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Viaggiano nel tempo e suonano il jazz: la folle serie tv per i fan di Ritorno al Futuro

06/09/2026 news di Andrea Palazzolo

La serie britannica sui viaggi nel tempo che nessuno ha visto. Una gemma comedy con jazz, razzismo e humor intelligente che meritava di più.

Una scena di Ritorno al Futuro

Nel vasto universo delle serie televisive sui viaggi nel tempo, esiste una piccola gemma britannica che è passata praticamente inosservata, nonostante avesse tutti gli ingredienti per diventare un cult. Si chiama Timewasters, e se dovessimo descriverla con un paragone cinematografico, sarebbe come se Ritorno al Futuro avesse incontrato Schitt’s Creek in un pub di South London, con un quartetto jazz come protagonista.

Creata, scritta e interpretata da Daniel Lawrence Taylor, Timewasters ha debuttato su ITV2 nel 2017 per concludersi dopo appena due stagioni nel 2019. Dodici episodi in totale, sei per stagione, che raccontano le avventure temporali di un quartetto jazz senza successo composto da Nick, il leader della band interpretato dallo stesso Taylor, Jason al sassofono (Kadiff Kirwan), Lauren alla batteria (Adelayo Adedayo) e Horace al trombone e voce (Samson Kayo). Quattro musicisti di South London che, all’inizio della serie, entrano quasi per caso in una macchina del tempo e si ritrovano catapultati nel 1926.

L’idea originale di Taylor era ancora più audace. Voleva chiamare la serie “Black to the Future”, un titolo che giocava esplicitamente con il riferimento al celebre film di Robert Zemeckis. Ma Universal Studios non l’ha presa bene e ha minacciato azioni legali, costringendo il creatore a ripiegare su Timewasters. Il riferimento a Ritorno al Futuro però permea comunque tutta la serie, tanto che nella seconda stagione alcuni personaggi dichiarano ironicamente di non aver mai visto il film. E proprio come Marty McFly introduce Chuck Berry al rock’n’roll nel finale della pellicola del 1985, il quartetto di Timewasters porta il jazz moderno nelle epoche passate, con tutte le complicazioni e i paradossi temporali del caso.

Ma cosa rende Timewasters diversa dalle altre serie sui viaggi nel tempo. Il panorama è affollato: c’è Dark, con le sue implicazioni horrifiche e il suo intreccio labirintico. C’è 12 Monkeys, dove le regole temporali sono delineate con precisione quasi scientifica. C’è Outlander, che usa il viaggio nel tempo più come pretesto romantico che come elemento centrale. Timewasters invece sceglie la via della commedia satirica di fantascienza, usando il concetto fantascientifico per esplorare temi sociali profondi attraverso la lente dell’umorismo britannico.

Dopo l’atterraggio nel 1926, il quartetto si trova a vivere la cultura jazz dell’epoca, per poi saltare negli anni Cinquanta nella seconda stagione. Ogni salto temporale diventa un’occasione per confrontarsi con le percezioni razziali e la discriminazione che pervadono ogni era. Non è una serie che gira attorno ai problemi: il razzismo sistemico viene affrontato frontalmente, senza flinch di fronte alle parti più brutte. Eppure, la serie riesce sempre a tornare a quell’umorismo strambo e bizzarro che mantiene tutto ancorato a una dimensione terrena e accessibile.

È proprio questo equilibrio a rendere Timewasters speciale. Ha il ritmo serrato di una sitcom dove praticamente ogni battuta è studiata per strappare una risata, ma dietro c’è un’intelligenza narrativa che sa maneggiare concetti di nicchia legati al mondo del jazz e allo stesso tempo sviluppare un commento sociale articolato. È goffa, è sciocca, è commovente. Ha quel senso dell’umorismo britannico che ricorda davvero Schitt’s Creek per tono e calore umano, ma con l’aggiunta di una componente fantascientifica e un cast prevalentemente nero che affronta questioni identitarie con leggerezza e profondità insieme.

Per chi ama le commedie britanniche, per chi apprezza le serie che osano mescolare generi diversi, per chi cerca storie che sappiano far ridere senza rinunciare a dire qualcosa di significativo sul mondo, Timewasters rappresenta una scoperta che vale la pena fare. Due stagioni, dodici episodi, un viaggio attraverso il tempo e la musica che meritava di durare molto, molto di più.

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