Voto: 5.5/10 Titolo originale: The Devil Wears Prada 2 , uscita: 29-04-2026. Budget: $100,000,000. Regista: David Frankel.
Il Diavolo veste Prada 2, visto con gli occhi di una editor di moda
30/04/2026 recensione film Il diavolo veste Prada 2 di Gioia Majuna
Vent’anni dopo, Anne Hathaway e Meryl Streep tornano a raccontare il mondo della moda tra sogni, realtà e nuove dinamiche dell’editoria contemporanea

2006, esce Il Diavolo veste Prada di David Frankel, con protagonista una giovanissima e ancora poco conosciuta Anne Hathaway accanto a un mostro sacro del cinema: Meryl Streep. È un successo mondiale che fa sognare un posto nel mondo della moda.
Il libro da cui è tratto, firmato da Lauren Weisberger, era già un best seller: la storia di una giovane assistente di Anna Wintour, pardon di Miranda Priestley. Poco ci è voluto, infatti, per collegare il “diavolo” raccontato nel romanzo all’ambiente di Vogue – e non solo – e per mettere nero su bianco dinamiche tossiche ben note nel settore.
Il finale del film e quello del libro sono, ovviamente, diversi: il primo più buonista, in perfetto stile Hollywood, il secondo decisamente più tagliente.
22 aprile 2026, Milano. Vent’anni dopo, la stampa specializzata si ritrova in sala per l’anteprima, circondata da volti sconosciuti. Chi sono? Us, potremmo dire. Gli editor delle principali riviste di moda italiane.
Un film che parla di loro – anzi, di noi – non poteva certo escluderli. Io sono una degli Us della famigerata frase “Everybody wants to be us”. Ma ne siamo ancora sicuri?
Il Diavolo veste Prada 2, già nella prima mezz’ora, mette davanti a una realtà difficile da ignorare: giornali che chiudono, magazine di moda sempre più dipendenti dagli inserzionisti, editor che sbattono la testa per generare traffico.
Un clic sancisce il successo – o meno – di un pezzo. E ad Andy, convinta di essere paladina del “ben fatto e scritto” con il suo articolo di difesa/autodenuncia per salvare Runway, viene subito mostrata la realtà più brutale con la domanda più temuta:
“Quante visualizzazioni ha fatto?”
Il diavolo, a tratti, resta Miranda. Ma lo diventano anche il web, gli inserzionisti e, più in generale, tutta l’editoria di moda contemporanea.
Emblematica la riunione con Dior: “Voglio sei pagine!” dice Emily. “Quattro”, ribatte Nigel. “Cinque, e basta discussioni, se no ritiro l’ADV!”. E Miranda, accennando un sorriso, si adegua pur di non perdere il cliente.
Un tira e molla che molti nel settore conoscono bene. “Una riunione già vista”, è il pensiero che attraversa la sala durante l’anteprima. Senza il denaro della pubblicità, chi pagherebbe gli stipendi? I conti si fanno in fretta: mantenere strutture con centinaia di dipendenti richiede compromessi.
E quel denaro dipende dai clic, da PR efficaci e da un commerciale davvero smart. È questo equilibrio a determinare il successo – o meno – di un magazine.
E la cultura? Il ben scritto? “Avanguardia pura!”
Il Diavolo veste Prada 2 tocca poi un altro tasto dolente: il politically correct. La Miranda del 2006 definiva “grassa” Andy, colpevole di essere una 42. Oggi non sarebbe più possibile. Nel film, accanto alla direttrice, compare un’assistente pronta a intervenire ogni volta che qualcosa rischia di risultare sconveniente.
Eppure il sistema moda continua a muoversi su un doppio binario: da un lato un controllo sempre più attento su ciò che viene scritto, dall’altro passerelle popolate da corpi spesso lontani dalla realtà, tra taglie 38 e 36. Un dualismo che resta uno dei grandi paradossi del fashion system.
Non manca un accenno all’intelligenza artificiale, trattato però in modo leggero. Più che un tema centrale, sembra un indizio, quasi qualcosa tenuto in serbo per un eventuale capitolo successivo – magari un Il Diavolo veste Prada 3.
Tralasciando le numerose operazioni di marketing legate al film – da Coca-Cola a L’Oréal – colpiscono anche i look: meno vivaci rispetto al primo capitolo, spesso palesemente “costruiti”, se non dichiaratamente venduti. Un dettaglio che fa riflettere: forse la crisi non riguarda solo l’editoria.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: chi uscirà dal cinema vorrà ancora essere Us?
I dubbi ci sono. Il sistema è sotto pressione: salari contenuti, brand in difficoltà, visibilità sempre più effimera, tra influencer e scenari globali instabili che, a tratti, rendono questo mondo quasi out come aspirazione.
Eppure il sogno resta. Si continua a inseguirlo, anche con la consapevolezza che tutto è cambiato.
Ovviamente, nel film non può essere solo critica, e una certa dose di buonismo resta. SPOILER Runway si salva, i rapporti si distendono, e tutto trova una sua forma di equilibrio. Almeno sul grande schermo.
Di seguito trovate il trailer italiano di Il Diavolo veste Prada 2, nei cinema dal 29 aprile:
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