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Voto: 6.5/10 Titolo originale: A Prayer Before Dawn , uscita: 24-05-2018. Regista: Jean-Stéphane Sauvaire.

Una preghiera prima dell’alba: la recensione del film diretto da Jean-Stéphane Sauvaire

09/08/2018 recensione film di William Maga

La trasposizione cinematografica dell'autobiografia di Billy Moore è un viaggio nell'inferno di una prigione thailandese che privilegia la redenzione attraverso lo sport rispetto alla pura exploitation

Joe Cole in Una preghiera prima dell'alba (2017)

Leggendo Una preghiera prima dell’alba (A Prayer Before Dawn), l’autobiografia di Billy Moore pubblicata recentemente anche in Italia, si ha l’impressione di leggere la trama di uno dei primi film di Jean-Claude Van Damme. Alla fine degli anni 2000, questo ragazzo di Liverpool, pugile dilettante e piccolo spacciatore, si è ritrovato suo malgrado ad essere l’unico straniero detenuto all’interno di una famigerata prigione thailandese, intraprendendo la via della kickboxing come primaria strategia di sopravvivenza – e anche come metodo per ritrovare il rispetto per sé stesso.

Sullo schermo, non mancano l’azione e i combattimenti sul ring, ma il francese Jean-Stéphane Sauvaire – che torna alla regia a 10 anni dal ruvido dramma sui bambini-soldato dell’Africa occidentale Johnny Mad Dog – non è qui molto interessato all’ovvia angolazione exploitation che la vicenda offrirebbe su un un vassoio d’argento. Piuttosto, il suo lavoro privilegia l’estrazione dalla pagine del libro di Moore del significativo viaggio infuso di spiritualità lontano dalla rabbia e dai narcotici e diretto verso la disciplina e l’accettazione di sé.

Per cominciare, aleggia nell’aria una sapore vagamente acre alla Fuga di Mezzanotte – quel senso di demonizzazione che sembra immancabile in qualsiasi sceneggiatura incentrata su un ragazzo bianco che viene sbattuto in qualche posto infernale e dimenticato da Dio. Il Billy dagli occhi sgranati interpretato da Joe Cole deve combattere senza mezzi termini per guadagnarsi il suo metro di pavimento, specie dopo che i suoi compagni di cella lo costringono ad assistere a uno stupro di gruppo punitivo durante la sua prima notte al fresco – un chiaro avvertimento su ciò che lo attenderà se decidesse di non rigare dritto.

Tuttavia, se ci aspetteremmo a questo punto probabilmente una storia di maniacale pazienza e di tolleranza davanti alle più difficili delle circostanze, questo adattamento delle memorie di Billy Moore vede invece il protagonista trarre forza dal questo ambiente.

La disciplina e la struttura mentale che abbraccia come parte del suo allenamento nella boxe thailandese non solo lo rendono un combattente più abile ed efficace, ma aumentano anche la sua sicurezza nei suoi mezzi mentre affronta il suo nemico più scoraggiante – l’abitudine all’uso della metanfetamina.

Nelle fasi iniziali di Una preghiera prima dell’alba, vediamo che la modalità predefinita del protagonista è quella di fumarsi della “yaba” e pestare qualsiasi cosa gli si pari davanti – ma, a suo credito, il personaggio di Cole coglie la necessità di dover cambiare, e presto decide di seguire le sagge parole di un collega combattente di focalizzare questi attacchi di rabbia dentro al ring. “Guarda e decidi” ha una risonanza esistenziale significativa per lui.

Presumibilmente, anche l’affetto di un ladyboy detenuto di nome Fame (Pornchanok Mabklang) gioca un ruolo importante nella rigenerazione di Billy dal fondo dell’abiezione, anche se il film decide purtroppo di allontanarsi da questa sottotrama in modo deludente proprio quando le cose cominciano ad assumere una interessante piega sessuale tra i due.

Emerge una sorta di vaporosità durante le quasi due ore di pellicola, che tocca svariati passaggi della vicenda, coinvolgendo ad esempio una guardia corrotta, alcuni prigionieri assassini e – apparentemente – persino una ferita interna debilitante per Billy, salvo scoprire che si tratta di meri espedienti presto accantonati per portare avanti un po’ la trama.

A volte, la sceneggiatura di Jonathan Hirschbein e Nick Saltrese sembra innegabilmente abbozzata, ma Jean-Stéphane Sauvaire ha evidentemente in mente il quadro più ampio, ed è pronto a trascurare alcuni dettagli in favore di una più ampia sensazione di immersione sensoriale totale. La routine e i rituali della vita carceraria e il regime di allenamento dei pugili creano uno spettacolo quasi ipnotico, definito dal dare e dal ricevere i colpi dello sparring partner e dagli arti affaticati ripetutamente oliati dai massaggiatori.

In effetti, la contrapposizione di elementi che rimandano a una cedevole sensualità e i pugni e i calci punitivi in ​​qualche modo si fondono nell’avvolgente ambiente sonoro creato da Nicolas Becker (uno che ha nel curriculum Gravity e Enter the Void), capace di fondere in un ensemble armonioso le potenti percussioni tipiche del paese asiatico, i canti buddisti e le sonorità elettroniche, che insieme riescono a rendere palpabile il modo in cui l’ambiente circostante gradualmente trasforma il disastrato Billy in un uomo nuovo.

Date le enormi barriere linguistiche che concorrono a isolare il suo personaggio, la prova attoriale di Joe Cole è così molto più improntata al linguaggio del corpo che alla lettura di battute imparate a memoria: un minuto manifesta la sua vulnerabilità di ragazzo, l’attimo dopo è un combattente feroce che affina le proprie abilità imparando a controllare la collera che lo ha quasi annientato. Il lungo incontro di kickboxing in cui Billy fa capire quanto vale al malizioso allenatore della prigione finisce così per essere una lunga sequenza di rovente intensità mentre i colpi continuano ad arrivare.

Licenze cinematografiche o no, il risultato è alla fine convincente, il che si applica benissimo anche al resto di Una preghiera prima dell’alba, in cui veniamo persuasi senza se e senza ma del reale affiatamento tra i membri della comunità dietro le sbarre almeno quanto avevamo fatto per la milizia di ragazzini a spasso tra i ruderi della Sierra Leone in Johnny Mad Dog. Laddove però l’opera del 2008 faceva leva sull’impatto da puro reportage, questa volta l’impianto generale è molto più cinematografico, in cui la solo apparente veridicità della produzione (che ricrea un carcere thailandese nelle Filippine) si integra con modelli efficaci di montaggio e di sound design.

Si tratta di una premessa ambiziosa, e anche se per alcuni spettatori la narrazione sconnessa potrebbe rivelarsi controproducente, giudicandolo nella sua globalità si può classificare senza grossi problemi come un viaggio avvincente dentro e fuori il cuore dell’oscurità.

Di seguito il trailer originale di Una preghiera prima dell’alba, al momento ancora senza una data di uscita italiana:

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