Voto: 6.5/10 Titolo originale: Ink , uscita: 11-12-2026. Regista: Danny Boyle.
Ink, recensione: Danny Boyle trasforma la nascita del Sun in un frenetico thriller sul giornalismo
06/09/2026 recensione film Ink di William Maga
Jack O’Connell e Guy Pearce guidano un film travolgente sull’ascesa del tabloid di Rupert Murdoch: ritmo, sesso e scandali funzionano, ma Boyle sottolinea troppo il legame con il nostro presente

Prima dei social, degli algoritmi e dei titoli costruiti per conquistare un clic, c’era già qualcuno che aveva capito una regola fondamentale: dare al pubblico ciò che vuole, anche a costo di abbassare ogni volta un po’ di più l’asticella. È da questa intuizione che parte Ink, il nuovo film di Danny Boyle presentato in concorso a Venezia 83, adattamento dell’omonima pièce teatrale di James Graham. Un racconto sulla nascita del nuovo The Sun che guarda al 1969 per parlare, senza particolare discrezione, del nostro presente.
Londra, Fleet Street. Rupert Murdoch (Guy Pearce) ha appena acquistato un quotidiano in difficoltà e affida a Larry Lamb (Jack O’Connell) una missione apparentemente folle: trasformarlo in un giornale popolare capace di battere il Daily Mirror. Lamb comprende rapidamente che la battaglia non si vincerà offrendo più informazione, ma rendendola più semplice, scandalosa, sexy e irresistibile. Nasce così una macchina editoriale destinata non soltanto a vendere milioni di copie, ma a modificare profondamente il rapporto tra pubblico e notizia.
Boyle affronta questo materiale come se stesse girando un thriller. Macchina da presa inclinata, zoom improvvisi, montaggio convulso, immagini che assumono la grana della carta stampata, musica anacronistica e un sound design martellante trasformano riunioni di redazione e discussioni sulle tirature in sequenze d’azione. La provenienza teatrale del testo quasi scompare sotto questa aggressione audiovisiva.
È contemporaneamente il pregio maggiore e il limite più evidente di Ink. Boyle ritrova l’energia anarchica del cinema che lo ha reso riconoscibile, ma sembra talvolta incapace di lasciare respirare una scena. Tutto deve muoversi, accelerare, urlare. La forma finisce così per imitare esattamente il fenomeno che il film osserva: anche Ink, proprio come il giornale di Lamb, teme che lo spettatore possa distogliere l’attenzione.
La contraddizione è affascinante. Boyle critica la spettacolarizzazione dell’informazione realizzando un film che spettacolarizza magnificamente quella stessa trasformazione.
Al centro di questo vortice c’è un eccellente Jack O’Connell. Il suo Larry Lamb non è semplicemente un cinico disposto a tutto. È un uomo di origini operaie che vede nel successo del Sun anche una rivincita contro l’establishment di Fleet Street che lo ha tenuto ai margini. Più aumentano le vendite, più diventa difficile separare l’ambizione professionale dall’ossessione.
Guy Pearce sceglie invece una strada più controllata per Rupert Murdoch. Il film evita di trasformarlo nel mostro annunciato e costruisce un rapporto curiosamente ambiguo tra editore e direttore: a un certo punto è proprio Murdoch a mostrarsi più esitante davanti alle derive del giornale. È una scelta interessante, anche se lascia inevitabilmente aperta la domanda su quanto Ink finisca per alleggerire le responsabilità del magnate.
Claire Foy offre invece il necessario controcampo attraverso Jules, giornalista composita e immaginaria che accetta la rivoluzione perché le concede uno spazio professionale impensabile altrove, prima di comprenderne progressivamente il prezzo. Il personaggio avrebbe meritato ancora più spazio, ma Foy riesce a trasformarne le contraddizioni in uno dei termometri morali più efficaci del film.
Il tono cambia con il rapimento di Muriel McKay, moglie del dirigente Alick McKay, sequestrata nel 1969 da uomini che l’avevano scambiata per Anna Murdoch. È qui che la logica di Lamb viene sottoposta alla prova più brutale: persino una tragedia che coinvolge direttamente l’universo del giornale può diventare materiale da prima pagina.
La vicenda dovrebbe rappresentare il punto di non ritorno, ma è anche la parte in cui Ink mostra maggiormente le proprie incertezze. Il film vuole osservare il cinismo senza replicarlo, ma non sempre trova la distanza necessaria. La tragedia rischia così di diventare un’altra accelerazione narrativa all’interno dello stesso spettacolo che dovrebbe mettere sotto accusa.
Il sottotesto è evidente molto prima del finale. Lamb comprende che l’informazione compete per l’attenzione, e che sesso, paura, indignazione e curiosità possono essere confezionati per vincere quella competizione. Non servono smartphone perché il meccanismo ricordi quello dei feed contemporanei.
Proprio per questo il collegamento conclusivo con Fox News, social media e politica contemporanea appare quasi superfluo. Boyle rende esplicita una traiettoria che il film aveva già raccontato perfettamente attraverso immagini, personaggi e scelte editoriali. È il paradosso definitivo di Ink: un’opera sull’ossessione di catturare l’attenzione che, a sua volta, non riesce mai a fidarsi abbastanza dell’attenzione dello spettatore.
Rimane però un film difficile da ignorare. Visivamente febbrile, divertente e volutamente sgradevole, sostenuto soprattutto da un Jack O’Connell formidabile, Ink trasforma la storia di un quotidiano in quella di un cambiamento culturale. Boyle non scopre nulla di nuovo sul sensazionalismo e talvolta evidenzia con il pennarello ciò che aveva già mostrato benissimo, ma quando mette in moto la macchina del Sun è quasi impossibile distogliere lo sguardo. Ed è precisamente questo il problema di cui il film vuole parlare.
© Riproduzione riservata




