Horror & Thriller

[recensione] XX di Jovanka Vuckovic, St. Vincent, Roxanne Benjamin, Karyn Kusama e Sofia Carrillo

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Un'antologia horror al femminile che insinua nella mente dello spettatore un terrore profondo quanto impalpabile

Sebbene con alterne fortune e diverse connotazioni, l’antologia horror ha avuto nella storia del cinema di cotesto genere un ruolo tutt’altro che secondario: da Il gabinetto delle figure di cera (Das Wachsfigurenkabinett, 1924) di Paul Leni a I tre volti della paura di Mario Bava del 1963, fino a Creepshow diretto da George A. Romero e sceneggiato da Stephen King, molteplici sono gli esempi validi afferenti alla categoria. A fasi cicliche, dunque, tale formato ritorna strumento espressivo più che mai valido per narrare brevi, ma intensi racconti terrorifici e, negli ultimi tempi, pare proprio sia tornato in auge. Il notevole successo di VHS, uscito nel 2012 (a cui sono seguiti V/H/S/2 e V/H/S: Viral) e l’interesse suscitato intorno al più conciso – in termini di minutaggio per episodio – ed “enciclopedico” ABCs of Death (sempre del medesimo anno e con altrettanti sequel, ABC’s of Death 2 e ABC’s of Death 2.5), hanno inaugurato una serie di fortunati titoli, quali Southbound nel 2015 ed Holidays nel 2016.

xx-antologia-filmEbbene, a quanto pare tale vena non si è ancora esaurita e ha dato vita ad una nuova pellicola, caratterizzata da una declinazione assai particolare e ben definita: si tratta di un’antologia horror tutta al femminile, evocativamente intitolata XX – Donne da morire (dal doppio cromosoma ovviamente), i cui si percepisce immediatamente una determinata sensibilità, un comune approccio narrativo come d’indagine di mondo fantasmatico e orrorifico in nuce alla tipologia filmica selezionata. Certo, se fautori dell’immediatezza di certi horror, alla loro sanguinosità appagante, il film risulta in qualche modo insoddisfacente, troppo sospeso in gran parte dei suoi capitoli per arrivare a quell’acmé che ci si attende; il terrore, a parte in un caso, non è mai del tutto concretizzato per immagini forti, è sfuggente, ansia sospesa e ancestrale più che squartamento inondato di liquido vitale. Eppure aleggia, simile per sostanza, un’aura profondamente inquietante nelle storie, nelle sequenze, incubo freudiano, inspiegabile paura che si estende oltre all’epilogo stresso, soprattutto nei primi due cortometraggi, i più riusciti.

Silloge delle muliebri angosce, incubo domestico o proiezione demonica del femminile, al centro dello sviluppo vi sono 4 diverse interpretazioni di tipi femminili all’interno di un contesto orrorifico, quattro psicologie dissimili accomunate da una medesima emotività materna (a parte il terzo episodio). Non sono allora gli eventi narrati, che quasi passano in secondo piano, a dominare la diegesi, né si mira ad un facile spavento, a un sussulto sulla sedia incontrollato, ma a insinuare in chi guarda un atavica angoscia per una minaccia incorporea, eppure terrificante, che non ha volto e non ha nome, solo effetti sul reale, o almeno sulla percezione dello stesso da parte del soggetto. In una rassegna dei ruoli della donna, vengono mostrate la madre e moglie impotente di fronte alla misteriosa e lenta morte dei cari, la coniuge sconvolta e presa da isteria davanti al marito morto, la ferina donna indemoniata, che incarna una forza ancestrale e incontrollabile, infine la genitrice del male stesso.

XX-horror anthologyA completare e dare unità al complesso, la parte animata in stop motion ad opera di Sofia Carrillo, parentesi che anticipa i diversi frammenti e fil rogue che li unisce, rappresenta uno stacco netto nell’estetica, nel carattere del girato, e al contempo ne riesce a raccchiudere l’anima profonda densa d’angoscia. Inquietante casa delle bambole dal volto animato, è commistione tra infanzia e morte, tutto è decadente al suo interno, gioco funereo, una patina ricopre di decadenza la carta pesta; al suo interno tutto è decrepito, sogno fanciullesco tramutato in presagio degli inferi, si cristallizza nella mela che marcisce palpitando a cuore, un fotogramma dopo l’altro, su un bianco letto in miniatura.

Il primo cortometraggio, The Boxe, è diretto da Jovanka Vuckovic, promotrice del progetto insiema a Todd Brown della XYZ Films, mette in scena un pericolo oscuro, mortale quanto indefinito nei contorni. Al centro della narrazione, fortemente straniante, c’è Susan Jacobs (Natalie Brown), che assiste impotente al lento lasciarsi morire di fame dell’intera famiglia. L’incubo inizia in modo banale, il figlio Danny (Peter DaCunha), incuriosito della scatola che un sinistro sconosciuto, seduto a fianco a lui nella metro, tiene sulle gambe, gli chiede che cosa contenga, quello glielo mostra, e da quel momento il ragazzino smette di mangiare. Come malattia trasmessa attraverso la parola, il bambino sussurra alla sorella Jenny (Peyton Kennedy), poi al padre Robert (Jonathan Watton) una misteriosa verità e entrambi, come lui, d’improvviso non ingurgitano più nulla. Parabola oscura che ruota intorno alla donna come centro del focolare, colei che nutre e raggruppa i suoi cari intorno alla tavola imbandita; quest’ultima è emblema dell’intimità domestica stessa, inquadrata più volte dall’alto a scandire i giorni, pittorica, nella composizione altamente estetizzante del cibo. Poi, resi complici  da un segreto, che non sarà mai rivelato, i figli e il coniuge di Susan la escludono da un viaggio senza ritorno, da una verità profonda da cui lei è esclusa, ciò che resta è la solutudine e il desiderio di tornare a fare parte del nucleo ormai precluso, perfino se la destinazione è il baratro.

XX Antology horrorSecondo capitolo, The Birthday Party, debutto della cantante St. Vincent (qui firma Annie Clark), dipana una fiaba dark dai risvolti grotteschi e mortuari. Mary (Melanie Lynskey), è una madre facoltosa, che vive con la figlia, il marito e una tutrice dalle sembianze dittatoriali in una grande casa a vetri dalle linee moderniste. E’ il giorno del compleanno, come allude il titolo, e la donna scopre che il consorte è deceduto, lo trova lì, senza vita, alla sua scrivania. Presa da un attacco di inspiegabile isteria, cerca di nascondere in ogni modo l’evento, in un susseguirsi di scenette farsesche da slapstick con una nota macabra. Il paradossale rivelarsi in atteggiamenti illogici di una psiche poco stabile si fonde poi con i riti sociali, descritti con una commistione di rallenti e colori vividi, quelli dei costumi dei bambini e dei vestiti delle madri, in una stilizzazione pungente e fiabesca che vagamente ricorda Edward mani di forbice (Edward Scissorhands, Tim Burton 1990), ma in chiave meno sognante e più oscura.

Segue Don’t fall di Roxanne Benjamin, forse episodio più smaccatamente horror e insieme più immediata, meno intellettuale. L’ambientazione e l’azione sono piuttosto convenzionali, un gruppo di ragazzi decide di addentrarsi nella natura per fare una scampagnata e inerpicarsi per dei sentieri in mezzo a un bosco. D’improvviso l’evento inquietante, Gretchen (Breeda Wool) si graffia appoggiandosi alla superficie scabra di una roccia e scopre in quell’istante che sulla medesima c’è una pittura rupestre, una strana rafigurazione di silhuette, una cornuta, realizzato con un pigmento rosso, sanguigno. La sera la lieve ferita si infetta, ma non pare nulla di grave, eppure poco dopo la sua trasformazione in un antico demone ferino principia.
Ovviamente, visto il soggetto, il segmento è decisamente più violento degli altri, meno si cura di archetipiche paure e più focalizza su una creatura mostruosa. Detto ciò, quest’ultima è ben realizzata, alcune sequenze, come quella in cui dilania con i suoi artigli non più umani le carni di una persona cara, o l’osso esposto di Jess (Angela Trimbur), spezzato quando è caduta da un dirupo, denotano una certa maestria negli effetti speciali, data dall’esperienza che la regista si era già fatta in Southbound, e si vede.

In ultimo, in Her only living son di Karyn Kusama, è mostrato un’altro tipo femminile della cinematografia del terrore, la madre del demonio. Proiezione nel futuro la Mia Farrow del polanskiano Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, il terribile segreto è scoperto dalla protagonista non mentre in dolce attesa, ma con un erede già adolescente. Il succedersi di indizi rivelano la mefistofelica paternità: animaletti uccisi, la continua richesta di conoscere il padre, diversi inaspettati sostenitori tra il corpo insegnanti a scuola lo proteggono nonostante i suoi misfatti ai danni di una ragazza.  Tutto è sempre più inquietante, finché si giunge all’apice, ma l’epilogo, non più orrorifico, è invece lirico, sentimentale, in linea con la direzione degli altri episodi.

Riflessivo in gran parte, il piglio di XX – Donne da morire è più marcatamente drammatico, introspettivo, che terrificante o cruento, eppure resta qualcosa di profondamente disturbante, la sensazione di una occulta forza che stravolge la normalità, ciò che viene percepito come sicuro, lasciando così nello spettatore un destabilizzante horror vacui.

Progetto dalla lunghissima gestazione, ha modificato la sua linea creativa un paio di volte dall’annuncio della sua produzione nel 2013, ma alla fine la pellicola è stata ultimata e dopo il debutto al Sundance (19-29 gennaio) è giunto in VOD a partire dal 17 febbraio e potete averne un assaggio nel trailer di seguito:

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