Horror & Thriller

Intervista esclusiva | Daniele Misischia su In un Giorno la Fine: “Il cinema di genere italiano va aiutato, basta critiche a priori”

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Abbiamo incontrato il regista romano - giunto al BIFFF di Bruxelles con Claudio Camilli e Cristiano Ciccotti - per parlare del suo zombie movie, della sue influenze, di Netflix e di haters

Al recente BIFFF di Bruxelles abbiamo non soltanto avuto modo di vedere il suo primo lungometraggio, lo zombie movie In un Giorno la Fine (la nostra recensione), ma abbiamo potuto anche incontrare faccia a faccia il regista Daniele Misischia – affiancato da uno dei protagonisti, Claudio Camilli, e dallo sceneggiatore Cristiano Ciccotti -, per parlare della lavorazione e delle difficoltà di girare un film del genere in Italia.

Partiamo dalla sceneggiatura. Quanto è cambiato il film dalle prime stesure al risultato finale che vediamo sullo schermo?

D. M. Non tantissimo in realtà, perchè con Cristiano abbiamo preparato una scaletta che poi lui ha trasformato in sceneggiatura, ma sostanzialmente, pur facendo piccoli ritocchi e seguendo anche alcune indicazioni dei Manetti Bros., non è stata stravolta l’idea originaria che ci era venuta nel 2011. In sostanza avevo pensato a come sarebbe stata l’Apocalisse affrontata dal punto di vista di un poveraccio intrappolato dentro un ascensore e parlando con Cristiano ci siamo resi conto che il modo più efficace – ed economico – di farlo sarebbe stato un film di zombi. Posso però dirti che inizialmente avevo pensato a un finale diverso da quello che abbiamo poi inserito, che omaggiava palesemente un noto film di George A. Romero.

Cr. Ci. Si è trattato di una sfida, ovvero raccontare una storia circoscritta in uno spazio chiuso, un po’ come aveva fatto Buried – Sepolto qualche anno fa.

Visto che hai toccato il punto, sappiamo che esistono già pellicole non soltanto ambientate in una sola angusta location, vedi In Linea con l’Assassino, ma addirittura dentro un ascensore, come ad esempio L’ascensore di Dick Maas e Devil di John Erick Dowdle. Avete ‘studiato’ in qualche modo queste pellicole?

D. M. Si, diciamo che Buried e In Linea con l’Assassino sono stati i due film che più ci hanno ispirato, ma ho guardato molto anche al cinema di suspense e di Alfred Hitchcok. Per quanto riguarda invece opere ambientate interamente dentro un ascensore, credo che prima di cominciare le riprese di In un Giorno la Fine avessi visto solamente Devil.

Cr. Ci. In seguito abbiamo scoperto che c’è anche un altro film con la stessa ‘location’, intitolato Event 15 [diretto da Matthew Thompson], ma dai toni completamente diversi.

Girando in uno spazio così chiuso, hai trovato difficoltà nelle riprese?

D. M. In realtà no, perchè arrivando da esperienze low budget ho imparato presto ad arrabattarmi, adattandomi di volta in volta alle situazioni più complicate.

Dentro In un Giorno la Fine non manca certo l’ironia, di dialoghi e di situazioni. Come mai non avete scelto la strada dell’horror duro e puro?

D. M. Sicuramente in un film come questo l’ironia si inserisce quasi da sola … E’ quasi inconscio infatti inserire elementi che facciano ridere in un lungometraggio con un solo attore in una sola location e che quindi potrebbe diventare opprimente dopo i primi 20′. Credo quindi che sia tutto voluto, ma non volevamo certo fare un film che facesse soltanto ridere. Certo, se racconti a qualcuno la sinossi, la prima cosa a cui quello pensa probabilmente è una situazione alla Fantozzi, quindi di base, si, è una commedia! [ridono]

Come spesso succede in questo sottogenere, nessuno durante il film pensa o pronuncia la parola ‘zombi’. Come mai anche voi vi siete attenuti a questa tacita regola?

D. M. E’ una domanda che ci siamo fatti, ma a cui in realtà non vogliamo dare una risposta. Diamo semplicemente per scontato che nell’universo cinematografico di questi film non esista il cinema di zombi o di infetti, né tanto meno George A. Romero o Danny Boyle. Inoltre, volendo raccontare un situazione realistica, abbiamo optato per un protagonista [Alessandro Roja] che fino all’ultimo non riesca ad accettare che si trovi davanti a degli zombi.

Avete avuto sempre in mente gli infetti/zombi come soggetti al centro della vicenda, oppure avete valutato anche altre opzioni?

D. M. Abbiamo ritenuto che fosse più semplice raccontare una situazione di caos estremo attraverso lo zombie movie. Tenendo sempre conto anche del budget a disposizione naturalmente.

Visto che non si tratta esattamente di zombi, avete anche attinto in qualche modo dalla realtà, pensando magari a un ‘incidente’ che si potrebbe effettivamente verificare per rendere In un Giorno la Fine più ‘credibile’?

D. M. Al giorno d’oggi, la paura delle armi chimiche è sempre presente e sempre angosciante. Non ci siamo messi però lì a pensarci … La paura del virus che potrebbe distruggere la civiltà è inconscia, ma tangibile e fa paura. Parlando per metafore, gli infetti rappresentano un po’ quello che ormai siamo diventati nella società moderna, un posto in cui purtroppo il senso di umanità sta pian piano scemando, in cui ci si muove sempre di fretta – da qui anche l’ipercinecità di chi viene colpito dal virus …

Daniele, dimmi qualcosa sul tuo cameo!

D. M. Molto semplice, eravamo a corto di comparse e la sceneggiatura indicava soltanto ‘uomo corpulento nel corridoio’. Così ho deciso di farlo io, per risparmiare tempo e denaro che non avevamo e perchè come descrizione calzava benissimo! [ride]

Passando agli aspetti meno artistici del film, che risultati sperate di ottenere dall’uscita in sala, considerata la situazione del cinema di genere italiano attuale e lo sforzo produttivo alle spalle (Rai Cinema)?

D. M. Sulle mie aspettative non so cosa risponderti … Dipenderà molto da come In un Giorno la Fine verrà pubblicizzato e spinto. Voglio sottolineare però che prima di tutto c’è da cambiare una mentalità diffusa in Italia, ovvero lo snobismo verso il cinema di genere italiano. L’italiano va a vedere gli Avengers o IT, però magari i film horror, d’azione o noir girati dalle nostre parti li disdegna perchè non pensa siano all’altezza oppure che i nostri registi non siano in grado di girare prodotti altrettanto validi. Ed è una mentalità sbagliata, perchè finchè non cambierà questo modo di pensare sarà inutile lamentarsi che vengano prodotti sempre lo stesso genere di film, quando nel momento in cui un altro prodotto arriva nei cinema – diverso e coraggioso, sia pure con le sue imperfezioni – non viene minimamente preso in considerazione. E’ un cane che si morde la coda. Ovvio che ci siano delle distinzioni, non è che tutti i film italiani di genere che escono possano essere come Lo Chiamavano Jeeg Robot – che comunque ha funzionato in gran parte grazie al passaparola -, ma pur anche se più piccoli e semplici potrebbero funzionare ugualmente, quindi è inutile disprezzarli a priori.

Cr. Ci. Penso che il nostro cinema di genere vada supportato a priori, affinchè i produttori comprendano che esiste dell’interesse dietro a queste produzioni. 

Cl. Ca. La cosa ancora più triste poi, è che spesso un film viene smontato e attaccato ancora prima che effettivamente esca in sala, specie sui Social.

Un vostro pensiero su Netflix (e sulle altre piattaforme di streaming). Lo vedete come una risorsa o come una sconfitta?

D. M. La verità sta nel mezzo. Sicuramente Netflix è una possibilità per tutti quei film che non hanno l’opportunità di uscire al cinema, ma è anche vero che – se non pianificato già a monte prima delle riprese – il lavoro del regista, del cast e della troupe viene in gran parte vanificato quando il film viene fruito su PC o tablet.

Concludiamo con il vostro motto ‘In the dustice‘. Cosa significa?

D. M. e Cr. Ci. Non ha un significato specifico. E’ più che altro un nostro modo di dire, uno stile di vita … Stare sempre sul pezzo, capire sempre la situazione in cui ci si trova. E’ anche il nome della casa di produzione che apriremo quando avremo abbastanza soldi! [ridono]

Di seguito il trailer ufficiale di In un Giorno la Fine, che arriverà nei cinema nel corso dell’estate:

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