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6/10 su 1928 voti. Titolo originale: Friday the 13th , uscita: 09-05-1980. Budget: $550,000. Regista: Sean S. Cunningham.

Dossier | Venerdì 13 di Sean S. Cunningham: i primi 40 anni di Jason

13/03/2020 recensione film di Francesco Chello

Ripercorriamo la lavorazione del film che all'epoca proprio nessuno pensava sarebbe divenuto il capostipite di una fortunata e longeva saga slasher

venerdì 13 film 1980 campo lago cristallo

A distanza di tre mesi dall’ultima volta, il calendario ci offre un nuovo venerdì 13. Una data che di certo non ci lascia indifferenti. E che inevitabilmente porta a pensare a Camp Cystal Lake, a Jason Voorhees e alla saga di Friday the 13th. Se la volta scorsa avevamo celebrato l’occasione parlandovi dell’ultimo capitolo del franchise in occasione del suo decennale, oggi faremo altrettanto con il primo Venerdì 13 che nel 2020 raggiunge il traguardo delle 40 candeline.

Nel 1980, infatti, usciva Venerdì 13, diretto da Sean S. Cunningham e scritto da Victor Miller. Un film imperfetto, sicuramente derivativo, che ciononostante non manca di punti a favore, oltre al merito di aver dato inizio a una delle saghe più famosi della storia del cinema slasher. Parleremo di quelle imperfezioni, ma trattandosi di un approfondimento ‘celebrativo’ tenteremo di focalizzarci maggiormente sui suoi aspetti positivi. Episodio inaugurale, dicevamo, di una serie che viene giustamente identificata col suo protagonista, quel Jason Voorhees diventato icona horror a colpi di machete e che, caso forse più unico che raro, non è presente nel primo capitolo. Un dato di fatto che solamente la Warner si ostina furbamente a ignorare, continuando a distribuire ingannevolmente dvd e bluray del film piazzando Jason e/o la sua maschera da hockey in bella mostra in copertina e sui dischi. A onor del vero, nel film di Cunningham, Jason in qualche modo c’è (nei racconti, in un flashback, in una sequenza onirica …) ma non è certo il protagonista, non è l’assassino e non è il boogeyman che abbiamo imparato a conoscere.

venerdì 13 poster pubblicitàA proposito del killer, ne approfitto per inserire un piccolo disclaimer. L’articolo contiene spoiler sull’identità del killer, che ha il suo peso nell’economia di Venerdì 13 e dell’analisi ad esso dedicata. Trattandosi di un titolo molto conosciuto e uscito, appunto, da 40 anni, qualcuno potrebbe ritenere superfluo il mio avviso. Io invece ritengo possa valere la pena perderci due righe, credo fermamente nella sacralità dello spoiler, lo ritengo potenzialmente eterno visto che anche negli anni ci sarà sempre qualcuno che potrebbe non aver visto quel determinato prodotto. E mi incazzo quando, da lettore, manca questa forma di rispetto; una cultura che sembra stia scomparendo, oggigiorno capita di imbattersi in articoli che si lasciano andare a rivelazioni su film che sono addirittura ancora in sala, tra chi distruggeva il nerd spoilerando su Tony Stark semplicemente perché era scaduto l’embargo della Marvel e chi ha avuto il cattivo gusto di rivelare particolari sull’ultimo Star Wars solo perché un membro del cast ne aveva parlato pubblicamente. Ok, lo ammetto, era un disclaimer con una leggera vena polemica.

Ma torniamo in topic. Un film derivativo, dicevamo. La genesi di Venerdì 13 risale al periodo successivo all’uscita di Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter (la recensione). Sean S. Cunningham è un produttore e regista in rampa di lancio. Dopo aver prodotto L’Ultima Casa a Sinistra, feroce revenge thriller diretto da Wes Craven che nel 1972 aveva ottenuto un ottimo riscontro, Cunningham si era deciso a diversificare e cambiare totalmente genere per non essere identificato unicamente come ‘creepy producer’. Per questo motivo realizza due progetti nei quali è anche regista, vale a dire Tigri contro Tigri e Manny’s Orphans, due commedie per famiglie che però non vanno come sperato, mentre nello stesso periodo il sopracitato Halloween sbanca il botteghino a fronte di un budget praticamente irrisorio.

Il richiamo dell’horror (e dei quattrini) è troppo forte, così Sean S. Cunningham si mette in testa di realizzare una pellicola low budget che possa lasciare il segno su pubblico e box office. Non ha uno script, abbozza un primo titolo (Long Night at Camp Blood) salvo poi virare sull’intuizione vincente che tutti conosciamo, quel Venerdì 13 che riprende il concetto delle ‘ricorrenze di sangue’ già visto in Halloween, ma anche in Black Christmas (Un Natale rosso sangue) del 1974. L’uomo si attiva alla ricerca di investitori, il 4 luglio del 1979 acquista uno spazio su Variety in cui compare una prima locandina di Friday the 13th (il cui effetto, col numero che rompe la finestra, sarà poi ripreso nei titoli di testa del film), che promette di essere ‘the most terryfing film ever made’, facendo tesoro delle efficacissime frasi promozionali del suo L’Ultima Casa a Sinistra (‘It’s only a movie! It’s only a movie!’).

Si presentano gli investitori di Together e, appunto, L’Ultima Casa a Sinistra, che gli offrono un budget di circa 500.000 dollari, mentre un po’ a sorpresa si fanno avanti anche Paramount Pictures e Warner Bros., che si propongono per distribuire il film rispettivamente sul mercato statunitense ee internazionale. Il punto è che Sean S. Cunningham tra le mani ha solo un concept, serve urgentemente un copione, motivo per il quale si rivolge all’amico (ora ex, poi vi spiego) Victor Miller, sceneggiatore proprio di quel Manny’s Orphans del 1978. L’autore, però, non ha un background orrorifico – non a caso, in seguito lavorerà a soap opera come Sentieri, Destini o La Valle dei Pini, quindi Cunningham gli suggerisce di visionare proprio quell’Halloween che aveva messo in moto il loro progetto; Miller realizza la sceneggiatura in tutta fretta (impiega solo due settimane), del capolavoro di John Carpenter non coglie la profondità e lo spessore, ma si limita a mutuare per Venerdì 13 quelle che da lì in avanti diventeranno le regole non scritte del filone: un evento traumatico che ha scosso la comunità anni prima, l’anniversario o la commemorazione di quell’evento, un gruppo di ragazzotti ingrifati (c’è pure uno ‘strip Monopoly’), chi fa sesso muore, l’assenza di adulti che fungano da punto di riferimento, l’alto bodycount, la final girl possibilmente dall’animo candido.

venerdì 13 film 1980 kevin baconNon c’è una scrittura ricercata o studio dei personaggi; Victor Miller si concentra (e, considerando lo scopo, non si può dire che sbagli la scelta …) sull’aspetto exploitativo, rimarcando alcuni di quegli elementi e li fonde con altri prelevati altrove. E’ chiara, ad esempio, l’influenza che può aver avuto un Reazione a Catena di Mario Bava, per quanto Sean S. Cunningham e Miller neghino in seguito questa possibilità. A differenza di Halloween, inoltre, c’è il fatto di nascondere l’identità dell’assassino impostando una situazione da whodunit, con alcuni degli omicidi che vengono mostrati dal punto di vista dell’assassino.

Anche Venerdì 13, quindi, si apre con un prologo ambientato molti anni prima. Siamo a Campo Lago Cristallo, nel 1958. Due giovani intenti a fornicare vengono pugnalati a morte da un killer misterioso – Willie Adams, che in realtà fa parte dello staff produttivo, ha l’onore di essere la prima vittima della saga. Ci si sposta ai giorni nostri dove, puntualmente, la gente del luogo diffida la forestiera dal raggiungere il campeggio maledetto, si fanno anche riferimenti a un bambino annegato nel 1957, che più tardi si scoprirà essere Jason (viene nominato dopo un’ora e sedici minuti).

In questo caso è funzionale la breve apparizione di Ralph (Walt Gorney), il classico ‘matto del villaggio’, che con due o tre battute (‘You’re doomed. You’ll never come back again!’) riesce immediatamente a settare il tono di Venerdì 13 e conseguenti aspettative del pubblico. Camp Crystal Lake si presta alla perfezione alla situazione (e lo farà per tutta la saga), con quella sua atmosfera inquietante fatta di natura, isolamento e mistero. Atmosfera a cui contribuisce in maniera determinante la colonna sonora di Harry Manfredini, a cominciare ovviamente dal celebre main theme, che il compositore ottiene sussurrando le sillabe KI e MA (dal ‘Kill her Mommy’ di Mrs. Voorhees) ed elaborando poi lo score processandolo elettronicamente su echoplex. Manfredini suggerisce un accompagnamento minimalista, inserendo la musica solo nelle sequenze in cui effettivamente c’è l’assassino (particolare che si può apprezzare dalla seconda visione in poi), a eccezione della sequenza del sogno che chiude il film (e che comunque ha un tono differente).

venerdì 13 film 1980 Betsy PalmerL’elemento cardine su cui Venerdì 13 spinge maggiormente è la conta delle vittime (10) e, parallelamente, un tasso di violenza sufficientemente alto che finisce per essere tra i maggiori pregi del film. Per fare questo viene ingaggiato Tom Savini, mago degli effetti speciali che aveva impressionato favorevolmente Sean S. Cunningham col suo lavoro in Zombi di George A. Romero, altro capolavoro del 1978. L’effettista contribuisce in maniera determinante, portando sullo schermo una gustosa dose di violenza e sangue che prende forma in un campionario di efferatezze di tutto rispetto comprendente gole squarciate, accettate in piena fronte, corpi infilzati. Menzione particolare per la morte di Kevin Bacon, trafitto da una freccia che gli perfora la schiena spuntando dalla gola, con Tom Savini nascosto sotto al letto a pompare (soffiando in un tubicino) sangue di capra, e la decapitazione finale con tanto di testa che rotola nell’aria.  Tom Savini che, insieme al suo assistente Taso Stavrakis e qualche altro membro della crew, dorme sul set e si prodiga a dare una mano in qualsiasi modo – si occupa di svariati stunt, inoltre è lui a scoccare (in maniera impeccabile) la freccia che spaventa Brenda (Laurie Bartram), così come è sua l’idea della sequenza del serpente (da biasimare l’utilizzo e l’uccisione dell’animale vero).

Restando in tema di meriti, arriviamo al killer di Venerdì 13 e alla sua identità. Mrs. Voorhees entra in scena dopo un’ora e dodici minuti e si rivela fondamentale per la cosiddetta chiusura in bellezza, arriva nel frangente propizio considerando che il film a quel punto era andato ad infilarsi in un momento di stanca e di tempi morti. Pamela Voorhees (il nome di battesimo, in realtà, si scopre solo nel quarto capitolo) ha il volto di Betsy Palmer, a cui viene offerta la parte dopo aver sondato Shelley Winters, Estelle Parsons, Dorothy Malone e Louise Lasse. Inizialmente restia ad accettare uno script che non la convince (‘di merda’, testuali parole), ritorna sui suoi passi per una questione economica: i mille dollari al giorno (per soli dieci giorni di lavoro) sono infatti troppo allettanti per essere rifiutati in una fase della sua carriera poco felice – e con una nuova auto da acquistare, come confiderà tempo dopo; l’attrice accetta anche perché crede che nessuno vedrà il film, particolare che si divertirà a sottolineare durante interviste, convention e reunion nel corso dei successivi 35 anni, fino alla sua morte nel 2015.

venerdì 13 film 1980 Harry CrosbyBetsy Palmer sfodera una performance da fuoriclasse, una calma inquietante che si trasforma in lucida follia, alcune frasi ben assestate (‘His name was Jason. He was my son. And today is his birthday’, oppure il già citato ‘Kill her mommy!”), gli occhi carichi di voglia di uccidere. E un lungo catfight (senza controfigure) con la protagonista positiva, fatto di schiaffi (veri), foga, oggetti contundenti, capriole sulla spiaggia, fino alla suddetta decapitazione con un colpo di machete. Insomma, Jason Voorhees è l’eroe indiscusso del franchise, ma Mrs. Voorhees è un succoso antipasto che in qualche modo capovolge la formula madre/figlio dello Psycho di Alfred Hitchcock. Betsy Palmer rifiuterà un’offerta per riprendere il ruolo in Freddy vs Jason del 2003, ritenendo la parte troppo breve e composta da battute eccessivamente banali.

Sul finale, un’altra scena clou che vede la presenza di Jason e che resta nell’immaginario dei fan della saga di Venerdì 13. La sequenza onirica del lago si rivela un colpo particolarmente riuscito, tipico jumpscare da manuale. La scena viene aggiunta in un secondo momento su richiesta di Sean S. Cunningham, che rifacendosi a Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma (per restare in ambito di ispirazioni esterne) chiede a Victor Miller di inserire qualcosa che possa scuotere lo spettatore prima di salutarlo. I tempi di esecuzione sono praticamente perfetti, una lunga attesa capace di convincerti che ormai non accadrà nulla, accompagnata da un serenissimo tema musicale con cui anche Harry Manfredini (che scrive il pezzo Sail Away Tiny Sparrow, cantato da Angela Rotella), può contribuire alla manipolazione del pubblico. Quando tutto sembra finito, ecco Jason spuntare dalle acque del Crystal Lake per una sequenza che all’uscita del film ha procurato parecchi sussulti in sala.

All’epoca, quello di Besty Palmer è il volto noto e d’esperienza in un cast composto prevalentemente da giovani aspiranti attori, un gruppo in cui quasi nessuno lascerà il segno nel mondo del cinema. Quel ‘quasi’ si riferisce a Kevin Bacon, il solo tra i ragazzi che al tempo aveva già avuto un’esperienza importante (Animal House di John Landis, del 1978), nonché l’unico capace di crearsi un nome e una carriera di alto livello. Peccato solo che negli anni sembri quasi prendere le distanze da Venerdì 13, declinando inviti ad eventi o reunion, ma anche speciali e documentari come il bellissimo Crystal Lake Memories del 2013.

venerdì 13 film 1980Dopo varie audizioni (a cui partecipa persino Sally Field), il ruolo della final girl va ad Adrianne King, che assolve al compito adeguatamente; classica ragazza della porta accanto, sembra cedere alla paura (con immancabili urla a corredo), salvo poi mostrare grinta e voglia di sopravvivere nel famoso scontro finale. In seguito al successo di Venerdì 13, l’attrice si ritroverà a vivere uno spiacevole episodio personale che arriverà a condizionarne le ambizioni chiudendo, di fatto, la sua carriera (ripresa saltuariamente vent’anni dopo): sarà vittima di stalking da parte di un fan, quando il delicato fenomeno non era ancora approcciato con la giusta considerazione dalle autorità. Sarà proprio questa situazione a incidere sulla sua partecipazione al sequel (in cui riprende fugacemente il ruolo in un prologo nel quale viene uccisa da Jason Voorhees), come dichiarerà lei stessa molti anni dopo, smentendo fonti come Wikipedia che citavano presunti disaccordi di natura economica.

Nel cast anche il figlio d’arte Harry Crosby (suo padre è il famoso Bing). Anche per lui pochissimi film in un curriculum che si ferma al 1989. Il primo Jason della storia ha il volto (nascosto dall’efficacissimo make up di Tom Savini) di Ari Lehman, ragazzino che aveva partecipato a Manny’s Orphans, ingaggiato dopo che la signora Cunningham aveva negato il permesso al figlio Noel intimorita dalle difficoltà di dover girare la scena in acqua.

La regia di Sean S. Cunningham è piuttosto elementare, indovina alcune trovate (aiutato dal lavoro dei vari Manfredini e Savini), ma complessivamente canonica. Venerdì 13 nell’insieme è un po’ grezzo e, come detto, risente dell’assenza di una sceneggiatura articolata (si dice venisse modificata quasi ogni giorno …), che ad un certo punto sembra portare la situazione in un punto morto, salvo poi uscirne grazie a Mrs. Voorhees e allo showdown conclusivo. Il tasso di violenza e la sequela di uccisioni avvolte da una riuscita atmosfera sinistra rendono comunque la visione godibile. Venerdì 13 impallidisce chiaramente di fronte a un Halloween (ma anche ad un Nightmare – Dal profondo della notte, che arriverà dopo), eppure riesce a dare vita ad un fenomeno come quello della saga di Jason, entrata nella storia dell’horror al pari di quella dei colleghi Michael Myers o Freddy Krueger.

venerdì 13 film Adrienne KingGirato prevalentemente al campo scout Nobebosco nel New Jersey tra settembre e ottobre del 1979 (in un clima freddo e umido che rende la vita difficile a cast e tecnici), Venerdì 13 esordisce nelle sale statunitensi il 9 maggio del 1980, incassando globalmente una cifra vicina ai 70 milioni di dollari a fronte di 550 mila dollari di budget, senza contare poi gli introiti home video, che incidono notevolmente negli anni e ancora oggi. Il successo porta inevitabilmente al primo di tanti sequel, che verrà affidato (così come il terzo capitolo) a Steve Miner, già associate producer e unit production manager del primo Venerdì 13; Sean S. Cunningham non ne vuole sapere di tornare in regia, sia per la voglia di provare a fare altro che, soprattutto, perché trova stupido e poco credibile puntare sulla figura di un Jason, teoricamente morto nel 1957, ritenendo una pessima idea quella di resuscitarlo (dimostrandosi per una volta poco lungimirante).

Risalirà a bordo come produttore solamente nel 1993, dal nono episodio (Jason va all’Inferno) in poi. Il paradosso è che se Sean S. Cunningham e Victor Miller hanno avuto il merito di iniziare il fortunato franchise, al momento hanno la colpa della sua lunga fase di stallo; la serie, infatti, è ferma al 2009 a causa di beghe legali tra i due ottantenni ormai ex amici, che hanno iniziato una battaglia legale per stabilire chi dei due detenesse i diritti della serie. Diritti che inizialmente erano stati attribuiti a Miller, con Cunningham impegnato in un lungo ricorso che ha messo la saga in stand by negli ultimi dieci anni. La corte d’appello dovrebbe prendere una decisione finale entro giugno 2020, sperando sia la volta buona per il ritorno di Jason Voorhees.

Di seguito la clip con uno dei primi omicidi di Venerdì 13: