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5/10 su 50 voti. Titolo originale: Ride, uscita: 06-09-2018. Regista: Jacopo Rondinelli.

Recensione | Ride di Jacopo Rondinelli

27/08/2018 di William Maga

Lorenzo Richelmy è al centro di un film ambizioso che punta forte sullo sfoggio di tecnica e sul citazionismo, che finiscono per soverchiare il messaggio celato tra un salto e una sterzata in POV

Dopo l’inatteso – e sorprendente – successo di Mine un paio di anni fa, si era creata una certa inevitabile aspettativa attorno al nuovo lavoro di Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, registi e sceneggiatori del thriller con Armie Hammer, attesi al varco da pubblico e critica per confermare lo stato di salute della cosiddetta ‘new wave’ del cinema di genere nostrano. Ebbene, il 6 settembre arriva nei cinema italiani Ride, che i due hanno tuttavia ‘solo’ supervisionato artisticamente, scritto (con Marco Sani), prodotto e in parte montato (Guaglione), lasciando che della regia si occupasse l’esordiente Jacopo Rondinelli (alla spalle una lunga gavetta nei videoclip e come scenografo ed effettista).

Girato in inglese, il film vede protagonisti Max (Lorenzo Richelmy, Marco Polo) e Kyle (Ludovic Hughes, Murder Maps), amici per la pelle e riders acrobatici, sprezzanti del pericolo e amanti del rischio, sempre a caccia di nuove sfide spericolate per testare i propri limiti e per compiacere le migliaia di follower del loro canale Youtube. Un bel giorno ricevono un invito da parte della misteriosa Black Babylon a partecipare a una segretissima gara di downhill che mette in palio ben 250.000 dollari, una somma che farebbe molto comodo a entrambi per diverse ragioni. I due così accettano, senza troppe remore, salvo scoprire una volta giunti sul luogo della corsa che c’è molto di più in gioco del semplice agonismo e che ben presto – dopo aver incrociato i sentieri con l’enigmatica Clara (Simone Labarga) – dovranno lottare per le proprie vite, ricorrendo anche a scelte estreme.

Potrebbe sembrare semplice – nel bene o nel male – parlare di Ride (o di qualunque altro titolo), ma visto che in questo particolare caso i suoi autori non sono stati certo parchi di informazioni circa gli spunti, le idee e i modelli utilizzati come base per il film, è giusto – e probabilmente doveroso – ‘integrarli’ all’interno di una disamina, non solo per evitare di dire cose ovvie in quanto stabilite già a monte, ma soprattutto per capire se gli obiettivi dichiarati sono effettivamente stati raggiunti. Innanzitutto, almeno per chi scrive, l’input di partenza (un thriller sci-fi su mountain bike filmato con l’uso di GoPro, un’ambientazione boschiva e uno squilibrato a caccia dei personaggi) era sembrato fin dal primo trailer pubblicato piuttosto debitore del misconosciuto Downhill di Patricio Valladares (la nostra recensione), curiosamente proiettato al Festival di Sitges nel 2016, proprio insieme a Mine. E dopo la visione, molte si sono dimostrate le similitudini rimaste nel copione, che forse avrebbero addirittura potuto essere di più se Guaglione e Resinaro avessero accettato senza batter ciglio il primo soggetto mostrato loro da Sani, da lui stesso definito come “Duel sulle bici”, uno slasher in cui un gruppo di ciclisti si filmava mettendosi delle microcamere GoPro addosso e veniva massacrato da un pazzo nei boschi (quello che sostanzialmente accadeva nella pellicola cilena del 2016 …).

E se questo primo scoglio certo non aiuta nella spunta della casellina ‘originalità’, non fanno meglio gli evidenti – e giustamente confermati – influssi di L’implacabile (l’idea di trasmettere una gara contro il tempo e con ostacoli letali in diretta) di Lost (a un certo punto di Ride ci si aspetta di trovare Desmond dietro l’angolo …) e di Black Mirror (l’ossessione per le nuove tecnologie e le spiacevoli conseguenze a cui un abuso delle suddette può portare), oltre che quello ‘dimenticato’ del seminale Anno 2000 – La corsa della morte, che pare anche – più che gli indicati “cattivi di Ken Il Guerriero, un GI Joe e Mad Max“- fonte principale per l’aspetto del Dark Rider (ogni riferimento a Frankenstein è puramente casuale).

Al di fuori dei suddetti omaggi più o meno voluti (cui aggiungiamo pure il Point Break del 2015 e 1997: Fuga da New York), Ride ricorda per ovvie ragioni – anche qui tranquillamente confermate da sceneggiatori e regista – un videogioco, non soltanto per lo stile di riprese spesso in soggettiva (che rimanda naturalmente pure al film Hardcore! di Ilya Naishuller) e per ‘l’opzione’ del cambio di visuale praticamente continuo, ma anche per i punti accumulati dai due riders, per i bonus e i malus e per il ‘boss di fine livello’ che cerca di impedire loro di terminare la missione. Qui però il discorso è dove si fa interessante, perchè il linguaggio scelto per raccontare le peripezie dei protagonisti è decisamente quello dei filmati caricati su Youtube dagli appassionati. Jacopo Rondinelli ha fatto ricorso a un numero incredibile di telecamere per le riprese (“almeno 15 camere tra attori e biciclette, più quelle sparse per il bosco, più due SONY che lavoravano con lo zoom a simulare delle camere di sorveglianza”) per cercare di garantire agli spettatori un’esperienza sostanzialmente inedita in cui siano costretti a immedesimarsi e rimanere incollati all’azione col fiato mozzato, sferzati dalle ingegnose musiche techno a 8 bit di Andrea Bonini.

Operazione riuscita? Molto, ma sebbene spezzata da alcuni momenti più ‘tranquilli’ e da flashback familiari, superata l’ora di film questo espediente non può che risultare ridondante, perchè ormai lo sfoggio di perizia tecnica ha già ampiamente dimostrato tutto quello che aveva da dimostrare, tanto che nel terzo atto, quando Ride sterza verso lidi impreventivabili, il ricorso a più di una telecamera non sembra ancora strettamente necessario. E se poi fin dai primi minuti appare evidente come la sceneggiatura cerchi di riflettere la sete di like dei ragazzi di oggi e i loro spingersi a fare cose sempre più pericolose e poco sensate solo per provare di essere in gamba a un mucchio di sconosciuti online, mettendoci il carico del dramma dell’essere costantemente connessi alla rete (addirittura i monoliti nei dei check point inizialmente erano obelischi, poi è subentrata l’idea del richiamo diretto alla figura di uno smartphone), molto meno lampanti sono i buoni propositi dichiarati di mettere in scena una “allegoria dei tempi che stiamo vivendo, dove tutti noi in fondo siamo riders costretti a correre in un sistema fatto di regole per sopravvivere, per accumulare punti, visibilità, soldi”. Un’affermazione un bel po’ forte, che generalizza una situazione un filo troppo estremizzata e ben delimitata, quindi poco cucibile addosso allo spettatore medio.

Allo stesso modo, Max e Kyle non rappresentano certo il tipico ragazzo della porta accanto in cui immedesimarsi facilmente. Siamo sicuri che averli resi degli antieroi, sostanzialmente egoisti e non privi di macchia, sia uno “specchio iper-pop dei tempi che stiamo vivendo”? Non è invece un boomerang che ci spinge a non parteggiare mai per loro e in fondo a non farci preoccupare più di tanto di come finiranno (non sono certo quel simpatico guascone con la benda di Jena Plissken)? Curiosa è quindi l’idea di agghindarli a mo’ di supereroi, attraverso attente scelte di abbigliamento in relazione all’ambiente circostante e alle caratteristiche personali dei personaggi (troviamo colori primari come il rosso, il blu e il bianco, tipici dei costumi di SupermanSpiderman e Ant-Man per Hughes), mentre decisamente poco immediata – per molti almeno – è l’associazione all’immaginario tokusatsu o dei cartoni animati giapponesi della Tatsunoko come Hurricane Polymar a Kyashan. Infine, fonte di irritazione potrebbe essere il fatto che Ride non si preoccupa di dare parecchie risposte.

Lasciare avvolta nel totale mistero la Black Babylon, suggerendo che debba essere il pubblico a colmare i vuoti (magari comprando il libro e i fumetti di contemporanea uscita, come successo già con Monolith nel 2017), è coraggio ‘molto poco italiano’ (come direbbero in Boris) o – anche – una strutturata operazione commerciale trasversale? Non c’è alcun dubbio che Fabio Guaglione e Fabio Resinaro sappiano come sfruttare al meglio i social media per creare hype intorno a un loro film e di questo gli va senza dubbio dato atto. In un mercato saturo di proposte che si affastellano ogni settimana, se non sei un blockbuster americano devi in qualche modo stare a galla e quale mezzo è migliore della multimedialità?

In definitiva, la troppa tecnica di Ride soverchia la sostanza più di quanto vorrebbe. Siamo davanti a un prodotto che non sembra quello tipico italiano (purtroppo/per fortuna questo dettaglio va rimarcato ogni volta …)? Si. Traspare l’enorme impegno messo nel progettare le riprese secondo un metodo innovativo? Certo. Il puntare così forte su uno sport come il downhill – che è a dir poco di nicchia -, è una scelta meramente funzionale all’utilizzo di molte telecamere per le riprese? Quasi ovvio. C’è il rischio che un film del genere venga apprezzato solo dai gamer e/o da chi pratica sport estremi in prima persona? Forse. Era necessario un videogioco in live action con indosso casco e tuta ‘di genere’ lungo 100 minuti? Questa è una domanda a cui ciascuno deve rispondere nel modo che meglio crede.

Ah, c’è una brevissima scena dopo i titoli di coda, perchè la Marvel non ha certo l’esclusiva giusto?

Di seguito trovate il full trailer di Ride, nei cinema dal 6 settembre:

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