L’eredità di un cinema horror tutto italiano: tre film di un regista (purtroppo) poco conosciuto
29/06/2026 news di Andrea Palazzolo
Nel giorno del suo compleanno, è bene ricordare i film di Federico Zampaglione che lo hanno reso famoso nel mondo.

C’è chi lo conosce per le ballad che hanno accompagnato amori e malinconie di un’intera generazione. Chi invece lo associa a film che fanno sobbalzare sulla poltrona, tra ombre inquietanti e tensione crescente. Federico Zampaglione è questo e molto altro: un artista poliedrico che ha saputo navigare tra mondi apparentemente inconciliabili con la stessa naturalezza con cui si passa da un accordo maggiore a uno minore.
Quello che emerge dal percorso di Federico Zampaglione è il ritratto di un artista completo, refrattario alle etichette, capace di emozionare con una canzone d’amore e di inquietare con un thriller psicologico. In un’epoca che spesso premia la specializzazione estrema, lui ha scelto la strada opposta: abbracciare la complessità, seguire le proprie ossessioni creative ovunque lo portino, costruendo un’opera multiforme che continua a sorprendere e a evolversi. Per questo, oggi, nel giorno del suo 58esimo compleanno, vogliamo rinfrescarvi la memoria su tre suoi film da non dimenticare.
The Well (2023)
C’è un pozzo nelle campagne romane. Sul fondo, qualcosa che non dovrebbe esistere. Qualcosa nutrito dal dolore più estremo, imprigionato da secoli, in attesa. Questa è la premessa di The Well, l’horror diretto da Federico Zampaglione che ha portato il cinema di genere italiano sui palchi dei festival internazionali più prestigiosi. La protagonista è Lisa Gray, interpretata da Lauren LaVera, volto già noto agli amanti del genere per il ruolo in Terrifier 2. Lisa è una giovane restauratrice d’arte, figlia d’arte, che arriva in un piccolo borgo italiano con un incarico apparentemente semplice: riportare all’antico splendore un dipinto medievale. Ma quello che sembra un lavoro di routine si trasforma rapidamente in un incubo quando scopre che il dipinto è legato a una maledizione antica e a una creatura mostruosa imprigionata sul fondo di un pozzo.
Zampaglione, alla sua quinta regia e terzo horror, costruisce un’atmosfera che bilancia suggestioni d’epoca e linguaggio contemporaneo. The Well si distingue nel panorama dell’horror contemporaneo per la capacità di Zampaglione di fondere tradizione gotica e violenza esplicita senza cadere nella semplice provocazione gratuita. Il gore serve la narrazione, non il contrario. La creatura del pozzo, nutrita dal dolore più estremo, diventa metafora di traumi antichi che si perpetuano attraverso i secoli, di ferite che non si rimarginano ma si trasmettono di generazione in generazione.
Tulpa – Perdizioni mortali (2013)
Parlare di Tulpa significa addentrarsi in un territorio scivoloso, quello del cinema di genere italiano che negli anni Settanta ha scritto pagine memorabili e indimenticabili. Federico Zampaglione decide di misurarsi con l’eredità ingombrante di maestri come Dario Argento, Mario Bava e Lucio Fulci. Il risultato è un film che divide, polarizza, provoca reazioni viscerali. Un’opera che oscilla tra l’omaggio cinefilo e la deriva trash, tra l’ambizione artigianale e l’inadeguatezza produttiva.
La trama si sviluppa attorno a Lisa Boeri, interpretata da Claudia Gerini, una donna in carriera impeccabile di giorno e frequentatrice notturna del Tulpa, un club privé dove i soci possono realizzare ogni loro fantasia erotica, anche la più spinta e perversa. Il locale è gestito da un viscido proprietario che si atteggia a guru tibetano, figura laida ed esoterica interpretata da Nuot Arquint, già presente come maniaco nel precedente Shadow di Zampaglione. Lisa è una ricca donna d’affari la cui vita è totalmente incentrata sul lavoro, una manager poco realizzata sul piano personale che cerca nel sesso anonimo e trasgressivo una via di fuga dalla noia esistenziale.
Nel panorama del cinema horror italiano del nuovo millennio, Tulpa si colloca come opera di transizione: non abbastanza innovativa per creare una nuova stagione del genere, ma sufficientemente consapevole della propria eredità per dialogare con i fantasmi del passato. È un film imperfetto, a tratti imbarazzante, ma anche sincero nella sua passione per un cinema che non esiste più.
Shadow (2009)
Quando Federico Zampaglione ha deciso di girare il suo secondo film da regista, probabilmente non immaginava che sarebbe diventato uno degli horror italiani più venduti all’estero degli ultimi decenni. Shadow, uscito nelle sale italiane il 14 maggio 2010, è riuscito nell’impresa di conquistare ben 58 paesi, un risultato straordinario per una produzione nazionale con un budget stimato di un milione di euro.
La trama segue David, interpretato da Jake Muxworthy, un giovane soldato americano reduce dall’Iraq che cerca di dimenticare gli orrori della guerra attraverso un’avventura in mountain bike per l’Europa. Durante il suo percorso nel Centro Europa incontra Angeline, una ragazza francese interpretata da Karina Testa, e insieme decidono di esplorare i boschi circostanti. Quello che doveva essere un momento di rinascita e libertà si trasforma rapidamente in un incubo quando due cacciatori iniziano a inseguirli, spingendoli verso una zona della foresta dove, secondo la leggenda locale, alcuni ribelli furono bruciati vivi anni prima. Ma il vero terrore non sono i fantasmi del passato.
La durata contenuta di 80 minuti è una scelta precisa, che riflette la consapevolezza del regista nel gestire il ritmo. Non c’è un minuto di troppo, ogni scena contribuisce a costruire la tensione crescente che esplode nel confronto finale. Questa economia narrativa è un segno di maturità registica, particolarmente apprezzata in un genere dove il rischio di cadere nella ridondanza è sempre presente.
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