per una donna in dolce attesa, quello popolato da singolari spiriti che mirano proprio alle future mamme.

Dunque lecito è aspettarsi qualche entità silvestre inquietante, come suggerisce il titolo Arbor Demon, ossia demoni degli alberi, eppure nella realtà ciò che si palesa è piuttosto lontano, e decisamente più posticcia, di quello che ci siamo figurati. Sinistra ombra che segue i passi della coppia inizialmente, quello che sembra un predatore dalle sembianze ferine lascia tracce di sé lungo il suo passaggio; prima una borraccia, poi uno zaino, poi addirittura una tenda abbandonata e squarciata, un quarto del minutaggio è utilizzato per costruire l’attesa, climax terrorifico, dell’inquietante inseguitore che, mentre permane nella sfera dell’indefinito, mantiene ancora una certa capacità di convincere, una certa aura oscura. Il vero problema sovviene quando i suoi contorni vengono sempre più definiti… Presenza sempre più invasiva che dagli alberi pare spiare le sue vittime, l’osservatore nascosto nelle frasche è reso con continue riprese in soggettiva dal basso verso l’alto, verso i rami mossi dal vento e resi lievemente sfocati dai raggi del sole attraverso di essi; l’occhio della camera, allusivo, si insinua in continuazione in tali lidi, aggiungendo alla prospettiva menzionata, estetizzanti inquadrature a volo d’uccello che al contempo mostrano lo sconfinato dominio delle creature sulle nostre tracce.

arbor demon filmPurtroppo però questo è tutto il buono che possiamo trovare. Quando l’azione, l’orrore, dovrebbero farsi strada tra un dialogo sentimentaleggiante, un litigio coniugale e un’allusione visiva a un vagheggiato mostro, la narrazione si sgretola nel parodistico. Tutto principia quando entrano in scena un gruppo di chiassosi redneck, che bevono, si aggirano con chiassose moto e sparano in aria per marcare la loro venuta, strategia poco saggia, non v’è dubbio (anche perché i suddetti sono a conoscenza di cosa abiti quei boschi). Dana e Howard sono dunque destati dal rumore mentre dormono nella loro tenda e li iniziano ad osservare a distanza con un cannocchiale, indispettiti, quando un attacco repentino di quella che potrebbe essere una qualche fiera, forse un orso, li stermina tutti in un baleno. Solo uno sopravvive, Sean (un rozzo e irriverente Jake Busey) che viene salvato, trascinato al sicuro e gli viene medicata in maniera provvisoria la profonda ferita alla gamba. È proprio qui che abbiamo un primo vero indizio sulle sembianze dell’aggressore: la sagoma nera assume i contorni di un qualche animale selvatico, che intuiamo per sineddoche dalla grossa unghia scura, ritrovata proprio nella gamba dell’autoctono.

enclosure film 2Quindi alcuni, i più ottimisti, crederanno che giunti a questo punto finalmente lo sviluppo prenda una direzione più avvincente, ossia si succedano terrificanti assalti, morsi e squartamenti, inseguimenti e urla, insomma un buon crescendo di gore. Tuttavia si tratta solo di vane illusioni: lo spettatore e i tre bersagli rimarranno bloccati nei tendaggi praticamente fino a pochi minuti dal finale! Uniche vere cagioni di sussulto sono la solita sagoma che circumnaviga il loro rifugio, qualche squarcio nelle pareti di stoffa e il fugace palesarsi di un occhio rossastro nei lembi strappati. Il resto? Un lungo e piuttosto tedioso scambio verbale tra l’aggressivo e deridente campagnolo e i due coniugi, tra frecciate e oltraggi del primo e reazioni interdette dei due, per poi scoprire dopo parecchi tediosi dialoghi che anche il ruvido locale ha un cuore e ama la moglie, come documenta la sua foto nel portafoglio. Non solo; in questo lungo dramma da camera ambientato in una tenda, tra una banalità e l’altra emerge anche qualche informazione utile, ossia che i boschi sono abitati dallo spirito di una giovane appartenente a una tribù che fu sacrificata secoli prima mentre era incinta, e ora vaga in cerca di vendetta per quei luoghi. Nella mente di colui che sta seguendo la tirata si prospetta allora l’ultimo barlume di speranza che almeno nelle sequenze conclusive, qualcosa di spaventevole invada lo schermo, ma anche in questo caso si rivela un miraggio. Non si trova, in attesa nelle vegetazioni, uno spirito malevolo come in The Blair Witch Project – Il mistero della strega o The Witch (qui la nostra recensione), oppure vernacolari folletti maligni come in The Hallow, nemmeno gli spettri di coloro che si sono tolti la vita come in The Forest (la lista potrebbe protrarsi all’infinito…), ma un’entità decisamente più fantasiosa. Le tanto attese creature mostruose sono in verità un incrocio piuttosto posticcio tra Napee, ninfe dei boschi, e native americane ricoperti però di uno strato cortecciforme, che somiglia però molto anche a fanghiglia rappresa, con qualche rametto che spunta qua e là! L’inventiva nell’assemblaggio è rimarchevole, ma il risultato è grottesco…

Così si conclude la interminabile attesa e, seppur vada riconosciuta la volontà di mettere in scena qualcosa di inedito, di percorrere una strada non già battuta da mille prima, certo virtù non trascurabile di questi tempi, Arbor Demon manca l’obiettivo primario per un horror paranormale, ossia spaventare o disturbare in qualche modo, lasciando al contrario piuttosto perplessi.

Di seguito fatevi un’idea di quello che vi aspetta nel trailer ufficiale:

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