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Classifica 2017 | Il meglio – e qualche peggio – di horror, noir, action e VR dell’anno (secondo G. P.)

29/12/2017 di Gianluigi Perrone

Dodici mesi di visioni, tra film piaciuti solo a me e titoli piaciuti a tutti tranne che a me

Allora, qui mi tocca fare una classifica speciale, particolare, o almeno originale, in modo tale da fare contento il caporedattore del Cineocchio, che ho avuto il piacere di riabbracciare all’ultimo Festival di Sitges, e considerando che sono intrappolato in Cina, non è mica così ovvio. A dire il vero l’ansia mi veniva dal fatto che ho visto pochi film quest’anno. La mia attività con Polyhedron VR Studio, la mia compagnia di Realtà Virtuale, mi ha portato via la stragrande maggioranza del tempo e dello spazio. Nel senso che ho dovuto viaggiare moltissimo per eventi e conferenze dove ho promosso i miei tre film in 360 gradi (che chiamiamo Immersive Experiences o EXP), per portare il mio masterclass sul Dogma VR, il metodo di storytelling VR che ho creato, e recentemente il progetto di Social VR, Pangea, attraverso il quale cambieremo il mondo. Tuttavia sono riuscito a recuperare un po’ di titoli e a farmi non una ma molte classifiche.

Obiettivamente, Scappa – Get Out di Jordan Peele è la miglior pellicola del terrore del 2017. Inoltre dimostra come, anche se l’assunto di base sia fondamentalmente una minchiata, una sceneggiatura e uno stile intelligenti fanno la differenza. Oltre a The Wicker Man e La fabbrica delle mogli, il principale punto di riferimento è chiaramente Rosemary’s Baby, e questo ci porta a fare due riflessioni. Una è che per la seconda volta funziona un horror polanskiano che se ne frega delle strutture del cinema moderno, in particolare della fretta di far succedere cose nei primi venti minuti, prendendosi i tempi per far montare la storia, come era avvenuto per Babadook nel 2014. L’altra è che possiamo parlare di una delle delusioni dell’anno: Madre! Che già dal titolo … Lode sempiterna a Darren Aronofsky per aver portato un’opera del genere nel circuito blockbuster. Lode per aver innalzato il livello di gusto di pubblico ma, se questo esalta, è perchè la forza della narrazione si è ormai sopita sotto una coltre di sgrammaticature di montaggio e l’eccezione diventa sublime. No. Sulla carta Madre! è un film ok (ma l’assunto è banale), ma ha innumerevoli imperfezioni e sa tanto di prodotto per “radical shit”, che fanno oggi più danni dei negazionisti nazionalsocialisti, delle femministe arriviste e di quelli che non hanno niente da fare. Ho visto Madre! in un cinema a Los Angeles. Quando si va negli Stati Uniti bisogna mettersi l’anima in pace che ci si ammalerà. Infatti è avvenuto. Allora mi sono imposto un giorno di pausa dal lavoro e mi sono fatto un double bill. Pessimo. Perchè uno dei due era appunto l’ultimo Aronofsky, e l’altro è stata una scelta anche peggiore. Sto parlando di IT,di Andrés Muschietti, che si potrebbe chiamare “heat” per via dell’effetto che fa la giovane Sophia Lillis, che più che essere la cosa migliore del film, ne è l’unica. Semplicemente un film cheap, da tutti i punti di vista. Ma tanto ha fatto un sacco di soldi, quindi …

Chi invece non ne ha fatti, chi invece era veramente in una condizione cheap, ma ha fatto un bel lavoro, è nuovamente Sean Byrne, intervistato a Torino ai tempi del suo primo, ottimo, The Loved Ones (2009), e tornato con questo nuovo film metallaro The Devil’s Candy. Una delle cose di The Loved Ones che mi aveva piacevolmente colpito è che il protagonista ero io da ragazzo. All’epoca della visione non l’avevo incontrato ancora, e adesso posso dire che in realtà il regista/autore dipinge sé stesso, anche in The Devil’s Candy. A proposito di dipingere, è in effetti un pittore il protagonista di questo horror assurdo, e come Byrne è ansiosissimo. C’è da dire una cosa. Byrne non sa scrivere. Non è un bravo storyteller, anzi, è piuttosto mediocre. Tuttavia ha una visione originalissima e personale, attraverso la narrazione per immagini e il personalissimo modo di vedere la follia. Il motivo per cui The Devil’s Candy si trova in questa classifica è proprio l’originalità dell’approccio di Byrne, che lo promuove per un augurio: quello di fare un salto di qualità. Chi invece va nella ‘classifica dei film brutti’ è Raw – Una cruda verità di Julia Ducournau, che ho visto completamente random in una proiezione del mercato a Cannes, per poi scoprire che era piaciuto a tutti tranne che a me. Addirittura è uscito in Pay-per-view in Cina! Non mi ha detto assolutamente nulla. Non sarà che lo hanno pompato perchè il regista è una donna? Allora perchè non pompare anche Prima di Domani di Ry Russo-Young? Una pellicola tutta al femminile, per le protagoniste, la regista, e l’autrice del libro da cui è tratto. Prima di Domani è Il Giorno della Marmotta ma come un coming of age, e ha un approccio finale vagamente filosofico che lo rende un film “buono” oltre che un buon film.

Spostandoci nell’action, un altro film scritto male ma bellissimo invece, è Atomica Bionda di David Leitch. Questo lo ha girato uno stuntman, quindi è narrato quasi male quanto uno diretto di Guy Ritchie, ma lo stile e l’azione sono talmente buone da fare la differenza. Il finto piano sequenza finale merita la frase “da solo vale tutto il film.”. Charlize Theron non ha competitor come completezza a Hollywood. Se passiamo alla brutalità, due titoli fanno la differenza. Uno in negativo e uno in positivo. Brawl in Cell Block 99 di S. Craig Zahler è la delusione dell’anno. E’ un plagio della storia di Marv in Sin City e fondamentalmente vuol essere quel tipo di violenza noir milleriana, ma cade per la miseria visiva, che non è giustificabile, visto che vi sono molti metodi per fare un film migliore anche nei pochi giorni di riprese che il regista ha avuto a disposizione. Basti pensare ai sacrifici e sforzi fatti per realizzare Brimstone di Martin Koolhoven, che invece è tra i top e probabilmente uno dei film più puri e sinceri sulla condizione della donna. Si sposa benissimo con la presenza sui piccoli schermi di The Handmaid’s Tale, ma raggiunge una brutalità e crudeltà veramente rare. Quasi pasoliniane.

Se invece passiamo a cose più leggere, senza troppi morti ammazzati, viene in mente 20th Century Women di Mike Mills, dramedy leggera ma profonda, con Annette Bening che ci accompagna in un lucidissimo viaggio nel tempo attraverso il secolo passato. Dal regista di Thumbsucker – Il succhiapollice (2005), un’opera che è quasi magnetica per come riesce a entrarti dentro. Caratteristica simile anche del folle Colossal, il film migliore da tutti i punti di vista di Nacho Vigalondo e soprattutto un’idea folle e originale portata sul grande schermo in modo altrettanto originale. Un’altra opera originale, ma bruttissima, è Staying Vertical di Alain Guiraudie. Il regista è lo stesso di Lo Sconosciuto del Lago (2013), che era un bel film. Invece Staying Vertical riesce a essere allo stesso tempo la pellicola più disgustosa del decennio, altro che A Serbian Film, e la più divertente commedia involontaria dell’anno. Provare per credere, The Room di Tommy Wiseau è dietro l’angolo. Siamo dalle parti del capolavoro o almeno del cult.

Andando ancora di più verso il blockbuster, ovviamente è Logan – The Wolverine di James Mangold è il film migliore dell’anno. Riuscire ad avere questo approccio al cinecomic è un respiro di sollievo. La protagonista, la piccola Wolverina [Dafne Keen], è straordinaria e merita un film a parte tutto suo. A livello tecnico invece sbriciola qualsiasi competitor l’ultima fatica di Christopher Nolan, Dunkirk, forte di una sperimentazione narrativa notevole che sono curioso di rivedere presto su altri generi. Tutto costruito in climax, mantiene il medesimo concetto sia nella sceneggiatura che nel sound design. Il film quindi diventa come un unico tema dalla struttura irregolare.

Se invece parliamo di noir, al top ci sono almeno tre scelte. Le Serpent aux mille coupures di Eric Valette, girato e scritto con molto coraggio e intelligenza, come è veramente complicato fare oggi. Inoltre, per il tema razziale si potrebbe definire il Get Out del noir. Ovviamente anche Message from the King di Fabrice Du Welz è un grandissimo film, trasferta americana del belga, come un moderno blaxploitation dalla struttura classica ma avvolgente, che stringe nelle spire come un boa affamato, giù, giù, giù dove si trova il cuore nero dei film di Du Welz. E ancora più nero è Wind River, che in pratica è una pellicola di Charles Bronson. Infatti Geremy Renner avrebbe potuto farsi crescere i baffi e sarebbe stato perfetto. Ricorda da vicino Caccia Selvaggia (1981), proprio con Bronson e Lee Marvin, e dimostra come questo genere abbia ancora tanto da dire. Lo sceneggiatore e regista Taylor Sheridan è talmente bravo a bilanciare tra la costruzione di un territorio ostile e del destino avverso che le pedine stanno camminando su di esso, che i suoi film hanno un che di apocalittico. Grazie al cielo quest’uomo lavorerà tantissimo, deliziandoci con altri grandi titoli. E infine, il film dell’anno in questo sottogenere è I don’t feel at home in this world anymore. Perchè? Perché Jeremy Saulnier e Macom Blair stanno cambiando la storia dello storytelling. Ad oggi, e senza ombra di dubbio, Blue Ruin (2013), Green Room (2015) e quest’ultimo sono gli script più innovativi della nuova Hollywood. Una innovazione che ha familiarità con il cinema dei fratelli Coen, con una freschezza e incisività uniche. Non c’è nulla di meglio, in assoluto. Saulnier non è coinvolto in questo, ma è la stessa famiglia.

Chiudendo, i migliori titoli in Realtà Virtuale del 2017: Through You di Lily Baldwin e Sacha Unseld, Rose Coloured di Adam Cosco, The Visigoths di Rory Mitchell, IT- FLOAT di Frank Shi e, beh, non dovrei dirlo io, ma Come Closer del sottoscritto non è affatto male ed è disponibile adesso su InceptionVR.

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