Voto: 5.5/10 Titolo originale: Yön lapsi , uscita: 01-07-2026. Budget: $5,900,000. Regista: Hanna Bergholm.
Nightborn, recensione: il figlio di Rupert Grint ha una fame mostruosa in un horror sugli incubi della maternità
18/10/2026 recensione film Yön lapsi di William Maga
Dopo Hatching, Hanna Bergholm torna a esplorare gli incubi della famiglia con un horror finlandese che intreccia folklore, body horror e depressione post-partum. Un film grottesco e provocatorio, con Seidi Haarla protagonista, che però non riesce sempre a sviluppare le proprie intuizioni

La maternità viene spesso raccontata come un’esperienza di realizzazione personale, un momento di felicità destinato a trasformare la vita di una donna. Ma cosa succede quando il bambino tanto desiderato diventa una creatura insaziabile, capace di prosciugare letteralmente il corpo della madre? È questa la premessa di Nightborn (Yön Lapsi), secondo lungometraggio della regista finlandese Hanna Bergholm, già autrice dell’inquietante Hatching.
Presentato in concorso alla Berlinale 2026, il film vede Seidi Haarla e Rupert Grint interpretare Saga e Jon, una coppia che decide di lasciare Londra per trasferirsi nella vecchia casa di famiglia di lei, immersa nei boschi finlandesi. Il loro progetto è costruire una vita lontana dalla città e crescere numerosi figli a contatto con la natura.
Quando nasce il piccolo Kuura, però, l’idillio si trasforma rapidamente in un incubo. Il neonato è ricoperto di peli, emette versi animaleschi e manifesta un appetito sempre più inquietante. Mentre Jon cerca di normalizzare ogni stranezza, Saga comincia a sospettare che suo figlio non sia completamente umano.
Come in Hatching, Bergholm utilizza il fantastico per esplorare le contraddizioni della vita familiare. Questa volta, però, il body horror nasce direttamente dall’esperienza fisica della maternità, rappresentata attraverso immagini volutamente sgradevoli e un umorismo nero che sfiora il grottesco.
Il parto è una sequenza di violenza quasi caricaturale, mentre l’allattamento diventa una forma di aggressione. Il bambino morde, succhia sangue e consuma progressivamente le energie della madre, trasformando gesti quotidiani in piccoli rituali di tortura.
Il riferimento a Rosemary’s Baby è inevitabile, ma Nightborn guarda anche al cinema corporeo di David Cronenberg, in particolare a Brood – La covata malefica. Il corpo femminile diventa il luogo in cui si manifestano paure, aspettative sociali e perdita dell’autonomia personale.
La metafora è efficace soprattutto quando mostra quanto sia difficile distinguere tra le difficoltà reali della maternità e l’elemento soprannaturale. Il dolore fisico, la privazione del sonno e il senso di isolamento appartengono all’esperienza di molte neomadri, ma Bergholm li esaspera fino a trasformarli in manifestazioni mostruose.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda la progressiva delegittimazione dell’esperienza di Saga. Nonostante il comportamento del bambino diventi sempre più anomalo, familiari e medici continuano a rassicurarla, suggerendo che il problema risieda nella sua incapacità di adattarsi alla maternità.
Persino Jon, inizialmente affettuoso e disponibile, fatica a comprendere la sofferenza della moglie. Il suo ottimismo finisce per trasformarsi in una forma di negazione, aggravando la solitudine della protagonista.
Rupert Grint sfrutta efficacemente la propria naturale inclinazione alla commedia per interpretare un padre premuroso ma spesso inconsapevole. È però Seidi Haarla a sostenere il peso emotivo del racconto, alternando esaurimento, rabbia, paura e un attaccamento materno che resiste persino davanti all’orrore.
La sua interpretazione raggiunge i risultati migliori nei momenti di silenziosa disperazione, quando la stanchezza prende il posto delle esplosioni isteriche. In altre sequenze, invece, l’insistenza su reazioni esasperate rischia di rendere il personaggio meno credibile.
Il bosco che circonda la casa non rappresenta soltanto uno scenario suggestivo. La natura sembra possedere una volontà propria, attraverso alberi dalle forme antropomorfe, rumori inquietanti e presenze che rimandano alle creature della tradizione popolare finlandese.
La fotografia di Pietari Peltola restituisce al paesaggio una dimensione fiabesca e minacciosa, mentre le scenografie di Kari Kankaanpää accentuano la sensazione che la casa sia progressivamente invasa da qualcosa di estraneo.
Particolarmente efficace è il lavoro sul sonoro: il pianto del bambino incorpora tonalità animalesche e diventa una presenza opprimente, capace di trasmettere allo spettatore lo stesso sfinimento vissuto da Saga.
Meno convincente risulta invece la rappresentazione della creatura. Bergholm ne nasconde a lungo il volto, ricorrendo a silhouette, pupazzi ed effetti digitali. La scelta alimenta inizialmente il mistero, ma alcuni interventi visivi appaiono artificiosi e finiscono per indebolire la tensione.
Il limite principale di Nightborn emerge nella sua costruzione narrativa. Una volta stabilita l’equivalenza tra maternità e esperienza mostruosa, il film tende a riproporla senza svilupparla in direzioni realmente inattese.
Le crisi domestiche si susseguono secondo uno schema prevedibile, mentre il folklore rimane spesso un elemento evocativo più che una componente narrativa pienamente approfondita. Anche l’umorismo nero, inizialmente efficace, perde progressivamente incisività.
Rispetto a Hatching, manca soprattutto la stessa capacità di trasformare un’intuizione fantastica in un percorso psicologico sorprendente. Bergholm preferisce mantenere il racconto sospeso tra allegoria e soprannaturale, ma questa indecisione finisce talvolta per frenare entrambi gli aspetti.
Resta comunque un horror visivamente riconoscibile, capace di affrontare senza sentimentalismi gli aspetti più dolorosi e contraddittori della maternità. Il suo merito maggiore non è suggerire che un neonato possa essere un mostro, ma interrogarsi su quanto una donna possa sentirsi mostruosa quando non riesce a vivere la maternità secondo le aspettative degli altri.
Nightborn è un film imperfetto, a tratti ripetitivo, ma sufficientemente disturbante e originale nell’immaginario da confermare Hanna Bergholm come una voce interessante dell’horror contemporaneo.
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