Per i fan del Batman di Tim Burton e The Umbrella Academy, questo film anni ’90 va riscoperto
07/09/2026 news di Andrea Palazzolo
Il film anni '90 che con la sua decostruzione dei supereroi ha anticipato tante produzioni attuali. L'opera incompresa che ha rivoluzionato il genere.

Quando pensiamo ai supereroi difettosi, egoisti e profondamente umani, ci vengono subito in mente The Boys, The Umbrella Academy o Gen V. Serie che hanno ribaltato le convenzioni del genere, mostrandoci eroi che non sono affatto eroici, che usano i loro poteri in modo meschino, che provocano disastri invece di prevenirli. Ma molto prima che queste serie diventassero fenomeni globali su piattaforme streaming, un film del 1999 aveva già esplorato tutto questo territorio inesplorato, con una visione così radicale da risultare incomprensibile per il pubblico dell’epoca.
Quel film si chiamava Mystery Men, diretto da Kinka Usher e basato sui fumetti underground Flaming Carrot Comics di Bob Burden. Un’opera che oggi possiamo finalmente riconoscere per quello che era: un esperimento rivoluzionario che ha anticipato di oltre due decenni il tipo di narrazione supereroistica che domina il nostro presente e che deve tanto al Batman di Tim Burton per la resa stilistica.
Gli anni Novanta furono un periodo straordinario per il cinema, un’epoca di sperimentazione selvaggia in cui registi e produttori osavano spingersi oltre i confini del convenzionale. Nel panorama dei film di supereroi, opere come Batman Returns di Tim Burton, The Mask o Spawn rappresentavano tentativi audaci di infondere personalità e stile in un genere ancora in cerca di identità. Ma Mystery Men andò oltre. Non si limitò a dare una verniciata stilistica a formule già note: smontò completamente la mitologia del supereroe e la ricostruì da zero, con risultati grotteschi, commoventi e profondamente sovversivi.

Il film vantava un cast stellare che oggi fa impallidire molte produzioni moderne: Ben Stiller, William H. Macy, Hank Azaria, Janeane Garofalo, Paul Reubens, Greg Kinnear, Eddie Izzard, Claire Forlani. Non semplici nomi, ma attori nel pieno della loro forza creativa, impegnati in un progetto che chiedeva loro di abbracciare l’assurdo senza perdere l’umanità dei personaggi.
La trama seguiva un gruppo di aspiranti supereroi dalle capacità ridicole: c’era chi diventava furioso solo quando veniva fatto arrabbiare, chi lanciava forchette, chi possedeva l’incredibile potere di essere tremendamente misterioso. Nessun laser dagli occhi, nessuna super forza, nessuna tecnologia miliardaria. Solo persone normali con deliri di grandezza e poteri che, nella migliore delle ipotesi, risultavano inutili. Nella peggiore, controproducenti.
Questo approccio, che oggi riconosciamo come cifra distintiva delle serie più amate del momento, all’epoca venne percepito come troppo strano, troppo distante dall’idea di supereroe che il pubblico aveva in mente. Mystery Men incassò appena 33 milioni di dollari a fronte di un budget di 68 milioni, venendo considerato un flop commerciale e rapidamente dimenticato. Ma i veri capolavori spesso hanno bisogno di tempo per essere compresi.
Quello che Mystery Men faceva, e che all’epoca nessuno sembrava apprezzare, era decostruire l’intera mitologia del supereroe attraverso la satira e il realismo emotivo. I protagonisti non erano dei prescelti, non avevano subito traumi nobili che li avevano trasformati in guerrieri della giustizia. Erano persone comuni, con problemi comuni, che cercavano disperatamente di dare un senso alle loro vite attraverso costumi ridicoli e nomi altisonanti.
La lezione più importante che Mystery Men ci ha lasciato, e che solo ora stiamo comprendendo pienamente, è che i supereroi sono interessanti non quando sono super, ma quando sono umani. Quando sbagliano, quando dubitano, quando le loro motivazioni sono egoiste o confuse, quando i loro poteri non risolvono i loro problemi reali.
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