Voto: 6/10 Titolo originale: Good Luck, Have Fun, Don't Die , uscita: 13-02-2026. Budget: $20,000,000. Regista: Gore Verbinski.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die recensione: una corsa contro l’IA ricca di idee, ma senza freni
24/06/2026 recensione film Good Luck, Have Fun, Don't Die di William Maga
Gore Verbinski torna con un film di fantascienza ambizioso: Sam Rockwell guida una folle missione contro l'intelligenza artificiale tra idee brillanti e qualche squilibrio narrativo

Dopo quasi dieci anni di assenza, Gore Verbinski torna dietro la macchina da presa con Good Luck, Have Fun, Don’t Die, un film di fantascienza che mescola viaggi nel tempo, commedia, azione e una riflessione sull’intelligenza artificiale. È un’opera che rifiuta qualsiasi schema prestabilito: ambiziosa, imprevedibile e ricca di intuizioni, ma anche incapace di dare lo stesso peso a tutte le idee che mette in campo. Il risultato è un film imperfetto, eppure sorprendentemente vitale.
La storia si apre con un uomo che irrompe in una tavola calda di Los Angeles sostenendo di arrivare dal futuro. L’umanità è destinata all’estinzione e soltanto un gruppo ben preciso di perfetti sconosciuti può impedirla. Il problema è che nessuno gli crede. Il suo aspetto trasandato e il suo comportamento sopra le righe lo fanno sembrare più un visionario che il salvatore del mondo, ed è proprio questa ambiguità a rendere il primo atto uno dei momenti migliori del film.
Il merito è soprattutto della regia di Verbinski, che torna a mostrare quella fantasia visiva che aveva reso riconoscibili molti dei suoi lavori migliori. L’azione è dinamica, gli inseguimenti hanno personalità e perfino le situazioni più assurde vengono raccontate con una naturalezza sorprendente. Non c’è mai la sensazione di assistere all’ennesimo blockbuster costruito seguendo una formula ormai consolidata, ma a un progetto che prova davvero ad avere una propria identità.
A rendere credibili anche le idee più folli contribuisce soprattutto Sam Rockwell. Il suo protagonista è lontanissimo dall’eroe tradizionale: è nervoso, logorato dai continui fallimenti e costretto a rivivere la stessa missione decine di volte nel tentativo di cambiare il futuro. Rockwell alterna ironia, vulnerabilità e disperazione con grande naturalezza, costruendo un personaggio che rimane il vero punto di riferimento del racconto anche quando la storia perde compattezza.
Anche il resto del cast offre interpretazioni convincenti. Juno Temple è quella che lascia il segno più profondo sul piano emotivo, mentre Michael Peña e Zazie Beetz funzionano bene pur avendo meno spazio di quanto meritino. Più che gli attori, è la scrittura a limitarne il potenziale.
Ed è proprio nella sceneggiatura che emergono i limiti maggiori.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die vuole parlare contemporaneamente di intelligenza artificiale, dipendenza dagli smartphone, social network, realtà virtuale, elaborazione del lutto, educazione e isolamento sociale. Sono temi tutti attuali e interessanti, ma il film li affronta senza concedere a nessuno il tempo necessario per svilupparsi davvero. L’impressione è quella di un racconto che continua ad aprire nuove strade senza riuscire a percorrerne fino in fondo nessuna.
A questo contribuisce anche la struttura narrativa. I flashback dedicati ai membri della squadra spiegano perché proprio loro siano destinati a salvare il futuro, ma interrompono spesso il ritmo proprio quando la missione acquista slancio. Alcuni sono efficaci, altri meno, ma nel complesso rendono la progressione meno fluida di quanto avrebbe potuto essere.
Anche il discorso sull’intelligenza artificiale convince soprattutto quando Verbinski sceglie di raccontarlo attraverso le immagini invece che attraverso i dialoghi. Le sequenze migliori sono quelle in cui la tecnologia invade silenziosamente la quotidianità dei personaggi, mostrando come la dipendenza dagli schermi abbia già modificato il modo di vivere relazioni, scuola e perfino il dolore. Quando invece il film insiste nel ribadire il proprio messaggio, perde parte della sua efficacia.
Nonostante questi limiti, è difficile non apprezzarne la creatività. In un panorama dominato da sequel, remake e franchise, Good Luck, Have Fun, Don’t Die prova a costruire qualcosa di originale, fondendo riferimenti alla fantascienza classica, ai videogiochi, al cinema post-apocalittico e alla commedia senza limitarsi a copiarne le formule. Non tutte le intuizioni funzionano allo stesso modo, ma quasi tutte contribuiscono a dare al film una personalità ben definita.
È proprio questo il suo pregio più grande. Verbinski realizza un’opera imperfetta e spesso dispersiva, ma animata da un’energia creativa che oggi si incontra sempre più raramente nel cinema commerciale. Con una sceneggiatura più rigorosa avrebbe probabilmente raggiunto un altro livello, ma anche così riesce a distinguersi da gran parte della produzione contemporanea.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die non reinventa il cinema di fantascienza né offre la riflessione definitiva sull’intelligenza artificiale. Rimane però uno di quei blockbuster che preferiscono rischiare piuttosto che ripetere formule collaudate. E, in un periodo in cui molti film sembrano progettati per non sorprendere mai, è già un motivo più che sufficiente per consigliarne la visione.
Nei cinema italiani dal 25 giugno.
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