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Voto: 5/10 Titolo originale: Slingshot , uscita: 30-08-2024. Regista: Mikael Håfström.

Slingshot – Missione Titano: la recensione del fanta-thriller di Mikael Håfström

10/01/2026 recensione film di Marco Tedesco

Un viaggio verso le stelle che promette abissi interiori ma si ferma a enigmi di superficie, confondendo ambiguità con profondità

Laurence Fishburne e Casey Affleck in Slingshot - Missione Titano (2024)

In Slingshot – Missione Titano il regista Mikael Håfström (1408) mette tre uomini in una scatola di metallo e li spedisce verso Titano, luna di Saturno, con la promessa di una missione “salva-Terra” e di un viaggio che dovrebbe spalancare il senso del cosmo. Invece il film si ripiega su se stesso fino a diventare un esercizio di clausura: un racconto di isolamento che vorrebbe far tremare la mente, ma finisce per anestetizzare lo sguardo.

È un paradosso curioso, soprattutto oggi che la fantascienza cinematografica più riuscita usa l’immensità dello spazio per parlare di legami, lutto e responsabilità: qui lo spazio resta un fondale nominale, un pretesto per una spirale di sospetti che non trova mai una tensione davvero inevitabile.

La trama è semplice e, sulla carta, efficace: John (Casey Affleck) è a bordo dell’Odyssey 1 insieme al comandante Franks (Laurence Fishburne) e all’ingegnere Nash (Tomer Capone). La rotta prevede una manovra di fionda gravitazionale attorno a Giove per raggiungere Titano, dove si spera di trovare risorse utili a fronteggiare la crisi energetica terrestre. Per risparmiare carburante e viveri, l’equipaggio alterna mesi di ibernazione a brevi finestre di veglia: ogni risveglio rimette in moto controlli, correzioni e nervi.

È una scelta narrativa che richiama un’intera tradizione di capsule, sonni sospesi e risvegli inquieti, da 2001: Odissea nello spazio fino a tante variazioni successive, ma qui l’idea non diventa mai davvero cinema del tempo: rimane un interruttore ripetuto, un’ellissi che dovrebbe destabilizzare e invece crea routine.

La routine viene incrinata quando John comincia a soffrire disorientamento, paranoia e allucinazioni, complici i farmaci dell’ibernazione e una sensazione crescente di minaccia: l’astronave potrebbe non reggere la manovra attorno a Giove, e l’incidente che danneggia lo scafo diventa miccia per la sfiducia. Nash teme la catastrofe e vorrebbe tornare indietro; Franks insiste sul completamento della missione, con un’autorità che sembra calma e insieme opaca; John oscilla fra i due, mentre la sua mente si riempie della figura di Zoe (Emily Beecham), la compagna lasciata a Terra.

Slingshot (2024) film posterSlingshot – Missione Titano alterna allora corridoi e cabine a ricordi sentimentali che dovrebbero dare carne emotiva alla storia: l’incontro, la confidenza, la frattura inevitabile quando lui sceglie l’ignoto e lei resta. Ma la relazione è raccontata con una piatta linearità che non diventa mai ferita, e dunque le visioni non sono fantasmi: sono riempitivi.

Il confronto con opere come Interstellar e Ad Astra è inevitabile, perché Slingshot adotta la stessa cornice del viaggio lontano come prova morale, salvo rinunciare a ciò che in quei film dà respiro: la percezione della distanza, la meraviglia, il peso delle scelte. Anche la parentela con Solaris (in particolare nella versione di Soderbergh) è evidente nell’idea di una donna che “torna” come proiezione interiore, ma lì la ripetizione era il linguaggio di un dolore che non si esaurisce; qui è un segnale di sceneggiatura che vuole dirci “non fidarti”, senza però costruire un’adesione affettiva che renda il dubbio doloroso. E quando un film si gioca sull’incertezza, l’incertezza deve costare qualcosa: se non ci affezioniamo a ciò che potrebbe essere falso, non ci importa scoprire cosa sia vero.

Håfström ha dimostrato in passato di saper maneggiare spazi chiusi e narratori inaffidabili, ma in Slingshot la regia si limita a sottolineare il nervosismo con tagli rapidi e spaventi di superficie. La vera claustrofobia non nasce dalla paura di un angolo buio, bensì dall’impossibilità di scappare da se stessi, e qui John non diventa mai un enigma umano: diventa un portatore di sintomi.

Casey Affleck, attore capace di stanchezze profonde e di silenzi eloquenti, appare sorprendentemente spento; non è “misurato”, è assente, e il film confonde l’apatia con la depressione, la sottrazione con la densità. Al contrario Fishburne porta in scena un magnetismo istantaneo: anche quando il personaggio è scritto come funzione d’ordine, lui gli dà gravità, una presenza che pare provenire da un film migliore. Capone, dal canto suo, prova a dare nervo e paura al ruolo, ma resta intrappolato in una dinamica binaria: o sabotatore o coscienza, senza sfumature.

Il problema più serio, però, è strutturale. Slingshot sceglie di sostenersi su una serie di colpi di scena finali e di depistaggi, fino a un ultimo rilancio volutamente ambiguo, pensato per alimentare discussioni e interpretazioni. È una strategia comune nel cinema contemporaneo che scambia l’enigma per profondità: se tutto può essere illusione, allora nulla è definitivo; ma se nulla è definitivo, allora anche il pericolo perde peso. Il film finisce per minare il proprio patto emotivo: ci chiede di temere per tre uomini, ma ci toglie continuamente il terreno sotto i piedi senza offrire un centro di senso alternativo. Quando l’astronave diventa un teatro di sospetti, dovrebbe emergere una verità psicologica; qui resta soltanto la meccanica.

Eppure la premessa conteneva una possibilità interessante: usare l’ibernazione come metafora della vita a scatti, del tempo che si spezza, dell’amore che invecchia mentre tu dormi. Se Slingshot avesse investito davvero nel legame fra John e Zoe, trasformando i numeri della missione in un atto di fiducia, e la fionda gravitazionale in un punto di non ritorno anche sentimentale, avrebbe potuto essere un film sulla responsabilità e sulla paura di scegliere. Invece preferisce l’effetto a breve termine: confondere, ribaltare, strizzare l’occhio. Così la fantascienza non diventa visione ma stanza chiusa, e la suspense psicologica si trasforma in stanchezza. Cercando “Slingshot recensione” si capisce presto perché lascia poco: un viaggio verso Titano che non sa guardare né Titano né l’animo umano, e finisce per perdere entrambi nel vuoto.

Per chi cercasse lumi sul finale e quello che succede durante il film, agevoliamo una spiegazione esaustiva.

Di seguito trovate il trailer internazionale di Slingshot – Missione Titano, in esclusiva su Disney+:

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