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Classifica 2017 | 10 titoli da gettare nell’indifferenziata senza remore

25/12/2017 news di Raffaele Picchio

Un anno di 'capolavori' degni dell'inceneritore

E dopo quella delle cose belle, arriva anche la listina delle cose abominevoli. Sono di meno, ma non perchè quest anno sia stato all’insegna della qualità, quanto perchè ormai sono vecchio e tempo per vedere pure le merdate dichiarate non ce l’ho più. Perchè di schifo totale ne è uscito parecchio e piuttosto che sparare sulla Croce Rossa ho preferito circoscrivere tutto a quelle che in un certo senso sono state le 10 delusioni più grosse e inaspettate. Il fatto che parecchi di questi compaiano beati nelle preferenze dell’anno di tantissimi mi fa venire in mente la nota massima di Friedrich Nietzsche “Quelli che ballavano erano visti come pazzi da quelli che non sentivano la musica”: se io sono il sordo o sono gli altri non lo so, ma questo alla fine è. Gli Ultracorpi hanno ormai stravinto.

The War – Il pianeta delle scimmie di Matt Reeves

Personalmente la delusione più grossa dell’anno. Come disintegrare nell’idiozia più totale quella che era iniziata come una delle saghe a metà tra prequel e reboot più intelligenti degli ultimi tempi. Inizia alla grandissima, con una prima parte che mette giustamente sul tavolo le tantissime implicazioni morali e drammatiche lasciate in sospeso e che era ben lecito attendere: sappiamo quello che diventeranno le scimmie e il cambiamento “ideologico” di Cesare con l’infrangersi di ogni sua certezza sicuramente la cosa più interessante da sviluppare. E invece ecco che dopo una brevissima parentesi “on the road” il film letteralmente si piega su stesso inanellando una serie di scemenze inaccettabili una dietra l’altra, scegliendo di non raccontare nessuna guerra e per trasformarsi (malissimo questo volta a differenza dell’eccezionale primo capitolo) in una sorta di film carcerario dove la pazienza di chi guarda viene costantemente messa a dura prova. Imbarazzanti personaggi umani, retoriche ed idiote evoluzioni psicologiche delle scimmie e un venti minuti finali talmente demenziali, incredibili e senza senso che pare di vedere una parodia di Seth McFarlane. Non basta trincerarsi dietro l’immaginifica potenza della tecnologia con l’interpretazione in mo-cap di Andy Serkis per fare un bel film ed è inaccettabile come una presa per il culo simile sia stata salutata come un “capolavoro” da gran parte del pubblico. Forse davvero siamo diventati oche da foie gras. Inaccettabile davvero.

L’inganno di Sofia Coppola

La Coppola che prende in mano l’anomalo capolavoro del 1971 di Don Siegel è cosa che già sulla carta faceva tremare di brutto. Ma anche approcciandosi con tutte le buone speranze possibili il risultato è quanto di peggio si potesse fare. Pur ricalcando quasi pari pari lo script originale, L’Inganno è la prova evidente che basta eliminare pochi dettagli per stravolgere completamente un concetto intero e che sta nella sensibilità di chi sta dietro la macchina da presa a decidere le sorti di un film: depurato di ogni ambiguità misogina, totalmente disinteressato ad ogni conflitto interiore dei suoi personaggi, non rimane altro che uno stupido dramma fotografato in modo insopportabile a luce di candela (come se questo bastasse a dare “autorialità”), che si trascina senza un punto d’arrivo in modo stanco e mai interessante. Incapace di creare qualunque tipo di tensione e buttando al cesso anche un bel cast che fa quello che può (su tutti la coppia Nicole Kidman/ Colin Farrell, che però funziona decisamente meglio in The killing of a sacred deer di Yorgos Lanthimos) ma che non viene mai valorizzato dalla pigrissima regia della Coppola. A distanza di anni viene tristemente da pensare che il buon esordio de Il giardino delle vergini suicide (1999) fu solo un fuoco di paglia, ma il successo di critica non è mancato neanche questa volta e la paura che in un futuro prossimo la regista arrivi a stuprare un capolavoro come Picnic ad Hanging Rock diventa un mostro sempre più concreto. Da evitare come la peste.

Leatherface di Alexandre Bustillo e Julien Maury

Ennesimo reboot/prequel per il capolavoro di Tobe Hooper del 1974, questa volta messo in mano alla coppia Bustillo/Maury, che tranquillamente si confermano tra i bluff più grandi di tutto l’horror transalpino recente. La scelta di cambiare vagamente le dinamiche classiche della saga non era malvagia, peccato che chissà per quale motivo si sceglie di optare per una sorta di rifacimento cretino di La Casa del Diavolo, cercando di giocare sull’aspettativa del pubblico su “chi diventerà mai Leatherface tra i nostri”con risultati imbarazzanti oltre ogni immaginazione. E non tanto per il grande quesito che la pellicola pone (che anche il meno navigato degli spettatori comprende dopo neanche tre minuti dal prologo), ma proprio per l’assoluta incapacità di mettere in scena atmosfere disturbanti e tese. Se il sottofondo “storico” è di una approssimazione che potrebbe essere un qualunque anno senza cambiare di fondo nulla, la coppia di registi sceglie di pestare sul gore più che può (cosa neanche sbagliata quando non c’è una singola idea dietro il progetto), ma il tutto rimane a un livello così superficiale e fumettoso da suscitare solo sbadigli invece che disgusto. Tutto questo sorvolando sull’ignobile costruzione dei personaggi, su alcune trovate di sceneggiatura oltre l’idiozia (un gruppo di persone, tra cui un gigante, si nasconde in cinque minuti dentro la carcassa di una mucca) e sull’incredibile tono super serioso di tutto. Jonathan Liebesman nel 2006 aveva confezionato un film di tutt’altro spessore e se questo nuovo prequel non precipita nell’abisso dell’inaccettabile come il precedente capitolo in 3D, poco ci manca. Negli ultimi dieci minuti si cerca di salvare il salvabile, ma ormai è troppo tardi e nonostante si faccia di tutto per rendere interessante l’insieme, lo sbadiglio è l’unica cosa che si riesce a ottenere.

Woodshock di Kate e Laura Mulleavy

Gli ingredienti per il perfetto cocktail demmerda indie? Prendere due sorelle creatici di un brand di moda in puro delirio artistico, aggiungete in quantità scriteriate e senza alcun gusto un po’ di Repulsion, un pò di Melancholia e qualche spruzzata di cinema sperimentale non compreso. Shakerate tutto e servite su pacchianissimo bicchiere da video-arte a un pubblico che non esiste e otterrete il peggio del peggio possibile. Indigeribile monnezza che si crede sto cazzo, fatta senza alcun gusto e senso dell’estetica che ambisce a essere un capolavoro inesplorato visionario, ma al massimo quando gli va bene sembra di sfogliare AD. Dispiace vedere Kirsten Dunst coinvolta in prima persona in una roba simile, scimmiottando il suo personaggio del film di Lars Von Trier, ma il risultato è un harakiri che non ha appigli di salvezza. Nell’infinito caleidoscopio di immagini, prismi, colori e gente che svolazza, emerge pure una repellente e medievale critica all’eutanasia e alla marijuana. Per fortuna non se l’è inculato nessuno, ma di mostri del genere ne esistono sempre troppi e come cellule cancerogene si attaccano, ammalandolo senza possibilità di cura, a un cinema d’autore che non ha certo bisogno di robe simili per essere ulteriormente deriso e non considerato. Il Male assoluto, se avessero girato una canna invece di un film, sicuramente sarebbe stato tanto di guadagnato per tutti.

Split di M. Night Shyamalan

E niente da fare, il mio rapporto con il cinema di Shyamalan è qualcosa che non sarà mai destinato a essere incrociato. E come tutte le volte ci ricasco sempre, speranzoso di vedere finalmente un qualcosa che mi lasci sazio e soddisfatto. Come grandissima parte dei suoi titoli, Split parte benissimo e da ottimi presupposti, che vengono puntualmente traditi e sviluppati nel peggiore dei modi. Non basta avere un bravissimo James McAvoy, che reggerebbe da solo l’intera baracca quando sei totalmente incapace di gestire anche la più basilare tensione e hai la tendenza a prendere continuamente le scelte più sbagliate: una volta che il giochino si è esaurito diventa francamente insostenibile arrivare alla fine, sopratutto quando all’improvviso tutto prende una piega “fantasy” da pernacchie in faccia che è quasi ammirabile come ignori il senso del ridicolo. La sorpresina finale precotta non è nient’altro che un ammiccare masturbatorio e forzatissimo verso il pubblico di fan che aveva iniziato a rompersi i coglioni di robaccia come L’ultimo dominatore dell’aria o After Earth e che puntualmente si è esaltato applaudendo questa “genialata”. Boh, sarà che Unbreakable mi ha sempre fatto schifo, ma anche questa volta (al netto di un McAvoy sempre bravo) Shyamalan si conferma garanzia assoluta di cine-pacchi. Alzo le mani e mi tiro indietro definitivamente.

Death note di Adam Wingard

Certe cose non possono essere trasformate in film. E non è un discorso di “tradire” la materia di base e neanche quello abbastanza cretino del whitewashing. Sarà che la complessità e la potenza di Death note, pazzesco manga già trasformato in uno splendido anime, non è possibile trasportarla con ritmi e costrizioni che la forma del lungometraggio per forza di cose impone. Avevano fallito pure in casa con due (o forse tre e uno spin-off, non lo so bene … io mi sono fermato nel caso molto prima) fluviali film al limite del tollerabile ed era purtroppo matematico che fallisse Wingard (uno che non sarà l’ultimo dei cani, ma in vita sua l’unica cosa convincente è stata solo il terzo capitolo di Blair Witch) che cerca di condensare in appena un’ora e mezza lo spirito dell’opera originale banalizzando il tutto in una sorta di Final Destination for dummies che si incarta su sé stesso tra incredibili ellissi narrative (non si capisce niente della scansione temporale degli eventi) e un cast di cani senza appello capace di farsi rubare la scena continuamene da un demone in GCI tenuto in penombra (e con la splendida voce in originale di Willem Dafoe, unica scelta felice del film). Un prodotto che per quanto scalpiti di essere dignitoso nasce in principio come un fallimento totale, probabilmente facendo leva che tanto essendo pensato per essere distribuito tramite Netflix, tutti l’avrebbero visto comunque. Non ci siamo proprio e sembra davvero di sparare sulla Croce Rossa, ma un adattamento simile è un bignami di tutto quello che non andrebbe mai fatto. Qualcuno che si sforzato di salvarlo cercando qualcosa di buono c’è stato, ma è come cercare di mangiare la minestra con la forchetta. Bocciatissimo ed è per l’ennesima volta rimandato un giudizio positivo sulle produzioni “originali” Netflix: se questo è il risultato della “rivoluzione produttiva” stiamo davvero messi bene. Come diceva Maurizio Costanzo, “E se va bene a voi, buona camicia a tutti”.

Cane mangia cane di Paul Schrader

Seconda mostruosa delusione dell’anno. Paul Schrader che scrive e gira l’adattamento di uno dei libri più tosti e neri del grandissimo Eddie Bunker, per di più con un cast che più azzeccato non poteva essere (si, anche Nicolas Cage) … sembrava un miracolo. Sembrava appunto, perchè a conti fatti il risultato finale è qualcosa che va oltre il disarmante. Schrader sembra indossare la pietosa e pirandelliana maschera del vecchio che vuole sembrare giovane finendo per fare solo pena, tentando di scimmiottare un inspiegabile stile a cavallo tra il primo Guy Ritchie e il primo Danny Boyle, finendo per sottolineare malissimo l’aspetto grottesco ed eccessivo della storia, trasformando una parabola noir sull’impossibilità di redenzione nel più tardo e peggiore giocattolone acido post-tarantiniano (chiedo scusa per l’espressione), debellando ogni forma di dolore e ambiguità coprendo tutto di urla e scene che non si capisce se vorrebbero stimolare una risata “scorretta” o che altro. E poi anche i protagonisti vengono interamente lasciati a briglia sciolta, tanto che sembra quasi ‘non essere diretto’, in un costante overacting che lascia più che perplessi. Il senso funereo di fallimento totale e decadimento di un grandissimo autore è più deprimente della sequenza di apertura del precedente The Canyons (2013). Una roba così sciapa, derivativa e banale sarebbe stata intollerabile da parte di un esordiente, figuriamoci da un autore di tale levatura. L’unica speranza è pensare che tutto questo sia stato solo un bruttissimo incubo da dimenticare il prima possibile.

Guardiani della Galassia Vol. 2 di James Gunn

Con il primo, ottimo, Guardiani della Galassia (2014), James Gunn ha scardinato tutto l’immaginario dell’universo Marvel/Disney con una formula azzardata e inedita, imbastendo una space opera ironica, nostalgica e malinconica, vincendo una scommessa a mani basse. E quindi cosa fa Herr Topolino? Prende questo format, lo fa suo facendolo diventare marchio di fabbrica standardizzato e benedice con la spada di fuoco del potere Gunn a nuovo guru della sua scuderia. Ed è così che per il secondo “volume” di quell’opera anomala e riuscita si ripropone la medesima formula, elevandola al cubo e purtroppo per il regista, questa volta la bomba gli scoppia in mano. Perchè questo GDG2 gioca malissimo la sua durata spropositata, ripercorrendo quasi paro paro lo schema del primo, riproponendo le medesime dinamiche tra personaggi come se non fosse esistito il capostipite, trasforma l’intelligente vena ironica in una debordante sequela di gag imbarazzanti annacquando anche tutto l’aspetto malinconico, togliendogli efficacia e potenza. Praticamente invece che far emergere il Gunn allievo Troma e realizzatore di gemme come Slither e Super, emerge quello che è sceneggiatore degli imbarazzanti Scooby-Doo. La colonna sonora diventa una mega playlist che scorre senza sosta, le intuizioni visive e narrative vengono buttate a cazzo come capitano e anche i personaggi sembrano ripetersi senza alcuna evoluzione. Ovviamente il successo di pubblico e critica non è cambiato e quindi lo stronzo sono io, però è davvero avvilente l’esaltazione per un prodotto che non ha più niente di personale e che gioca in un campetto da gioco risaputo e sicuro. Non un film pessimo ci mancherebbe, ma vuoto, scemotto e pure noisetto decisamente si. James Gunn è un regista intelligente e merita umanamente tutto il successo, nella speranza che il prezzo da pagare non sia la perdita della sua apprezzabilissima vena anarchica che l’ha sempre contraddistinto fino ad ora.

IT di Andrés Muschietti

Che il fluviale capolavoro di Stephen King sia fondamentalmente qualcosa di irrealizzabile nella sua complessità è un dato di fatto su cui non ci piove. Così come il fatto che il suo primo tentativo televisivo del 1990 sia stata una patacca imbarazzante tenuta in piedi esclusivamente dal carisma di Tim Curry. Muschietti, che si è accollato l’adattamento per il cinema, giustamente diviso in due parti, aveva varie possibilità di scegliere quale lato del libro far emergere e la scelta che fa è quella più facile e “sicura”, ovvero puntare sull’horror classicissimo che va tanto oggi fatto di jumpscare, confezione elegante e revival anni ’80. E vabbè, pazienza. Diciamo che ce lo facciamo andare bene. E cerchiamo di chiudere un occhio nelle ovvie e inevitabili differenze con il romanzo. Il problema enorme di questo IT è la sua assoluta e totale inefficacia proprio nei meccanismi ampiamente rodati su cui si adagia: i meccanismi di paura applicati lasciano allibiti nella loro idiota ripetitività e che questo pagliaccio l’unica cosa che faccia sia correre improvvisamente addosso alla mdp urlando (esattamente lo stesso meccanismo della sua opera prima La Madre, corto e lungometraggio) è qualcosa che piscia addosso a ogni tentativo di costruire “incubi”. Inoltre, per tutto l’arco delle due ore di questa prima istallazione non è mai chiaro che tono si voglia prendere, perchè nulla esce da questi personaggi (un cast di ragazzini su cui emerge solo l’avvenenza di Sophia Lillis), che quasi non si riconoscono e il modo in cui sono stati banalizzati e ripuliti di tutti i loro drammi non crea alcuna empatia o interesse a seguire la loro evoluzione. Il fatto che per sconfiggere il clown invece che ricorrere a semplici oggetti rappresentanti le loro debolezze e paure, scelgano di prenderlo a mazzate con dei randelli è emblematico per capire quanto sia stato sciagurato e scemo l’approccio di Muschietti. E anche Bill Skarsgård, che pure ce la mette tutta a dare fisicità a Pennywise, sembra sempre buttato in mezzo a caso in una sequela ininterrotta di apparizioni tanto curate ed elaborate a livello visivo e di effetti speciali quanto totalmente innocue e stupide sul piano concettuale. Il successo mostruoso ottenuto e le tantissime critiche positive fanno venire i brividi a pensare che questo giochino a livello di un Luna Park possa essere preso a esempio di nuovo horror. IT è un film del terrore che non fa paura e non inquieta, un coming of age senza anima che non fa crescere i suoi personaggi, ma solo un elegante involucro realizzato molto peggio di quanto sembri all’apparenza. Rimane la curiosità di vedere come se la caverà con la seconda e decisamente più difficile parte, ma al momento i risultati sono a dire poco demoralizzanti.

Raw – Una cruda verità di Julia Ducournau

Anche qua bella delusione, ma era già più prevedibile di altri. Preceduto dalla fama di film shock portatore di svenimenti e malori nei Festival dove è stato presentato e tanti applausi e attenzioni da pubblico e critica anche non tendenzialmente “benevola” verso l’estremo, Raw è il classico, antipaticissmo film di genere che schifa il genere, tirato a lucido visivamente con tutti gli orpelli che piacciono tanto ora e che nel suo ricercato “ermetismo” racconta la solita metafora sulla scoperta di sé stessi e della propria sessualità. Peccato che roba del genere sia stata vista mille volte e anche meglio in prodotti ben più onesti (mi viene in mente tanto qualcosa più di pancia tipo Ginger Snaps o roba più “autoriale” come Cannibal love – Mangiata viva per esempio) e che sopratutto non si riesca a trovare nessun equilibrio nella sua allegoria: totalmente implausibile nella narrazione (e non che ci sia niente di male, ma quando su una cosa simili inizi a porti domande sull’assurdità del tutto c’è qualcosa che fortemente non quadra nell’esposizione) e realizzato piuttosto male nelle timide esplosioni “gore”, arranca stanco e sfiatato, con una serie di sviluppi telefonatissimi fino ad un finale che lascia ancor più perplessi. Altezzoso e narciso fino alla masturbazione, vuoto e sicuro della sua inattaccabilità formale è stato salutato da quasi tutti come un cult del genere: se questo è il futuro criogenizzatemi ora.

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