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Giganti e cavalieri nel fantasy arturiano perfetto che in pochissimi conoscono su Prime Video

13/08/2026 news di Andrea Palazzolo

Come il film di David Lowery reinventa il mito arturiano: esplora il valore, la mortalità e il viaggio interiore di Sir Gawain.

La scena dei giganti in Sir Gawain e il cavaliere verde

Quante volte abbiamo visto Re Artù al cinema? Decine, forse centinaia se contiamo ogni adattamento, reinterpretazione o variazione sul tema. Eppure, qualcosa mancava sempre. David Lowery con Sir Gawain e il Cavaliere Verde ha fatto quello che in pochi avevano osato. Ha preso una leggenda medievale anonima, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, e l’ha trasformata in un’esperienza cinematografica che parla tanto al cuore quanto alla mente.

Non è il solito film sui cavalieri della Tavola Rotonda. Qui non troverai battaglie epiche con orchestre trionfali o dichiarazioni roboanti sul valore. Sir Gawain e il Cavaliere Verde è un altro tipo di viaggio, quello interiore, dove la vera sfida non è sconfiggere un nemico ma confrontarsi con se stessi.

La storia parte da un Gawain che non è ancora cavaliere. Dev Patel lo interpreta come un giovane che passa le giornate a dormire nei bordelli, dove ha una relazione con Essel, interpretata da Alicia Vikander, e a ubriacarsi senza uno scopo preciso. Sua madre, Morgan Le Fay, lo spinge ad andare al banchetto di Natale alla corte di suo zio, Re Artù. Quando arriva, il re gli chiede di sedersi al suo fianco, un onore che Gawain sente di non meritare. Non ha storie di imprese da raccontare, nessuna prova di valore.

Tutto cambia quando il Cavaliere Verde, una figura imponente e misteriosa interpretata da Ralph Ineson, irrompe nella sala e lancia una sfida: chiunque riesca a colpirlo potrà farlo, ma dovrà accettare lo stesso colpo di ritorno esattamente un anno dopo, presso la Cappella Verde.

Gawain, spinto dal bisogno di dimostrare qualcosa a se stesso e agli altri, accetta. Con Excalibur decapita il Cavaliere Verde. Ma la testa mozzata rotola, viene raccolta dal corpo ancora in piedi, e il patto è sigillato. Gawain ha un anno per raggiungere la Cappella Verde e onorare la sua promessa.

Quello che segue è un’odissea che David Lowery dirige con una consapevolezza visiva straordinaria. La fotografia di Andrew Droz Palermo è uno degli elementi più potenti del film. Ci sono scene luminose, quasi oniriche, che contrastano con nebbie fitte e ambientazioni cupe. Ogni inquadratura sembra studiata per trasmettere una sensazione precisa: lo smarrimento, la paura, la meraviglia. L’Irlanda fa da sfondo naturale a questa epopea, e la natura diventa quasi un personaggio, una forza che osserva, giudica, accompagna.

Dev Patel offre una delle sue migliori performance. Il suo Gawain è un uomo in bilico tra l’arroganza e l’insicurezza, tra il desiderio di gloria e la paura di non essere all’altezza. Patel riesce a esprimere tutto questo con sguardi, piccoli gesti, movimenti controllati. È un’interpretazione sottile, mai sopra le righe, che cresce insieme al personaggio. Accanto a lui, Alicia Vikander brilla in due ruoli distinti: Essel e la Dama. Due figure femminili che mettono alla prova Gawain in modi diversi, mostrando la versatilità dell’attrice.

La durata di 130 minuti potrebbe sembrare eccessiva, ma ogni minuto serve. Non c’è nulla di superfluo. Lowery usa il tempo come un pittore usa la tela: con pazienza, con intenzione. I primi piani intimi, le inquadrature larghe sui paesaggi, i silenzi che dicono più delle parole. È un film che chiede attenzione, ma la ripaga con interessi. Sir Gawain e il Cavaliere Verde non è solo uno dei migliori adattamenti delle leggende arturiane. È un’opera che lascia il segno, che continua a lavorare dentro anche dopo i titoli di coda.

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