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Le origini del cannibale su Prime Video: prima della serie tv Netflix, c’era questo film tratto dalla storia vera

03/07/2026 news di Andrea Palazzolo

Jeffrey Dahmer è diventato famoso negli ultimi anni grazie all'interpretazione di Evan Peters nella serie Netflix, ma su Prime Video trovi il primo film sulla vicenda.

Evan Peters nel poster di Monster La storia di Jeffrey Dahmer

Il true crime è diventato un fenomeno culturale inarrestabile. Serie, documentari, podcast: le storie di serial killer conquistano milioni di spettatori, con figure come lo Zodiac e Ted Bundy che dominano gli algoritmi delle piattaforme streaming. Ma c’è un problema fondamentale in questo genere di narrazioni, un difetto strutturale che rischia di trasformare l’orrore in intrattenimento vuoto: troppo spesso, il killer viene romanticizzato, mentre le vittime diventano semplici comparse, caselle da spuntare nel racconto della sua vita.

La serie Monster: La Storia di Jeffrey Dahmer di Ryan Murphy, uscita su Netflix nel 2022, rappresenta forse l’esempio più evidente di questa deriva. Dieci episodi, dieci ore di visione, per raccontare la vita di Jeffrey Dahmer, il “cannibale di Milwaukee”. Una produzione ambiziosa, con Evan Peters nei panni del protagonista, che ha generato numeri da capogiro sulla piattaforma. Ma serve davvero tutto questo tempo per raccontare una storia simile? E soprattutto, a quale prezzo narrativo ed etico?

Esiste un’alternativa su Prime Video che merita di essere riscoperta, un film del 2002 intitolato Dahmer – Il cannibale di Milwaukee, con Jeremy Renner nel ruolo principale. Centotwo minuti contro dieci ore. Una scelta stilistica radicalmente diversa, che dimostra come a volte meno sia davvero più.

Dahmer Il cannibale di Milwaukee
Dahmer Il cannibale di Milwaukee, fonte: PFA Films

La differenza fondamentale tra i due progetti si manifesta immediatamente nella struttura narrativa. Monster si estende attraverso dieci episodi che spaziano dall’adolescenza di Dahmer fino alla sua morte in prigione nel 1994. I primi cinque episodi alternano flashback della sua infanzia disturbata con scene della sua età adulta predatoria e sanguinaria, mentre gli ultimi cinque si concentrano sulle conseguenze del suo arresto. Il risultato è una narrazione che si perde, si ripete, si diluisce in dettagli superflui.

Il film del 2002, invece, opera una scelta radicalmente diversa. Centodue minuti di durata, asciutti, concentrati. Niente fronzoli, niente divagazioni inutili. La morbosa curiosità verso l’infanzia di Dahmer viene condensata in un’unica sequenza significativa: il padre Lionel, interpretato da Bruce Davison, scopre barattoli nascosti pieni di sostanze chimiche e ossa di animali nel capanno. Una conversazione tesa sull’isolamento del figlio. Basta questo. Non servono ore di flashback per comunicare l’essenza di quella giovinezza distorta.

Il film si concentra su una singola notte, l’ultima di Dahmer come uomo libero. I flashback al passato vengono inseriti strategicamente, fornendo contesto senza appesantire la narrazione. Anche la questione dell’incompetenza delle forze dell’ordine viene affrontata in modo chirurgico: una sola scena, due agenti di polizia che ignorano le preoccupazioni di due donne nere e credono alla versione di Dahmer riguardo a un ragazzo fuggito dal suo appartamento. Una scena che dice tutto quello che c’è da dire su quell’aspetto vergognoso della storia, senza bisogno di martellare lo spettatore per ore.

Jeremy Renner nel film Dahmer Il cannibale di Milwaukee
Jeremy Renner nel film Dahmer Il cannibale di Milwaukee, fonte: PFA Films

Ma la differenza più significativa riguarda la rappresentazione delle vittime. Monster ha ricevuto critiche durissime proprio su questo punto. Ogni omicidio viene ricreato sullo schermo in modo viscerale, trasformando la morte di persone reali in uno spettacolo voyeuristico. Le famiglie delle vittime non sono state consultate, nonostante Ryan Murphy abbia sostenuto il contrario. Rita Isbell, sorella di Errol Lindsey, una delle vittime, ha dichiarato che vedere la ricreazione della sua testimonianza d’impatto in tribunale è stato come rivivere tutto di nuovo, aggiungendo che Netflix non li ha mai contattati, non ha mai chiesto il loro parere.

Dahmer – Il cannibale di Milwaukee, il film del 2002, aggira completamente questo problema etico scegliendo di non mostrare le vittime reali. Non c’è ricreazione, non c’è spettacolarizzazione. Il film funziona come un profilo psicologico, un’immersione nei conflitti interiori di Dahmer, incapace di razionalizzare i suoi impulsi ma incapace anche di resistervi. Le uniche tre potenziali vittime che incontriamo – Khamtay, Lance Bell e Rodney – non sono persone reali ma compositi generici, archetipi che servono a far comprendere allo spettatore i meccanismi mentali del killer in momenti diversi della sua parabola.

Evitando la violenza gratuita, il film costruisce l’orrore attraverso l’aspettativa, il senso di angoscia che precede l’atto. La tensione si accumula, la camera indugia sui volti, sulle mani, sui gesti apparentemente innocui che preludono all’orrore. Poi, prima che accada, il film stacca. Non c’è bisogno di mostrare. L’immaginazione dello spettatore completa il quadro in modo più potente di qualsiasi ricostruzione esplicita.

Il film del 2002 dimostra che è possibile raccontare questa storia in modo potente, disturbante ed etico insieme. Non servono dieci ore per far comprendere la mostruosità di Jeffrey Dahmer. Servono scelte narrative precise, rispetto per le persone reali coinvolte e la consapevolezza che alcuni orrori non hanno bisogno di essere mostrati per essere sentiti. A volte, il silenzio e il suggerimento sono più potenti di qualsiasi ricostruzione esplicita.

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