Il diario da Venezia 83 (2026), episodio 1: dopo Barbera, George Clooney? La Mostra potrebbe avere già il suo prossimo direttore
07/09/2026 news di Giovanni Mottola
Una proposta al presidente Pietrangelo Buttafuoco: dal 2028 affidare la Mostra a una star che a Venezia è ormai di casa. Perché l’idea di George Clooney direttore è molto meno folle di quanto sembri

Caro Presidente Buttafuoco,
rivolgiamo direttamente a Lei questa nostra idea: sia nominato George Clooney quale successore di Alberto Barbera alla Direzione della Mostra a partire dal 2028. Tale proposta non vuole essere provocatoria né visionaria.
Al contrario: essa nasce da un ragionamento e dall’osservazione. Il ragionamento deriva dalla presa di coscienza che nessuna tra le figure analoghe a Barbera potrebbe rivelarsi all’altezza del lavoro da lui svolto in questi ultimi quindici anni. Sotto la sua guida la Mostra ha ricostruito la propria immagine a livello internazionale dopo alcuni anni di appannamento; ha beneficiato della costruzione di nuove strutture e della ristrutturazione di quelle esistenti; è diventata una sorta di anticipazione della cerimonia degli Oscar in svariate edizioni; ha ottenuto un costante successo presso il pubblico.
Chi gli succedesse avrebbe oltretutto bisogno del tempo necessario a costruire i propri rapporti con le produzioni italiane e internazionali, oltre a quelli inevitabili con la politica. Almeno per i primi anni, la Mostra sarebbe dunque destinata a un decadimento fisiologico, un po’ come il Festival di Sanremo al momento di sostituire Pippo Baudo.
Non a caso, gli anni di ambientamento di cui avrebbe bisogno il nuovo Direttore e comunque la difficoltà nell’individuarlo, stanno inducendo ormai da tempo i vertici della Biennale a prorogare il mandato di quello vecchio. La cosa non potrà, però, andare avanti in eterno. Ecco perché ci pare inevitabile ricorrere a quella strategia che si usa nel gioco della scopa quando sono di mazzo gli avversari: lo spariglio.
Di questa tecnica Lei, caro Presidente Buttafuoco, è indubbiamente un maestro. Lo dimostrano le Sue dichiarazioni e le Sue intuizioni, fin già dal lessico spesso spiazzante con cui le esterna. Senza andare tanto indietro nel tempo, basta guardare alla rapidità con la quale quest’anno Lei si è inventato la Biennale Arte a votazione del pubblico, a seguito delle polemiche sulla partecipazione di Israele e della Russia alla manifestazione e alle conseguenti dimissioni in massa della Giuria originariamente designata.
Una mossa degna di essere introdotta dalla famosa battuta di Amici Miei “Che cos’é il genio? È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione”. Solo Lei potrebbe prendere un’iniziativa tanto ardita come questa che ci permettiamo di suggerirLe, convinti di averLa soltanto anticipata sul tempo grazie al nostro ruolo di cronisti.
E qui veniamo all’osservazione, intesa non come una riflessione, ma proprio nel senso di quello che abbiamo avuto modo di vedere con i nostri occhi in questi giorni e che ci ha messo questa idea nella testa. Abbiamo infatti seguito tutte le iniziative a cui Clooney ha presenziato, notando che egli si è mosso sempre alla perfezione. Su questo non vi erano dubbi.
La sorpresa è stata però accorgersi che questo non è dipeso dal savoir-faire tipico del divo consumato, ma dal fatto di sentirsi praticamente a casa sua. Le altre star, che arrivano da ospiti per presentare un film o ritirare un premio, eseguono il compitino: qualche scatto di rito con i fotografi, dieci minuti di autografi e selfie, la sfilata sul tappeto rosso, gli applausi in Sala Grande per la presentazione ufficiale del film o la consegna del premio e poi dritti al motoscafo in direzione aeroporto. Spesso senza nemmeno fermarsi una notte.
Invece Clooney, designato come destinatario del Leone d’Oro alla Carriera, cerimonia svoltasi il primo giorno in concomitanza con l’inaugurazione, ha prolungato di svariati giorni la propria permanenza in città insieme alla moglie Amal, con la quale proprio qui si era sposato nel 2014. E se Venezia gli pare casa, la Mostra non può che fargli l’effetto del giardino: negli ultimi vent’anni, partendo dalla presentazione di Good Night, and Good Luck (2005), vi è tornato ben dieci volte, più di chiunque altro.
Quest’anno si è offerto con particolare generosità: prima alla cerimonia ufficiale, il giorno successivo in un incontro con il pubblico, dal quale è rimasta fuori più gente di quanta sia riuscita ad entrare (circa 250 persone, che per farcela sono state due ore in coda in anticipo sotto il sole), infine in una conferenza a inviti sulla terraferma, dove si è discusso del ruolo dell’Intelligenza Artificiale nell’ambito cinematografico.
In tutte e tre le circostanze ha dimostrato una volta di più di sapersi comportare con il pubblico, elargendo foto persino a coloro che nemmeno si fiondavano a chiedergliela. Anche nei rapporti con la stampa non ha mai avuto problemi. Non solo: nelle interviste rilasciate qui alla Mostra ha mostrato di conoscere bene anche i problemi della categoria, sottolineando l’impossibilità di portare avanti una stampa libera se i proprietari dei principali media sono, come sta accadendo, gli stessi ricchissimi soggetti che delle notizie dovrebbero essere oggetto.
Certamente lo aiuta il fatto di avere avuto un padre giornalista, figura ispiratrice proprio per Good Night, and Good Luck, oltre al fatto che è un giornalista anche il padre di sua moglie. I due hanno anche dato vita alla Clooney Foundation for Justice, per favorire la liberazione dei cronisti arrestati in giro per il mondo dai vari regimi a causa della loro libertà di espressione.
Una volta chiarito che nei rapporti con pubblico e stampa Clooney si muoverebbe a meraviglia, resterebbe ancora uno scoglio: il rischio che la sua presenza in veste di Direttore possa far desistere gli invitati dal presenziare alla Mostra, nel timore di uscirne sminuiti. Siamo conspevoli che non possa essere utilizzato il paragone con Robert Redford, che ha fondato e guidato il Sundance Film Festival per molti anni: lì si tratta di cinema indipendente, dove partecipano esordienti o nomi di second’ordine, cioè categorie certamente interessate a un palcoscenico.
A Venezia arrivano invece star affermate e non di rado capricciose. Ma siamo convinti che, dopo il primo anno, l’effetto di Clooney a Venezia si smorzerebbe in maniera non dissimile da quanto accadeva a Roma con il Marziano di Flaiano. Non vediamo quindi alcuna controindicazione alla nomina del divo americano quale futuro Direttore della Mostra.
Naturalmente non potrebbe essere chiamato a svolgere il ruolo alla maniera dei suoi predecessori, costretti a trascorrere l’intero anno visionando migliaia di film e gestendo pastoie burocratiche: questi compiti più ingrati dovrebbero essere lasciati a uno staff di collaboratori. Il suo ruolo sarebbe quello di diventare il volto ufficiale della Mostra per gli anni a venire, accogliere gli ospiti e sovrintendere, dall’alto della sua esperienza, alla selezione delle opere.
Da sempre la Mostra si pone l’obiettivo di intercettare i problemi dell’attualità: sotto questo aspetto, Clooney si è dimostrato anche in questi giorni molto lucido e preparato, dando ragione a coloro che in lui vedrebbero un potenziale candidato del Partito Democratico per la Presidenza degli Stati Uniti d’America (eventualità che per l’ennesima volta, a precisa domanda, ha esplicitamente escluso).
L’impegno non sarebbe gravoso per lui: dovrebbe limitarsi a trascorrere un paio di settimane, un mese al massimo, in una città e in un contesto che frequenta da sempre con piacere. Egli stesso ha dichiarato, proprio in questi giorni, di voler rinunciare a lavorare come regista per non dover trascorrere troppo tempo lontano dalla famiglia, che invece nel nostro progetto potrebbe fargli compagnia.
La Mostra del Cinema ne ricaverebbe per anni un prestigio immenso, superiore a qualunque altra manifestazione cinematografica Ci sembra dunque che tutto quadri. L’unico vero problema potrebbe essere quello del compenso, nella certezza che Clooney non potrebbe mai accettare lo stesso ingaggio di Barbera.
Ma se fosse solo questo a farla titubare, caro Presidente Buttafuoco, intravvediamo già due soluzioni all’orizzonte. Da un lato, siamo convinti che l’Unione Europea verrà costretta prima o poi a restituire alla Biennale quei due milioni di euro sottratti ingiustamente per aver riaccolto il Padiglione russo. E se proprio non dovesse accadere, si possono sempre destinare al compenso del Direttore una parte dei fondi che il Ministero della Cultura del Suo amico Alessandro Giuli riserva per il sostegno al cinema.
Pare, per esempio, che nel 2024 il film Race for Glory – Audi vs Lancia di Stefano Mordini abbia ricevuto 18,8 milioni di contributi pubblici. Quattro o cinque per George Clooney li vogliamo trovare?
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