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6/10 su 1751 voti. Titolo originale: Ocean's Eight, uscita: 07-06-2018. Budget: $70,000,000. Regista: Gary Ross.

Recensione | Ocean’s 8 di Gary Ross

di William Maga

Sandra Bullock, Cate Blanchett e Anne Hathaway guidano un cast tutto al femminile il cui grande potenziale viene scialacquato malamente da una regia poco ispirata e da una sceneggiatura incredibilmente semplicistica e facilona

In un certo senso, il deludente Ocean’s 8 è finito vittima del suo stesso concept. Prendete un gruppetto delle attrici hollywoodiane più carismatiche (e, non a caso, stilose) e infilatele in un film buttale insieme per creare una versione ‘in rosa’ dei mitici colpi alla Ocean ambientata nel mondo ‘tutto femminile’ dell’alta moda, dei gioielli e dell’arte invece che nel ‘maschilissimo’ ambiente dei casinò. A posteriori, deve essere sembrato un gioco da ragazzi; un’idea così forte (e attuale) e una pellicola così ben pianificata dalla Warner Bros. che praticamente il successo sarebbe stato garantito ancora prima che venisse girato il primo fotogramma. Sfortunatamente, alla fine, i trailer e gli scatti promozionali per i quali molti si sono entusiasmati si sono rivelati alla fine ben più eccitanti del lungometraggio stesso. Una volta impostati il cast e l’idea di fondo, tutto il pensiero creativo sembra però essersi prosciugato, lasciando un manipolo di dotate interpreti (Sandra Bullock, Cate Blanchett, Anne Hathaway, Sarah Paulson, Helena Bonham-Carter) a farsi debolmente debolmente attraverso materiale ai limiti del trasparente.

Debbie Ocean (Bullock), sorella di Danny (George Clooney, che appare solo in fotografia), ha passato cinque anni in galera a progettare la rapina del secolo di una preziosissima collana di diamanti nel corso dell’annuale e riservatissimo Met Gala di New York. Mette su così una variopinta squadra composta da Lou (Blanchett), Rose (Bonham Carter), Palla Nove (Rihanna), Amita (Mindy Kaling), Tammy (Paulson) e Constance (Awkwafina). Tutto sembra essere stato organizzato alla perfezione, ma presto cominciano a spuntare degli imprevisti.

Un buon heist movie ha bisogno di due cose: una tensione latente che raggiunge un crescendo dal terzo atto e protagonisti con una chimica elevatissima. Se è vero che sul secondo elemento ci siamo abbastanza, il film diretto da Gary Ross (Hunger Games) non riesce comunque a esplorarlo al meglio. Ma ci torniamo dopo. Per quanto riguarda invece l’eccitazione e il senso di pericolo? Beh, completamente inesistenti. Senza anticipare nulla, diciamo solo che la grande rapina stessa non ha il tipo di momenti ad alto potenziale ansiogeno che ci si aspetterebbe da opere di questo tipo. Una gran parte della preparazione consiste nel garantirsi un posto di lavoro in un settore ‘tattico’ alla riuscita o nell’occuparsi di seminare pettegolezzi sui giornali, entrambe mansioni che non generano grande drammaticità. In sostanza, il piano un qualche momento si riduce a “Ok, tu vieni assunta da a Vogue e poi ti fai mettere a capo del catering per il Met Gala“, il che fa sembrare il tutto una fantasia delirante (a cui la Bullock tiene a far sapere aver pensato per oltre 5 anni …). Anche se siete tra la stragrande maggioranza del pubblico che non sa o non si cura di quanto siano praticamente impossibili entrambe le cose, lo script ‘for dummies’ di Gary Ross e Olivia Milch ha già fatto l’impossibile per chiarire quanto siano rarefatti e sicuri questi due mondi. Quindi si ignora prontamente tale postulato per procedere col piano, minando ovviamente una delle premesse fondamentali della storia.

Tutte quante poi vanno perfettamente d’accordo, pur conoscendosi ben poco. Non è chiaro se a monte ci fosse un qualche tipo di paura che i personaggi sarebbero sembrati meschini e irascibili qualora fossero nati conflitti, fatto sta che la mancanza di attriti è un altro problema. Un gruppo di donne (assolutamente stereotipate, specie le ‘minoranze etniche’ rappresentate da Rihanna, Mindy Kaling e Awkwafina) si riunisce, annuisce l’un l’altro in riconoscimento, e tutte si mettono al lavoro per essere assolutamente fantastiche. Fine. L’intero Ocean’s 8 sembra un incontro di lavoro molto ben gestito, in cui ognuno segue la linea guida dichiarata, prende note meticolose ed è davvero bravo in quel che fa. Si può perfettamente comprendere come tanta linearità possa risultate attraente per quella fetta del pubblico – in particolare femminile – che vuole giustamente vedere al cinema molti più esempi di donne coraggiosamente fiduciose dei propri mezzi. Non c’è niente di sbagliato nel dare a qualcuno di questi personaggi un po’ di spavalderia, ma una storia senza battibecchi – niente di necessariamente violento – e un po’ più di luce sulle interazioni personali non offre molto allo spettatore con cui interagire e relazionarsi. E quando arriva il momento di mettere in moto la clamorosa rapina, alcune informazioni fino a quel momento sconosciute rende improvvisamente impossibile l’intera impresa – finché la sorella di qualcuna non esce dal nulla per risolvere il problema e poi scompare altrettanto velocemente. Un esempio indicativo dell’intero approccio semplicistico (aka campato per aria) alla storia. Nel terzo atto assistiamo poi a un ulteriore colpo di scena che non sembra nemmeno un twist quanto piuttosto un’intera nuova sotto-trama, non immaginabile e potenzialmente più interessante accaduta mentre la trama principale si svolgeva davanti ai nostri occhi. E dopo aver fallito nell’utilizzare le attrici presenti al massimo delle loro potenzialità, dobbiamo rimanere seduti davanti all’ultimo arrivato James Corden che cattura i riflettori per una buona parte del’ultima mezz’ora; qualcosa che nessuno stava reclamando a gran voce.

Eppure, ci sono minuti in cui Ocean’s 8 sembra proprio parlare direttamente – e soltanto – ai blogger di moda e a chi è inserito nei meccanismi interni e nelle manovre politiche coinvolte nella pianificazione del celebre Met Gala e può individuare una super modella come Bella Hadid a metri di distanza o ricordarsi dell’amore di Anna Wintour per il tennis. Gary Ross ha chiaramente un pubblico specifico in mente e si sforza di dargli pertanto ciò che presume voglia vedere. Assistiamo quindi a un susseguirsi di scene al banco dei profumi del Bergdorf Goodman di New York, negli uffici di Vogue, nel caveau di Cartier, al Met (ovviamente), in prima fila a una sfilata di moda e sul red carpet, che tuttavia lasciano tutti gli altri a chiedersi se ci sia davvero abbastanza gente di questi settori specifici disposta a pagare un biglietto per entrare in sala. Il film diventa così una sorta di Sex and the City 3: rapina al Met Gala. Immaginate se il criticatissimo reboot di Ghostbusters di Paul Feig fosse stato incentrato esclusivamente sul make-up, la cucina e su altri interessi convenzionalmente femminili. Niente di male a credere che una parte del pubblico troverà questi aspetti interessanti, ma suona anche ben poco progressista e sessista. Detto questo, il potere di queste attrici che si uniscono come gli Avengers è difficile da negare, anche se alcune delle cose migliori accadono quando sono separate. Sandra Bullock da sola nei primi dieci minuti del film è probabilmente la parte più leggera e divertente dell’intero film. Ha anche una scena finale sorprendentemente toccante – di nuovo, da sola. Il fatto che sia solitaria nelle sue scene migliori non sfugge all’occhio attento. Proprio come non sfugge che Anne Hathaway praticamente si porta a casa l’intero Oceans’ 8 nelle sequenze in cui si trova lontana dal cast principale. Questo non perché le colleghe siano scarse, ma perché qualsiasi scena che permetta loro un po’ di tempo da sole rappresenta i soli momenti in cui ciascuna si può esprimere davvero. Quando sono vicine, eseguono solo diligentemente il compitino.

Per essere onesti, molte delle interazioni sono occasionalmente divertenti, è solo che tendono a perdere quell’energia che sarebbe necessaria. La Bullock e Kate Blanchett si sforzano duramente – e in gran parte riescono – a dare alla loro relazione maggiore profondità, ma la sceneggiatura è davvero parco di pagine su cui lavorare. Sono lasciate sole a fare le spaccone, a sfoggiare abiti fantastici e giocherellare l’una con l’altra. La Hathaway interpreta invece con verve un’attrice famosissima, giocando simpaticamente sul binomio apparenza/realtà. C’ infine un breve scambio in cui viene chiarito dalla Bullock perchè non voglia uomini nella squadra e se la sceneggiatura esplicita bene perché questo non sia il caso, non viene realmente dato un seguito all’affermazione. La protagonista ha subìto un torto dal fidanzato – un elemento non incidentale per l’intera vicenda -, ma è una sorta di motivazione piuttosto piatta – e peggio ancora, un cliché – per le sue azioni. Come per tutte le altre altre, a parte l’evidente allure del bottino finale, non vengono esplorate le motivazioni di nessuna, se non basilarmente e stereotipicamente. Una vuole allontanarsi dai membri della famiglia che la tormentano sul luogo di lavoro. Un’altra è una casalinga annoiata con due bimbi a cui manca l’azione. Dopo ciò, le motivazioni diventano sempre meno chiare. Un buon heist movie dovrebbe stabilire alcune forti sfide emotive per almeno alcuni dei personaggi coinvolti, ma Ocean’s 8, come in molte delle sue decisioni creative, passa con estrema leggerezza oltre tali considerazioni.

L’atteggiamento spavaldo, la evidente chimica che le attrici condividono e i tempi maturi, darebbero l’impressione che questo cast sia disposto e capace di (ri)lanciare il proprio franchise. Sfortunatamente, la sceneggiatura e la regia non le hanno affatto aiutate in tal senso (anche se il pubblico ha comunque premiato l’operazione). Nota da tenere a mente: scopiazzare il lavoro di Steven Soderbergh non è sufficiente a rendere un film alla sua altezza.

Di seguito il trailer italiano di Ocean’s 8, nei nostri cinema dal 26 luglio:

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