Un gruppo di sconosciuti in un gioco mortale: la serie su Netflix che richiama Squid Game
09/10/2026 news di Andrea Palazzolo
La saga Netflix che richiama Squid Game e porta la narrazione in territori totalmente inattesi per un genere di questo tipo.

Dopo anni dal debutto su Netflix, Alice in Borderland ha ufficialmente concluso il suo percorso narrativo con una terza stagione che ha diviso fan e critica. Lanciata il 10 dicembre 2020, la serie live action tratta dal manga di Haro Aso ha rappresentato uno dei tentativi più ambiziosi di Netflix di replicare il successo globale delle produzioni asiatiche, cavalcando l’onda del fenomeno survival game inaugurato da titoli come Squid Game.
Arisu, un giovane appassionato di videogiochi senza prospettive lavorative, si ritrova catapultato in una Tokyo deserta e inquietante insieme ai suoi amici Karube e Chota. Quello che sembra un incubo a occhi aperti si rivela presto un letale gioco di sopravvivenza, dove ogni prova nasconde tranelli mortali e il confine tra realtà e finzione si fa sempre più sottile. Insieme a Usagi, una misteriosa ragazza che ha scelto di affrontare le sfide in solitaria, Arisu dovrà decifrare i segreti di questo mondo parallelo per scoprire la verità sulla sua stessa esistenza.
Le prime due stagioni, composte ciascuna da otto episodi e rilasciate rispettivamente nel dicembre 2020 e nel dicembre 2022, hanno saputo conquistare il pubblico internazionale grazie a una sceneggiatura curata, dialoghi sorprendentemente profondi per un thriller d’azione e sequenze spettacolari che hanno elevato lo standard produttivo delle serie Netflix giapponesi. La seconda stagione in particolare viene ricordata come un salto di qualità, capace di approfondire la psicologia dei personaggi mentre le prove diventavano sempre più elaborate e mortali.
Gli attori protagonisti Kento Yamazaki e Tao Tsuchiya, intervistati dopo l’uscita della terza stagione, si sono detti entusiasti dell’idea di continuare ad esplorare i loro personaggi. Tsuchiya in particolare ha dichiarato che “ci sarà un nuovo personaggio di sicuro”, lasciando intendere che le porte per ulteriori sviluppi rimangono aperte, forse sotto forma di spin-off o progetti collegati.
Dal punto di vista produttivo, Alice in Borderland ha rappresentato un investimento significativo per Netflix, con scene d’azione elaborate, effetti speciali di livello cinematografico e una ricostruzione di Tokyo deserta che ha richiesto settimane di riprese notturne e un massiccio utilizzo di CGI. La serie è stata diretta da Shinsuke Sato, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Yoshiki Watabe e Yasuko Kuramitsu, dimostrando una coerenza stilistica lungo tutte e tre le stagioni.
La filosofia di fondo della serie interroga lo spettatore su temi universali: il valore della vita, il significato dell’esistenza, la natura della realtà, il prezzo della sopravvivenza quando implica scelte moralmente ambigue. Arisu inizia come un giovane perso e demotivato, ma il suo viaggio attraverso le prove lo trasforma in qualcuno capace di prendere decisioni difficili e di assumersi responsabilità.
Per chi si avvicina ora alla serie, disponibile interamente su Netflix, il consiglio è di considerare le prime due stagioni come un blocco narrativo compiuto, mentre la terza può essere approcciata come un “cosa sarebbe successo se”, un esperimento che premia i fan più devoti ma che non risulta indispensabile per apprezzare il nucleo della storia.
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