Robin Williams è straziante e fragile in questo fantasy oscuro degli anni ’90
06/10/2026 news di Andrea Palazzolo
Robin Williams nel film di Terry Gilliam. Un capolavoro del cinema fantasy anni '90 da riscoprire assolutamente.

Gli anni Novanta rappresentarono un periodo di transizione per il cinema fantasy, intrappolato in una sorta di limbo creativo tra l’ingenuità degli anni Ottanta e l’esplosione epica che sarebbe arrivata con Il Signore degli Anelli e Harry Potter. Hollywood era ancora ansiosa, incerta se puntare sul fantasy puro o se mascherarlo dietro narrazioni più urbane e contemporanee. Proprio in questo vuoto nacquero pellicole ibride come Ghost, La morte ti fa bella e Ricomincio da capo: film con elementi fantastici che si guardavano bene dal mostrarsi apertamente affiliati al mondo dei draghi e dei maghi.
Certo, qualche produzione fantasy più tradizionale arrivava comunque nelle sale, da Dragonheart ai seguiti de La storia infinita, ma la maggior parte proveniva dal Rinascimento Disney degli anni Novanta, con titoli animati che ridefinivano il genere per un pubblico più giovane. In questo contesto, Robin Williams stava vivendo un momento cruciale della sua carriera. Da comico stand-up esplosivo si era trasformato in star cinematografica mainstream, nonostante dichiarasse di sentirsi più a suo agio seguendo una traiettoria simile a quella di Peter Lorre piuttosto che di Humphrey Bogart.
La leggenda del re pescatore rappresenta un punto di svolta nella filmografia di Williams, un’opera che ha acquisito sempre più valore con il passare del tempo. Sotto la direzione visionaria di Gilliam, il film bilancia le dure realtà del degrado urbano moderno con momenti di pura magia, come l’iconica sequenza del valzer alla Grand Central Station. La critica dell’epoca si concentrò sullo stile visivo unico della pellicola e sulla chimica esplosiva tra Williams e un altrettanto eccellente Jeff Bridges, ed è difficile argomentare contro queste osservazioni.
La leggenda del re pescatore racconta la storia redentiva di Jack Lucas, interpretato da Bridges, un cinico conduttore radiofonico che involontariamente causa la morte di sette persone innocenti spingendo un ascoltatore a compiere un attacco omicida-suicida in un ristorante. Viene successivamente salvato da Parry, un senzatetto interpretato da Williams, la cui moglie era una delle vittime e che ha subito una frattura psicotica dopo la sua morte. Questo trauma si manifesta in visioni di un Cavaliere Rosso, nato dall’esperienza terrificante di aver visto la moglie uccisa a bruciapelo.
Come Parry, che è in missione per recuperare il Santo Graal, Williams è insieme selvaggio e infinitamente fragile, frenetico e ferito. È una performance ipnotica, punteggiata da frequenti richiami alla sua impensabile origine e alla sua paura del Cavaliere Rosso. Questo era Williams all’apice dei suoi poteri emergenti, e guardare la sua anima messa a nudo rappresenta un assoluto masterclass in un film che merita ogni riconoscimento.
La leggenda del re pescatore si posiziona all’apice assoluto delle sue interpretazioni perché cattura meglio tutti gli elementi della sua capacità artistica. In Parry, Williams crea un personaggio che è insieme devastato e speranzoso, traumatizzato e capace di una tenerezza disarmante. La sua interpretazione oscilla tra momenti di pura follia poetica e istanti di lucidità straziante, mostrando una gamma emotiva che pochi attori possono eguagliare.
Quando Parry descrive la sua visione del Graal o quando esprime il suo amore impossibile per Lydia, interpretata con grazia da Amanda Plummer, Williams riesce a essere contemporaneamente comico e profondamente commovente. Non c’è un confine netto tra la sua vulnerabilità e la sua forza, tra la sua pazzia e la sua saggezza. È tutto mescolato insieme in un ritratto umano così autentico da risultare quasi insostenibile da guardare in certi momenti.
Per chi conosce Robin Williams solo attraverso i suoi ruoli familiari, La leggenda del re pescatore offre una rivelazione. Qui c’è un attore che non si limita a far ridere o commuovere, ma che scava nelle profondità dell’esperienza umana con una ferocia e una delicatezza che pochi possono eguagliare. È una performance che merita di essere riscoperta, studiata, celebrata come uno dei vertici assoluti della recitazione cinematografica degli anni Novanta.
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