Voto: 5.5/10 Titolo originale: Primetime , uscita: 23-09-2026. Regista: Lance Oppenheim.
Primetime, recensione: Robert Pattinson dà la caccia ai predatori, ma il vero mostro è lo spettacolo
06/09/2026 recensione film Primetime di William Maga
Lance Oppenheim ricostruisce il fenomeno americano To Catch a Predator e affida a Robert Pattinson il controverso Chris Hansen. Visivamente folgorante e interpretato con energia, il film solleva domande potenti sulla gogna mediatica senza riuscire sempre ad andare fino in fondo

Prima dei social network, delle dirette su TikTok e dei processi celebrati online, la televisione aveva già scoperto che l’indignazione poteva diventare intrattenimento. Tra il 2004 e il 2007, il programma della NBC To Catch a Predator attirava uomini convinti di incontrare minorenni dentro abitazioni disseminate di telecamere nascoste. Ad aspettarli trovavano invece Chris Hansen, le telecamere e, subito dopo, la polizia.
Il meccanismo era semplice, ripetitivo e irresistibile per milioni di americani. Ma che cosa stava guardando davvero quel pubblico? Un’inchiesta giornalistica, un’operazione di prevenzione oppure una pubblica esecuzione costruita per fare ascolti? È dentro questa zona moralmente ambigua che Lance Oppenheim ambienta Primetime, il suo primo lungometraggio di finzione dopo una carriera nel documentario. E per interpretare Hansen sceglie Robert Pattinson, trasformandolo nel capitano di una macchina televisiva che finisce progressivamente per divorare anche chi la controlla.
Siamo nel 2006, quando To Catch a Predator diventa abbastanza popolare da conquistare la prima serata. Per Hansen è la consacrazione: il suo nome e quello del programma iniziano quasi a coincidere. Ma il primetime comporta una regola elementare della televisione: per conservare l’attenzione bisogna continuare ad alzare la posta.
Il team cerca così una preda più importante, una sorta di balena bianca capace di trasformare una puntata in un evento nazionale. Pattinson interpreta Hansen come un Achab televisivo: voce studiata, mascella rigida, sicurezza incrollabile e la convinzione di stare facendo qualcosa di moralmente giusto. Il punto interessante è che queste motivazioni non devono necessariamente escludersi. Hansen può credere davvero nella propria missione e, contemporaneamente, desiderare disperatamente il successo.
È proprio questa ambivalenza a rendere Pattinson magnetico. Il suo Hansen non è semplicemente un cinico disposto a tutto per lo share. È un uomo che ha bisogno di pensarsi come il protagonista positivo dello spettacolo che ha creato, anche quando i confini tra giornalismo, giustizia e intrattenimento cominciano a dissolversi.
L’idea più feroce di Primetime è anche la più semplice: persino la caccia a persone accusate di voler abusare di minorenni deve rispettare le leggi dello spettacolo. C’è un concorrente da battere – addirittura Lost – e quindi servono puntate più forti, personaggi più importanti e immagini sempre più difficili da dimenticare.
Oppenheim mostra bene questa trasformazione. Il predatore non è più soltanto qualcuno da fermare: diventa contenuto. Le conversazioni online vengono lette davanti alle telecamere, l’umiliazione entra nella costruzione dello show e l’arresto diventa parte della messinscena. Il problema non consiste nel chiedersi se quelle persone meritino comprensione, ma in qualcosa di più scomodo: cosa succede quando la punizione deve anche intrattenere?
In questo senso Primetime potrebbe parlare direttamente al presente. Non perché la televisione del 2006 funzioni esattamente come TikTok o X, ma perché la trasformazione dell’indignazione in spettacolo è diventata ancora più pervasiva. Il film, tuttavia, intuisce questa continuità più di quanto riesca realmente a svilupparla.
Dove Oppenheim mostra maggiore sicurezza è nell’immagine. Con il direttore della fotografia David Bolen ricostruisce l’universo mediale dei primi Duemila attraverso formati differenti, telecamere dell’epoca, split screen, grana analogica e colori alterati. Il montaggio di Daniel Garber frammenta continuamente lo sguardo: monitor, telecamere nascoste e punti di vista simultanei trasformano la casa di To Catch a Predator in una specie di panopticon televisivo.
È una scelta perfettamente coerente con il tema. Tutti osservano qualcuno: la troupe guarda il sospettato, Hansen guarda la troupe, il pubblico guarda Hansen e Oppenheim costringe noi a guardare tutti loro. Il confine tra osservatore e partecipante diventa progressivamente meno rassicurante.
Anche il sonoro contribuisce alla sensazione di sovraccarico: rumori elettronici, interferenze e tecnologia ormai obsoleta trasformano il 2006 in un passato abbastanza vicino da essere riconoscibile e abbastanza lontano da apparire già archeologico.
Se Pattinson occupa inevitabilmente il centro, sono i personaggi intorno a lui a suggerire alcune delle conseguenze più interessanti. Merritt Wever è notevole nei panni della produttrice Andie Bender, lucida e ambiziosa anche quando comprende che il programma sta attraversando confini sempre più incerti.
Funziona anche Skyler Gisondo come Dan, aspirante attore assunto per interpretare adolescenti nelle operazioni sotto copertura. Quello che inizialmente appare come un lavoro bizzarro diventa progressivamente qualcosa di molto più difficile da metabolizzare. È attraverso di lui che il film potrebbe approfondire il costo psicologico sostenuto da chi partecipa alla macchina, ma anche questa pista rimane parzialmente inesplorata.
Il limite emerge proprio quando la storia raggiunge il suo episodio più drammatico e il confine tra produzione televisiva e operazione di polizia diventa quasi indistinguibile. Oppenheim dispone di materiale straordinariamente complesso: il desiderio di giustizia, l’ambizione personale, la responsabilità giornalistica, il voyeurismo dello spettatore e una televisione che ha bisogno di trasformare persino il male in format.
Eppure Primetime tende talvolta a sostituire l’approfondimento con l’intensità. Più la situazione diventa moralmente complicata, più il film alza il volume, affidandosi alla forma febbrile e alla discesa ossessiva del suo protagonista. Alcune deviazioni sulla vita privata di Hansen e sulle origini della sua ossessione sembrano inoltre costruite per dare al personaggio una profondità psicologica che la vicenda reale possiede già senza bisogno di ulteriori sottolineature.
Resta un esordio formalmente notevole, sorretto da un Pattinson completamente immerso nel ruolo e da una Merritt Wever persino più incisiva. Ma rimane anche la sensazione di un paradosso: un film che vuole smontare una televisione capace di trasformare qualsiasi cosa in spettacolo e che, a sua volta, non sempre resiste alla tentazione di spettacolarizzare ciò che sta criticando. Ed è forse proprio lì, più che nella caccia ai predatori, che Primetime diventa davvero interessante.
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