Voto: 5/10 Titolo originale: Beast , uscita: 10-04-2026. Regista: Tyler Atkins.
Beast, recensione: Daniel MacPherson incassa davvero i colpi, ma il film con Russell Crowe combatte contro troppi cliché
30/09/2026 recensione film Beast di Marco Tedesco
Tyler Atkins costruisce un solido dramma sulle MMA intorno al più classico dei ritorni sul ring: prevedibile quasi in ogni svolta, ma sorprendentemente efficace quando lascia parlare corpi, fatica e combattimenti

Ci sono film sportivi nei quali un uomo viene massacrato per cinque minuti e nella scena successiva porta al massimo un cerotto sul sopracciglio. Beast non appartiene a questa categoria. Daniel MacPherson ha affrontato la preparazione e le riprese dei combattimenti con un coinvolgimento fisico notevole, arrivando a incassare realmente diversi colpi per rendere credibili gli scontri. Ed è proprio questa concretezza a salvare spesso un film che, sul piano narrativo, sembra invece deciso a utilizzare praticamente ogni cliché mai entrato in una palestra cinematografica.
Diretto da Tyler Atkins e scritto da Russell Crowe e David Frigerio, Beast racconta infatti una storia che conosciamo quasi prima che cominci. Patton James (MacPherson) era un campione di MMA; dieci anni dopo lavora su un peschereccio, guadagna poco e porta addosso le conseguenze delle scelte che lo hanno allontanato dalla gabbia. Quando il fratello Malon (Mojean Aria) viene brutalmente sconfitto dal campione Xavier Grau (Bren Foster) e i problemi economici si accumulano, arriva inevitabilmente l’offerta che non può rifiutare: tornare a combattere.
Il film non prova neppure a nascondere quanto sia familiare il percorso. Ci sono il lavoro perso, i debiti, la moglie incinta, il fratello nei guai, l’allenatore con cui ricucire un rapporto, sette settimane per prepararsi invece dei sei mesi necessari e naturalmente un ultimo incontro nel quale confluisce ogni problema della vita del protagonista. Crowe e Frigerio sembrano avere compilato una lista degli elementi indispensabili del melodramma sportivo e averli inseriti quasi tutti.
Eppure Beast funziona più di quanto dovrebbe. Non perché reinventi quella formula, ma perché la prende completamente sul serio. Patton non torna nella gabbia per riconquistare fama o dimostrare di essere ancora il migliore: è un uomo messo all’angolo dalle circostanze, e MacPherson evita di trasformarlo nel solito eroe muscolare. La sua è una prova trattenuta, fatta di orgoglio ferito, stanchezza e rabbia repressa; abbastanza concreta da rendere credibile persino una sceneggiatura che continua ad aggiungere ostacoli come se temesse che uno solo non fosse sufficiente.
È soprattutto nella gabbia, però, che il film trova una propria identità. Bren Foster, che interpreta Xavier e ha lavorato alle coreografie dei combattimenti, dà agli scontri un peso fisico che manca a molto cinema sportivo. Pugni, calci, prese, strangolamenti e lotta a terra non sembrano numeri inseriti tra due scene drammatiche: raccontano progressivamente quanto Patton possa ancora chiedere al proprio corpo. Il montaggio e un sound design aggressivamente percussivo completano il lavoro, facendo del confronto finale il vero payoff di tutto ciò che lo precede.
Russell Crowe, nei panni dell’ex allenatore Sammy, occupa invece meno spazio di quanto il suo nome sul poster possa suggerire. Ma gli basta poco. Ventuno anni dopo Cinderella Man, è passato dall’altra parte del ring: appesantito, malandato e costretto a camminare con due bastoni, osserva il suo vecchio allievo con un misto di risentimento e affetto che Crowe riesce a suggerire senza trasformare Sammy nella caricatura del vecchio maestro burbero. Le scene con MacPherson sono infatti tra quelle in cui Beast riesce meglio a far dimenticare la prevedibilità della scrittura.
Molto meno riusciti sono diversi personaggi secondari. La moglie Luciana (Kelly Gale) esiste soprattutto in funzione delle difficoltà di Patton, mentre il promoter Gabriel di Luke Hemsworth rimane poco più di una figura necessaria a mettere in moto il combattimento. Anche quando introduce nuovi conflitti, il film raramente concede ai comprimari abbastanza spazio per diventare qualcosa di diverso da funzioni della storia di redenzione del protagonista.
È il limite e, paradossalmente, anche parte del fascino di Beast. Atkins non vuole decostruire il film sportivo: vuole realizzarne uno nel modo più classico possibile. E così, mentre la sceneggiatura procede su binari che da Rocky a Warrior abbiamo percorso innumerevoli volte, la sincerità con cui il film crede ancora nel perdente che si rialza finisce per diventare contagiosa.
Beast non combatte mai al di sopra della propria categoria. Ma MacPherson, Crowe e soprattutto la fisicità degli incontri gli permettono di fare qualcosa di più difficile di quanto sembri: rendere ancora coinvolgente una storia della quale conosciamo quasi ogni mossa prima che venga usata.
Nei cinema italiani dal 1° ottobre.
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