Voto: 5.5/10 Titolo originale: 호프 , uscita: 15-07-2026. Budget: $46,000,000. Regista: Na Hong-jin.
Hope, recensione: Na Hong-jin scatena un’invasione aliena spettacolare, ma qualcosa va storto
18/10/2026 recensione film Hope di William Maga
Dopo dieci anni di assenza, il regista di Goksung torna con un kolossal fantascientifico interpretato da Hwang Jung-min, Hoyeon, Michael Fassbender e Alicia Vikander. Un creature feature travolgente per regia e azione, penalizzato da effetti digitali poco convincenti e da una sceneggiatura che non mantiene le promesse iniziali

A dieci anni da Goksung, Na Hong-jin torna al cinema con Hope, un ambizioso creature feature fantascientifico presentato in concorso a Cannes 2026. Dopo il thriller di The Chaser, il noir di The Yellow Sea e l’orrore soprannaturale di Goksung, il regista sudcoreano affronta l’invasione aliena, combinando azione ipercinetica, commedia grottesca e fantascienza. Il risultato è un film spettacolare ma disomogeneo, capace di straordinaria inventiva visiva prima di compromettere le proprie intuizioni.
A Hope Harbor, villaggio sudcoreano vicino alla zona demilitarizzata, la scoperta di un bovino mutilato allarma il capo della polizia Bum-seok (Hwang Jung-min). Mentre un gruppo di cacciatori guidato da Sung-ki (Zo In-sung) cerca nei boschi quella che potrebbe essere una tigre, il poliziotto rientra in paese trovando strade devastate, edifici distrutti e cadaveri ovunque. Una creatura capace di abbattere muri e scagliare automobili sta massacrando gli abitanti. Affiancato dall’agente Sung-ae (Hoyeon), Bum-seok tenta di organizzare la sopravvivenza, mentre i cacciatori scoprono che la minaccia è ben più estesa.
La prima parte di Hope è un’impressionante dimostrazione delle capacità registiche di Na Hong-jin. L’invasione si manifesta attraverso boati lontani, corpi dilaniati, automobili scaraventate in aria ed esplosioni di violenza. La creatura rimane quasi sempre fuori campo, mentre la macchina da presa attraversa il villaggio seguendo i disperati tentativi di fuga.
La fotografia di Hong Kyung-pyo valorizza la luce diurna e la concretezza degli ambienti, contrapponendole alla brutalità della devastazione. Movimenti di macchina, panoramiche vertiginose e inseguimenti trasformano il paese in un labirinto dinamico. Il riferimento è il cinema catastrofico di La guerra dei mondi, contaminato dall’anarchia di Tremors e dalla spettacolarità di Mad Max. Ma Na Hong-jin possiede una precisione personale: il caos nasce dall’organizzazione rigorosa di movimenti, spazi e traiettorie, non da un montaggio confuso.
L’umorismo nero emerge dall’inadeguatezza delle autorità, dagli equivoci e dalle reazioni spropositate degli abitanti. Hwang Jung-min interpreta un poliziotto autoritario e spesso ridicolo, progressivamente capace di mostrare vulnerabilità ed empatia. Hoyeon, al debutto cinematografico, gli affianca una Sung-ae energica e imprevedibile, efficace nell’azione quanto nella commedia.
Il problema emerge quando la minaccia invisibile assume una forma concreta. Dopo aver costruito la suspense sull’impossibilità di comprendere cosa stia devastando Hope Harbor, il film introduce extraterrestri realizzati prevalentemente in CGI e motion capture. Espressioni facciali, movimenti e integrazione digitale risultano spesso artificiali, creando un’evidente discontinuità rispetto alla fisicità delle sequenze precedenti.
Un limite sorprendente considerando l’ambizione produttiva e la presenza di Michael Fassbender, Alicia Vikander, Taylor Russell e Cameron Britton, coinvolti proprio nell’interpretazione degli alieni.
Attribuire agli extraterrestri comportamenti, linguaggio e motivazioni riconoscibili potrebbe alimentare una riflessione sull’alterità e sulla tendenza umana a considerare minaccioso ciò che non comprende. La sceneggiatura, tuttavia, abbozza questa prospettiva senza svilupparla, introducendo una mitologia sostanzialmente irrisolta.
Progressivamente, Hope abbandona il mistero per trasformarsi in una successione quasi ininterrotta di inseguimenti, scontri e fughe. Dal villaggio alle foreste, fino a una spettacolare sequenza autostradale, lo schema si ripete: gli umani incontrano gli alieni, fuggono, sopravvivono miracolosamente e vengono nuovamente inseguiti.
Na Hong-jin conserva una straordinaria padronanza dell’azione, ma la ripetizione ne riduce l’impatto. Anche i 160 minuti di durata evidenziano gli squilibri, soprattutto nella parte centrale, dove digressioni comiche e tentativi di approfondire la mitologia extraterrestre rallentano il racconto senza arricchirlo.
Restano momenti memorabili, come una grottesca autopsia condotta con una motosega e alcune sequenze a cavallo nei boschi, nelle quali riemerge la combinazione di violenza, assurdità e tensione caratteristica del regista.
Il limite principale riguarda però l’ambizione tematica. Hope suggerisce una riflessione sulla paura dell’altro, sull’aggressività umana e sull’incapacità di distinguere una minaccia reale da una percepita, senza trasformarla in un discorso compiuto.
La vicinanza del villaggio al confine nordcoreano e i cartelli che invitano a diffidare degli infiltrati introducono una possibile lettura politica, presto sacrificata allo spettacolo. Il finale, inoltre, lascia aperti numerosi interrogativi, suggerendo futuri capitoli e accentuando l’impressione di un racconto incompleto.
Hope rimane un’esperienza di notevole impatto visivo, sostenuta da regia energica, azione spesso eccezionale e umorismo grottesco. Ma l’eccellenza iniziale rende più evidente la delusione successiva: effetti digitali discontinui, mitologia poco sviluppata e progressione ripetitiva.
Na Hong-jin conferma il proprio talento nel cinema di genere. Questa volta, però, la sua straordinaria capacità di mettere in scena il caos supera quella di attribuirgli un significato.
Nei nostri cinema dal 5 novembre.
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