Tom Cruise affrontò 64 volte la gravità zero per questo sfortunato blockbuster appena arrivato su Netflix
28/09/2026 news di Stella Delmattino
La Mummia del 2017 nasconde una lavorazione estrema e doveva essere soltanto l'inizio di un gigantesco universo cinematografico dedicato ai mostri Universal

È appena arrivato su Netflix Italia uno dei blockbuster più discussi della carriera di Tom Cruise. Ma riguardando oggi La mummia, uscito nel 2017, c’è almeno una sequenza che nasconde una lavorazione molto più folle di quanto appaia sullo schermo.
Per girare la scena dell’aereo in caduta libera, infatti, Cruise non volle affidarsi semplicemente a cavi ed effetti visivi. L’attore e la troupe salirono davvero a bordo di un aereo utilizzato per effettuare voli parabolici, ottenendo per brevi intervalli una condizione di apparente assenza di gravità.
Furono necessarie 64 parabole distribuite su quattro voli. Il risultato è la sequenza in cui Nick Morton e Jenny Halsey, interpretata da Annabelle Wallis, vengono scaraventati nella cabina mentre l’aereo precipita. E quello stunt era soltanto una delle scommesse di un film sul quale Universal aveva puntato moltissimo.
Tom Cruise volle girare davvero a gravità zero
Il regista Alex Kurtzman aveva inizialmente valutato soluzioni decisamente più convenzionali, tra cavi e set capaci di simulare la caduta. Cruise, già celebre per la volontà di realizzare personalmente buona parte dei propri stunt, spinse invece la produzione verso una soluzione molto più complicata.
Durante un volo parabolico l’aereo compie una particolare traiettoria che permette ai passeggeri di sperimentare per pochi secondi una condizione di microgravità. Quegli intervalli erano quindi brevissimi: ogni volta cast e troupe dovevano prepararsi, girare quanto possibile e ricominciare alla parabola successiva.
Secondo Kurtzman, l’esperienza fu tutt’altro che piacevole per tutti. Diverse persone a bordo soffrirono il mal d’aria, mentre Cruise e Wallis riuscirono a portare avanti le riprese. In totale furono effettuate 64 parabole nell’arco di due giorni.
La mummia doveva essere soltanto l’inizio
La vera scommessa di Universal era però ancora più grande. La mummia era stato scelto per inaugurare ufficialmente il Dark Universe, un universo cinematografico condiviso che avrebbe riportato sullo schermo i mostri classici dello studio seguendo, almeno nella struttura industriale, il modello reso enormemente redditizio dal Marvel Cinematic Universe.
Il film introduceva già Russell Crowe nei panni del dottor Henry Jekyll e la sua organizzazione Prodigium, concepita come uno dei possibili collegamenti tra le varie creature.
Ma Universal aveva già scelto anche alcuni dei protagonisti successivi: Johnny Depp avrebbe interpretato l’Uomo Invisibile e Javier Bardem il mostro di Frankenstein. Sofia Boutella era Ahmanet e Cruise avrebbe potuto continuare a far parte di quell’universo dopo la trasformazione del suo personaggio.
Lo studio arrivò persino a presentare ufficialmente il cast del Dark Universe attraverso un’immagine che riuniva Cruise, Boutella, Crowe, Depp e Bardem, mentre Danny Elfman aveva composto un tema musicale specifico per accompagnare il logo del nuovo franchise.
La celebre foto del Dark Universe nascondeva però un trucco
Quell’immagine è diventata negli anni quasi il simbolo di ciò che Universal voleva costruire. E nasconde un dettaglio piuttosto ironico: le cinque star non si erano realmente riunite per realizzarla.
Come emerse successivamente, il ritratto promozionale era stato composto digitalmente utilizzando fotografie separate degli attori. Un universo condiviso che, ancora prima di arrivare davvero al cinema, aveva quindi dovuto riunire artificialmente persino i suoi protagonisti.
Il progetto era comunque già molto concreto. La moglie di Frankenstein, affidato a Bill Condon, avrebbe dovuto essere uno dei capitoli successivi, mentre altri film avrebbero progressivamente riportato in scena le principali icone horror della Universal.
C’è anche un collegamento con la Mummia di Brendan Fraser
Il reboot di Kurtzman provò inoltre a strizzare l’occhio a chi era cresciuto con la precedente incarnazione cinematografica del mostro. All’interno della sede di Prodigium compare infatti per pochi istanti il Libro di Amun-Ra, uno degli oggetti più riconoscibili de La mummia del 1999 con Brendan Fraser e Rachel Weisz.
Non era la conferma che le due versioni condividessero lo stesso universo narrativo, ma un easter egg intenzionale inserito per ricordare il film che, diciotto anni prima, aveva trasformato la Mummia in un blockbuster d’avventura di enorme successo.
Oltre 400 milioni di dollari non furono sufficienti
Ed è qui che la storia diventa particolarmente curiosa. La mummia non fu un flop nel senso più semplice del termine: incassò circa 409 milioni di dollari nel mondo. Ma costi elevati, risultati molto più deboli negli Stati Uniti e un’accoglienza critica durissima resero quell’esordio ben lontano dal successo necessario per sostenere un progetto delle dimensioni del Dark Universe.
Il cast stellare annunciato da Universal non si riunì mai sullo schermo. Depp non diventò l’Uomo Invisibile, Bardem non interpretò il mostro di Frankenstein e il Dark Universe nella forma presentata nel 2017 venne sostanzialmente abbandonato.
Qualche anno dopo fu lo stesso Kurtzman a descrivere l’esperienza in termini sorprendentemente netti, definendo La mummia «probabilmente il più grande fallimento della mia vita», pur riconoscendo quanto avesse imparato dagli errori commessi.
Universal avrebbe poi cambiato completamente strategia, tornando ai suoi mostri attraverso film autonomi invece di obbligarli a convivere nello stesso universo.
Rivisto oggi su Netflix, La mummia rimane quindi uno strano pezzo di storia recente di Hollywood: un blockbuster da oltre 400 milioni di dollari, con Tom Cruise realmente sospeso a gravità zero, che doveva aprire un gigantesco universo cinematografico e finì invece per diventarne praticamente il capolinea.
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