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Il miglior thriller poliziesco degli ultimi anni è su Netflix (e l’ha diretto Martin Scorsese)

28/04/2026 news di Andrea Palazzolo

The Irishman di Scorsese vanta il cast Netflix più stellare di sempre: De Niro, Pacino e Joe Pesci uscito dalla pensione.

Anna Paquin in The Irishman

Quando Netflix ha deciso di investire quasi 250 milioni di dollari in un singolo film, stava semplicemente producendo un’opera cinematografica indimenticabile da uno dei registi leggendari di Hollywood. The Irishman, l’epopea gangster di Martin Scorsese uscita nel 2019, rappresenta ancora oggi il punto più alto raggiunto dalla piattaforma in termini di casting, un traguardo che nemmeno produzioni successive ricche di stelle sono riuscite a eguagliare.

La trama segue Frank Sheeran, interpretato da Robert De Niro, un mediocre gangster di provincia che da semplice autista di camion si trasforma in killer su commissione per la mafia di Filadelfia. La sua storia si intreccia fatalmente con quella di Jimmy Hoffa, il leggendario leader dei Teamster portato sullo schermo da un Al Pacino in stato di grazia. Un racconto di tradimenti e vendette che si dipana attraverso quattro decenni del Novecento americano, raccontato con il ritmo ipnotico e la precisione chirurgica che solo Scorsese sa imprimere alle sue narrazioni.

Ma è il cast assemblato per questo progetto che continua a lasciare a bocca aperta anche gli spettatori più smaliziati. Riunire De Niro e Pacino, i protagonisti dell’iconica trilogia de Il Padrino, sotto la direzione di Scorsese era già di per sé un evento cinematografico. Eppure, la vera notizia che fece tremare Hollywood fu un’altra: Joe Pesci, ritiratosi dalle scene da anni, aveva accettato di tornare davanti alla macchina da presa per interpretare il gangster Russell Bufalino.

Il ritorno di Pesci non fu una decisione presa alla leggera. L’attore aveva rifiutato decine di proposte nel corso degli anni, preferendo godersi una tranquilla pensione lontano dai riflettori. Fu solo l’insistenza personale di Scorsese, con cui aveva collaborato in capolavori come Quei bravi ragazzi e Casinò, a convincerlo. Il regista dovette contattarlo ripetutamente, facendo appello non solo alla loro amicizia ma anche all’importanza storica del progetto. E Pesci, alla fine, cedette, regalando al pubblico una performance misurata e inquietante, lontana anni luce dai personaggi esplosivi che lo avevano reso famoso.

Ma c’è una performance che merita un discorso a parte, quella è di Anna Paquin nel ruolo di Peggy, la figlia di Frank Sheeran. Con uno screen time limitato e pochissime battute, l’attrice riesce nell’impresa di rubare letteralmente la scena ai giganti che la circondano. Il suo sguardo silenzioso, carico di disapprovazione e dolore contenuto, comunica più di interi monologhi. Rappresenta la coscienza morale del film, il giudizio muto su un padre che ha scelto la violenza come stile di vita. È una masterclass di recitazione minimalista che molti critici hanno definito tra le migliori dell’intera carriera dell’attrice.

Eppure, nonostante tutti questi elementi straordinari, The Irishman non è privo di difetti. Il suo tallone d’Achille risiede paradossalmente in una delle sue caratteristiche più discusse: la durata. Con 209 minuti di visione, il film mette a dura prova anche gli spettatori più appassionati. Molti hanno fatto notare come la profondità della caratterizzazione e l’ampiezza della narrazione avrebbero beneficiato di un formato diverso.

Poster di The Irishman
Poster di The Irishman, fonte: Netflix

In un’epoca in cui Netflix stessa ha sdoganato le miniserie come formato premium per racconti complessi, la scelta di condensare tutto in un’unica, estenuante seduta cinematografica appare discutibile. Una struttura episodica avrebbe permesso di respirare tra un capitolo e l’altro, di metabolizzare la complessità dei personaggi, di apprezzare ancora meglio le sfumature delle performance. Avrebbe anche risolto i problemi di ritmo che affliggono alcune sezioni centrali del film, dove l’accumulo di dettagli rischia di appesantire la narrazione.

La scommessa, almeno in termini di riconoscimento critico, fu vinta. The Irishman ottenne dieci nomination agli Oscar, confermando Netflix come produttore di contenuti cinematografici di prestigio. Non vinse la statuetta più importante, ma aveva già raggiunto il suo obiettivo principale: dimostrare che lo streaming poteva giocare alla pari con gli studios tradizionali.

Al Pacino, Robert De Niro e Joe Pesci in The Irishman
Al Pacino, Robert De Niro e Joe Pesci in The Irishman, fonte: Netflix

Oggi, a distanza di anni dalla sua uscita, The Irishman continua a rappresentare un punto di riferimento nel catalogo Netflix. Non tanto per i record di visualizzazioni, quanto per ciò che simboleggia: l’ambizione di creare cinema autentico, di investire in progetti d’autore con maestri riconosciuti, di assemblare cast che rimarranno nella storia.

Perché non si tratta solo di mettere insieme nomi famosi su una locandina. Si tratta di creare un ecosistema in cui ogni attore, dal protagonista alla comprimaria, possa esprimere il meglio di sé. E questo richiede non solo denaro, ma anche la sensibilità artistica e l’autorevolezza di un maestro come Scorsese. Netflix ha dimostrato di saper investire entrambi quando davvero ci crede. The Irishman resta la prova che, quando tutti gli elementi si allineano, lo streaming può produrre cinema capace di competere con i più grandi classici del grande schermo.

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