Voto: 5/10 Titolo originale: UNABOMBER , uscita: 25-09-2026. Regista: Janus Metz.
Unabomber, recensione: Netflix cerca l’origine di un mostro e trova una spiegazione troppo facile
25/09/2026 recensione film UNABOMBER di Marco Tedesco
Janus Metz divide il racconto tra gli anni di Harvard di Ted Kaczynski e la caccia dell'FBI, ma le due metà finiscono per indebolirsi a vicenda

C’è un’idea molto interessante dentro Unabomber, ed è probabilmente anche la ragione per cui il film di Janus Metz esiste: prima di diventare uno dei terroristi più famigerati d’America, Ted Kaczynski era stato ammesso ad Harvard ad appena sedici anni e, poco dopo, finì coinvolto nei controversi esperimenti psicologici condotti dal professor Henry Murray.
È un capitolo meno conosciuto della sua storia e, almeno sulla carta, materiale formidabile per interrogarsi sulla distanza tra il ragazzo intellettualmente brillante e socialmente isolato interpretato da Jacob Tremblay e l’uomo che, tra il 1978 e il 1995, avrebbe condotto una campagna di attentati dinamitardi costata la vita a tre persone e il ferimento di altre 23.
Il problema è che Unabomber sembra così determinato a trovare un ponte tra quei due uomini da rischiare continuamente di trasformarlo in una spiegazione.
La sceneggiatura di Sam Chalsen e Nelson Greaves procede su due linee temporali. Negli anni di Harvard seguiamo il giovane Kaczynski, incapace di inserirsi pienamente nell’ambiente che lo circonda e progressivamente attirato nell’orbita di Henry Murray, interpretato da Russell Crowe. Decenni dopo, l’agente dell’FBI Joanne Miller (Shailene Woodley) cerca invece di mettere insieme gli elementi che porteranno gli investigatori sulle tracce dell’Unabomber.
Metz alterna continuamente i due racconti, cercando corrispondenze tra l’uomo che si sta formando e quello a cui l’FBI sta dando la caccia. È una struttura chiara, persino elegante nella sua simmetria. Ma nei suoi 97 minuti nessuna delle due parti riceve lo spazio necessario per sviluppare pienamente le proprie potenzialità.
La migliore è nettamente quella ambientata ad Harvard.
Tremblay evita intelligentemente di costruire Kaczynski a partire dall’immagine del barbuto eremita diventata familiare attraverso fotografie e documentari. Il suo Ted è ancora un ragazzo: intelligentissimo, arrogante, fragile nei rapporti sociali e spesso incapace di capire come entrare in relazione con gli altri. È proprio questa distanza dall’icona dell’Unabomber a rendere la sua interpretazione interessante.
Di fronte a lui, Crowe sceglie sorprendentemente di non trasformare Murray in uno scienziato pazzo. Lo interpreta invece come un’autorità accademica sicura del proprio diritto di oltrepassare certi confini, ed è proprio la normalità con cui conduce la propria manipolazione a renderlo inquietante.
Gli esperimenti diventano così le sequenze più tese del film. Kaczynski viene collegato a strumenti che ne registrano le reazioni mentre le sue convinzioni vengono sottoposte ad attacchi personali sempre più aggressivi. Metz irrigidisce l’inquadratura, aumenta la pressione attraverso luce e suono e trasforma progressivamente il confronto intellettuale in una forma di violenza psicologica.
È qui che Unabomber sembra finalmente trovare il proprio film. Ed è anche qui che comincia il suo problema più serio.
Il rapporto tra quelle esperienze e i crimini successivi di Kaczynski è molto più complesso di quanto una semplice traiettoria causa-effetto possa suggerire. Il film, invece, insiste sulla giustapposizione tra gli esperimenti e ciò che sappiamo diventerà Ted, fino a costruire qualcosa che assomiglia pericolosamente a una origin story.
Non perché mostri Kaczynski come innocente, ma perché concentra così tanto l’attenzione sul trauma subito da rischiare di far apparire il resto della sua trasformazione come una conseguenza. Una semplificazione resa ancora più evidente dal fatto che tra il ragazzo di Harvard e l’Unabomber ci sono decenni che il racconto sostanzialmente elimina.
La seconda linea narrativa avrebbe potuto complicare questo ritratto. Accade invece il contrario.
L’indagine guidata da Joanne Miller dovrebbe dare a Unabomber la tensione di un thriller investigativo, ma è proprio la parte più convenzionale. Analisi linguistiche, superiori scettici, intuizioni ignorate, conflitti tra agenti e progressivi avvicinamenti al sospettato si susseguono senza quella precisione procedurale capace di trasformare il lavoro investigativo in suspense.
Shailene Woodley rimane così intrappolata nel personaggio meno definito dei tre. Il film prova persino a stabilire una corrispondenza tra Miller e Kaczynski: entrambi sono convinti delle proprie intuizioni, entrambi si scontrano con figure che ritengono intellettualmente inferiori, entrambi devono forzare i limiti imposti dall’autorità. Ma il parallelismo viene suggerito senza essere davvero sviluppato.
È significativo che persino la cattura, che dovrebbe rappresentare la convergenza delle due linee temporali, abbia meno forza di molti degli scontri verbali tra Tremblay e Crowe.
Il risultato è un film che continua a cambiare identità senza riuscire a sceglierne una. Thriller sulla caccia all’Unabomber, ritratto psicologico di Kaczynski, riflessione sull’etica della sperimentazione accademica o racconto della trasformazione di un ragazzo prodigio in terrorista: Unabomber prova a percorrere contemporaneamente tutte queste strade senza approfondirne davvero nessuna.
Ed è un peccato soprattutto per Jacob Tremblay, che trova nel giovane Kaczynski il personaggio più complesso del film. I momenti migliori non sono quelli in cui la sceneggiatura cerca di anticipare il futuro terrorista, ma quelli in cui lascia emergere le contraddizioni del ragazzo: l’intelligenza e l’immaturità, il desiderio di essere riconosciuto e l’incapacità di entrare in relazione, la sicurezza delle proprie idee e la vulnerabilità davanti a chi capisce come manipolarlo.
Russell Crowe gli offre un antagonista efficace proprio evitando gli eccessi, mentre Woodley paga più di tutti una struttura che usa il suo personaggio soprattutto per spostare in avanti l’indagine.
Alla fine, Unabomber resta sospeso tra due film potenzialmente migliori: uno claustrofobico e disturbante sul rapporto tra Kaczynski e Murray ad Harvard; l’altro, più vicino a Mindhunter o Zodiac, sulla lunga e complicata caccia dell’FBI.
Unendoli, Metz voleva probabilmente far dialogare la formazione di Kaczynski e la sua cattura. Ottiene invece l’effetto opposto: più cerca di spiegare Ted Kaczynski, meno riesce davvero a comprenderlo.
Su Netflix dal 25 settembre.
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