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Voto: 4.5/10 Titolo originale: The Basics of Philosophy , uscita: 04-09-2026. Regista: Paul Schrader.

The Basics of Philosophy, recensione: Paul Schrader torna a colpa e redenzione, ma questa volta la filosofia non basta

06/09/2026 recensione film di William Maga

Jack Huston è un professore costretto a confrontarsi con un abuso commesso in passato: Schrader ritrova ossessioni, voce fuori campo e “uomo nella stanza”, ma il provocatorio dilemma sul perdono rimane troppo spesso in superficie

THE BASICS OF PHILOSOPHY film jack huston

C’è ancora una volta un uomo solo in una stanza. Scrive, riflette, ascolta la propria voce e cerca nelle parole una spiegazione per qualcosa che non riesce a risolvere dentro di sé. In The Basics of Philosophy, presentato fuori concorso a Venezia 83, Paul Schrader torna all’immagine che attraversa da decenni il suo cinema. Questa volta l’uomo è John Jorrisen (Jack Huston), professore universitario di filosofia impegnato a scrivere un libro su Baruch Spinoza. E la domanda che lo tormenta è apparentemente elementare: un essere umano può davvero cambiare?

È terreno puramente schraderiano. Da Taxi Driver a First Reformed, passando per Il collezionista di carte e Il maestro giardiniere, il regista ha continuato a osservare uomini isolati, compromessi da ciò che hanno fatto e ossessionati dalla possibilità di espiare. Il problema di The Basics of Philosophy non è quindi che Schrader torni ancora una volta sulle proprie ossessioni. È che questa volta sembra avere molto meno da aggiungere.

John insegna filosofia in un college del Midwest e conduce un’esistenza apparentemente ordinata. I suoi studenti lo interessano poco, mentre la relazione con la collega Rebecca (Sofia Boutella) sembra incapace di trasformarsi in autentica intimità. La morte del padre Melvyn (Bill Pullman) rompe però questo equilibrio quando al funerale compare Miguel (Daniel Zovatto), una figura proveniente dal passato.

Molti anni prima, quando dava lezioni di pianoforte, John aveva abusato sessualmente di Miguel, allora quattordicenne. Il ricco padre aveva poi utilizzato denaro e influenza per mettere a tacere quanto accaduto. Il ritorno della vittima costringe quindi John a confrontarsi con una colpa che non può più essere mantenuta nella dimensione astratta nella quale ha costruito la propria esistenza.

Ed è qui che Spinoza dovrebbe diventare qualcosa di più di un argomento accademico. John cerca nella ragione una risposta al caos delle passioni e soprattutto alla domanda che attraversa tutto il film: esiste una trasformazione capace di separare ciò che siamo da ciò che abbiamo fatto?

Schrader non cerca una facile assoluzione per il protagonista. L’abuso è realmente avvenuto e il film non mette in discussione la parola della vittima. Proprio per questo il dilemma potrebbe essere potentissimo: non se John sia colpevole, ma se una persona responsabile di un atto imperdonabile possa cambiare e, soprattutto, chi abbia il diritto di concederle il perdono.

È però nel modo in cui affronta questo territorio che il film diventa più fragile. Il rapporto tra repressione omosessuale, desiderio e abuso viene costruito attraverso associazioni pericolosamente confuse, mentre Miguel rimane troppo spesso ai margini di una storia che dovrebbe necessariamente riguardare anche lui. Il personaggio riappare come materializzazione della colpa di John, ma raramente acquista un’autonomia equivalente.

Lo stesso accade con diverse deviazioni narrative, compreso l’incontro con Claude (Shiloh Fernandez), personaggio legato al passato del professore che introduce ulteriori provocazioni senza trovare un vero sviluppo. Schrader accumula questioni morali più velocemente di quanto riesca a esplorarle.

La filosofia potrebbe essere il dispositivo capace di trasformare questa storia in qualcosa di più ambiguo. Le lezioni di John, il libro che sta scrivendo e le domande sulla lavagna – perché vivere? È possibile cambiare? – traducono il dramma personale in un problema universale.

Ma The Basics of Philosophy soffre curiosamente di un eccesso di spiegazioni. Le idee vengono pronunciate, scritte, commentate e infine perfino incarnate quando Karl Glusman compare nei panni di Spinoza per discutere direttamente con John. È una scelta volutamente straniante, ma rende letterale proprio ciò che avrebbe avuto bisogno di maggiore ambiguità.

Il vecchio dispositivo schraderiano della voce fuori campo ritorna a sua volta sotto una forma leggermente diversa: non più il diario di Travis Bickle o del reverendo Toller, ma il libro al quale John sta lavorando. Il meccanismo è riconoscibile, forse troppo. Quella familiarità che inizialmente produce il piacere di ritrovare un autore finisce gradualmente per trasformarsi nella sensazione di assistere a variazioni sempre più deboli della stessa struttura.

Jack Huston interpreta John attraverso una sottrazione quasi totale, coerente con un uomo che ha trasformato la repressione in stile di vita. Il risultato, però, oscilla tra controllo e inerzia. Anche la relazione con Sofia Boutella rimane volutamente gelida, mentre Daniel Zovatto avrebbe forse meritato maggiore spazio per dare consistenza al punto di vista più importante che il film lascia fuori campo.

Qualche scossa arriva dalla forma: la fotografia di Sean Price Williams, i flashback in bianco e nero, l’inquieta colonna sonora di Eli Keszler e alcune improvvise alterazioni cromatiche rompono l’austerità dominante. Ci sono persino Richard Gere e Bill Pullman in ruoli brevi capaci di lasciare una traccia superiore al minutaggio concesso.

Ma sono frammenti di vitalità dentro un film sorprendentemente statico. E questo pesa soprattutto perché Schrader ha costruito un’intera carriera dimostrando che un uomo seduto da solo in una stanza può essere cinematograficamente esplosivo.

The Basics of Philosophy contiene una questione morale autenticamente disturbante: se una persona non può modificare ciò che ha fatto, può almeno diventare qualcuno di diverso? Schrader non deve necessariamente fornire una risposta, e sarebbe anzi un errore pretendere che lo facesse. Dovrebbe però rendere il dilemma abbastanza complesso da lasciarlo bruciare nello spettatore.

È proprio ciò che accade troppo raramente. Il film parla di colpa, cambiamento e perdono, ma finisce spesso per trasformare la filosofia in didascalia invece che in conflitto. Rimane così un’opera provocatoria più nelle intenzioni che negli effetti, riconoscibilissima come cinema di Paul Schrader ma anche prigioniera dei suoi automatismi. L’uomo è ancora nella stanza, i demoni sono ancora con lui. Questa volta, però, il loro silenzio fa meno paura.

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