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7/10 su 1342 voti. Titolo originale: An American Werewolf in London , uscita: 21-08-1981. Budget: $10,000,000. Regista: John Landis.

Dossier | Un lupo mannaro americano a Londra di John Landis: reinventare l’horror gotico

22/07/2020 recensione film di William Maga

Nel 1981, David Naughton era il protagonista di un film imprevedibile, viscerale e con lampi di commedia, capace di spiazzare gli amanti del regista e di rinverdire un sottogenere

Un lupo mannaro americano a Londra film

Qual è la battuta più ovvia per aprire un film sui licantropi? “In bocca al lupo!”, naturalmente. E che cosa c’è di meglio di una
locanda fumosa, dal nome gentile ‘L’agnello squartato’, per introdurre i primi, cupi ululati del bestione? Vecchi trucchi, direte voi: fatto sta che lo spettatore diligente che nel 1981 si approcciava con sufficienza all’inizio di Un lupo mannaro americano a Londra (An American Werewolf in London) probabilmente ne rimase di stucco. Conoscendo almeno un po’ il regista John Landis, l’autore di Animal House (1978) e di The Blues Brothers (1980), e quindi aspettandosi di conseguenza qualcosa di simile, magari in chiave horror-rock.

Un lupo mannaro americano a Londra poster filmE invece, laggiù nella brughiera nebbiosa, il lupo mannaro fa sul serio: scatta come un predatore affamato e macella uno dei due autostoppisti americani in viaggio di piacere. L’altro, David (David Naughton), salvo per un pelo, arriva malridotto all’ospedale londinese e finisce a letto con la bella e competente infermiera Alex (Jenny Agutter). A dire la verità, il ragazzo nota qualcosa di strano nei suoi sogni; e quella luna piena lo preoccupa un po’. Ma forse è lo shock. La sera dopo, però, esplodono gli spasmi: le mani si allungano, la testa si deforma, i peli crescono dappertutto, le unghie diventano artigli e la voce regredisce al ruggito. Nella umida notte londinese sei persone vengono fatte a pezzi senza distinzione di classe: il moderno licantropo non guarda proprio in faccia a nessuno …

Ebbene, l’ultima fatica di John Landis (che fu scritta però ben 11 anni prima, mentre era aiuto regista sul set di I Guerrieri di Brian G. Hutton) era un mirabile scherzo all’insegna della crudeltà.

In ossequio alla fama di ‘ragazzo terribile’ di Hollywood, l’allora trentenne di Chicago confezionava con Un lupo mannaro americano a Londra un horror indefinibile e geniale. I mostri sacri Lon Chaney e Bela Lugosi sono ovviamente nominati, ma il regista è troppo sicuro di sé per perseverare nella citazione pedissequa: gli interessa fino a un certo punto, a differenza del collega Joe Dante, che nel curioso – e coevo – L’ululato recuperava addirittura uno spezzone de L’Uomo Lupo interpretato da Maria Ouspenskaja nel 1941. Anzi, proseguendo nella sua opera di reinvenzione dei generi, John Landis ridisegna addirittura la tipologia classica del lupo mannaro (quella definita negli anni Trenta dall’ufficio ricerche della Universal), con inconsueti effetti macabro-ironici. Un esempio? All’amico Jack (Griffin Dunne), zombie in via di putrefazione condannato a vagare sulla Terra fino alla morte dell’ultimo licantropo, l’imbarazzato David risponde: “Lo so, dovrei uccidermi per il bene di tutti, ma come? Forse con la pistola, però servono pallottole d’argento.” E l’altro: “Sciocco, credi ancora a queste fesserie??”.

Insomma, John Landis ricorre all’antica cornice gotica per divertire lo spettatore, per alleggerire la tensione, pronto, subito dopo, a sferrare il colpo mozzafiato. Fino al terrore puro. Non a caso, il passaggio dal riso alla paura è in Un lupo mannaro americano a Londra sempre repentino, sorprendente, preannunciato appena da impercettibili segnali. Raccontava il regista durante il tour promozionale del film nel 1981: “È come incontrare il tuo migliore amico vestito da vampiro: appena lo vedi è ridicolo, ma se quello s’avvicina e addenta il tuo collo fino a dissanguarti? Ecco, mi interessava cogliere il preciso momento in cui lo stupore si tinge d’orrore“. Seguendo questa traccia, John Landis mischia disinvoltamente amore, filmetti hardcore, timori atavici, mostri-guerriglieri, antiche lande desolate e luci metropolitane, infischiandosene dell’eccesso e del kitsch: il risultato potrà non piacere, ma lo spettacolo è assicurato.

lupo mannaro americanoNaturalmente, Un lupo mannaro americano a Londra non si reggerebbe senza i trucchi, iper-realistici e fantastici insieme, preparati dal giovane ‘mago’ Rick Baker (premiato giustamente con l’Oscar e assunto da Michael Jackson, assieme a John Landis, per realizzare il videoclip della hit Thriller nel 1982), autore dell’impressionante metamorfosi ‘in diretta’ (e senza CGI, ovviamente) del protagonista e senza quel suggestivo impasto di colori, curato dal direttore della fotografia Robert Paynter, oscillante tra il verde (come la brughiera dove abbaiava una volta il mastino dei Baskerville), il grigio (come l’asfalto della Londra notturna) e il rosso (come il sangue che scorre sui volti martoriati delle vittime).

Ma c’è di più. Oltre a auto-citarsi clamorosamente (vedi il terribile ingorgo finale, variazione tragica dello storico inseguimento di The Blues Brothers), John Landis – che ha anche scritto la sceneggiatura, ricevendo anch’egli una candidatura agli Academy Awards l’anno successivo – spinge al paradosso la divaricazione tra comico e drammatico di Un lupo mannaro americano a Londra, ora largheggiando in particolari truculenti, ora ironizzando sulla flemma di Scotland Yard, su William Shakespeare e perfino sul principe Carlo e consorte.

Un lupo mannaro a Londra è una ‘commedia del raccapriccio’ che non poteva che diventare un classico, ispiratore di film come Ragazzi Perduti, Ammazzavampiri, Scream, L’alba dei morti viventi e Quella casa nel bosco, nonché un successo al botteghino, capace di rastrellare nel mondo oltre 60 milioni di dollari a fronte di un budget di nemmeno 6. L’unica accortezza richiesta era di stare attenti a non prenderla troppo sul serio. Censura a parte (il divieto ai minori di 18 anni risulta ancora davvero incomprensibile), il suo gioco è bello perché scoperto, esagerato, assolutamente goliardico.

Sbagliava strada chi ci vedeva una parodia (l’episodio dello Zoo di Londra) di Stati di allucinazione di Ken Russell (la recensione) o una moderna versione di Jack lo Squartatore. Il lupo mannaro del titolo è solo un pretesto, come la luna che si fa piena al tenero suono di Blue Moon di Sam Cooke. Permette alla dissonanza di toni usati di giocare a suo favore e non ha alcun problema a combinare un effetto gotico con una sensibilità ben più moderna. È succinto, viscerale e indimenticabile.

In attesa di novità sul vociferato remake curato da Max Landis, di seguito trovate l’incredibile scena della trasformazione di Un lupo mannaro americano a Londra:

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