28 febbraio 2017

[recensione] Bottom of the World di Richard Sears

All’interno di una narrazione enigmatica e surreale, Jena Malone e Douglas Smith danno vita a personaggi multiformi e quantomai densi d’inquietudini

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28 febbraio 2017
Bottom Of The World jena film

Prigione mentale, o allucinazione dagli indefiniti confini temporali, Bottom of the World, secondo lungometraggio di Richard Sears, ci proietta in un incubo senza via di fuga, il cui epilogo è inaspettato quanto predeterminato.

Scenetta romantica in apertura, due giovani innamorati, Scarlett (Jena Malone) e Alex (Douglas Smith) in viaggio in macchina per Los Angeles decidono di fermarsi in un motel faiscente in una deserta cittadina del Southwest. Luogo decisamente sinistro, nel parcheggio un individuo dal volto coperto sembra spiarli da lontano, per poi scomparire nel nulla; ad aumentare la sensazione di impalpabile minaccia, un predicatore (Ted Levine), alla radio inneggia contro ai peccati del mondo, voce inquietante. L’atmosfera surreale sembra poi contagiare i due protagonisti, d’improvviso tra serio e faceto la ragazza confessa una terribile colpa, uno scherzo crudele e letale che risale ai tempi dell’infanzia. Lui la fissa sconvolta, poi lei ride e dice che si tratta solo di uno scherzo, ma un aura sinistra pervade da quell’istante l’idillio iniziale.

poster Bottom of the WorldNarrazione labirintica, a volte volutamente tanto ermetica da lasciare dei dubbi sulla coerenza stessa, da questo momento la realtà si dissolve in un vortice oscuro intorno ad un Alex esterrefatto. Dapprima, cerca ripetutamente di lasciare la cittadina per due volte, ma Scarlett, come presa da terrificanti fitte urla che devono tornare indietro, promettendo che l’indomani starà meglio e potranno partire. Poi, dopo aver sognato la ragazza che scava e balla in mezzo a una landa desolata, il giovane si sveglia solo nel letto, di lei non v’è più traccia, se non per delle impronte di terriccio lasciate sulle coperte bianche. E’ scomparsa nel nulla.

Inseguimento di un fantasma evanescente e dai molteplici volti, la storia si muove tra luoghi prototipici di un’americanità kinghiana, da Il Talismano o L’ombra dello scorpione. Pianta carnivora, come scriveva il celebre autore horror, non lascia fuggire le sue vittime, l’orrore sta in quel senso di sospensione tra spazio reale e onirico, psichico, i cui abitanti sono solo ombre sinistre, ma anche proiezione delle più oscure forze dell’ES. Il male assume quivi i tratti di un becchino infernale, che seppellisce le sue vittime ancora vive nel deserto, destinate a una vita eterna soffocate dalle aride zolle che le ricoprono, oppure del predicatore invasato, che prospetta un apocalisse di cui lui stesso ha avuto già un assaggio. Crocevia di strade che portano al nulla, è anticamera agli inferi, simile a quella al centro di Southbound, la sua essenza luciferina è invisibile per chi non è già condannato, come d’altra parte la chiesa che si dissolve d’un tratto come se non fosse mai esistita.

Iter diegetico quantomai lynchiano, Alex si risveglia poi nei sicuri lidi domestici, ma in una realtà che non riconosce come sua, con una moglie, Paige (Tamara Duarte) di risvegliato da un brutto sogno si ritrova a casa sua eppure tutto gli appare come sconosciuto. In un arrovellamento che ricorda in parte Inland Empire, seppure in maniera meno contorta e visionaria, si confondono allora i piani temporali, si fonde il tangibile con l’emisfero della mente, le memorie passate si fanno sempre più nebulose e il protagonista assume molteplici identità, perdendo però al contempo la propria, o quantomeno quella che in principio gli era stata attribuita, per divenire infine tutt’altro. Evanescente, lo sviluppo si fa ossessivo attraverso lo sguardo di lui, mentre intorno il mondo si rivela psicosi irreale e Scarlett, conosciuta e amata prima diviene estranea, multiforme figura femminile che come la controparte maschile ha mille volti, vittima e carnefice allo stesso tempo.

Bottom of the world yena maloneTutto il resto, i rimanenti personaggi, sono imprigionati tra prioiezione dell’Io e verità instabile, oppure ormai dimenticata e irriconoscibile, come dopo un’amnesia. Discesa nella follia resa in modo discretamente convincente da Smith, l’aspetto forse più riuscito el film è la capacità di restare sospesi tra tangibile e allucinatorio. Come nella narrazione, il carattere del girato è capace di trasmettere la medesima percezione. Luoghi non luoghi, ogni ambientazione ha qualcosa di irreale e insieme prototipico: dalla struttura decadente dell’albergo iniziale, la chiesa situata in mezzo al nulla, la strada più volte percorsa di notte, perfino la villa di Alex a Los Angeles, tutto cela una sostanza oscura, più di tutto le distese brulle, quelle in cui si insinua che infiniti corpi senza nome siano stati abbandonati sotto un tumulo di terra inaridita. Terra purgatoriale, disseminata di sofferenza, non c’è scampo per i peccatori che vi si imbattono, non è possibile fuggire dal proprio funesto destino

Bottom of the World è senza dubbio riuscito, perlopiù, seppure con qualche piccola imperfezione scaturita proprio dal desiderio di mantenere un diffuso senso di angoscia, di costante pericolo occulto che s’annida dietro al conosciuto, eppure allo stesso modo il suo grande pregio sta proprio in tale attitudine, pervasiva a livello estetico, come narrativo, ma soprattutto nella recitazione e nel personaggio della Malone, abile nel rendere la scostante e ambigua personalità di chi incarna ed epicentro stesso del mistero.

Di seguito il trailer ufficiale:

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[recensione] Bottom of the World di Richard Sears
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All'interno di una narrazione enigmatica e surreale, Jena Malone e Douglas Smith danno vita a personaggi multiformi e quantomai densi d'inquietudini
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Il Cineocchio
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